società

Bulgaria: militanti ecologisti contro costruttori

Articolo pubblicato il 24 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 24 gennaio 2009
Sempre più bulgari, innamorati del paesaggio, si oppongono a progetti dannosi per la natura, come degli hotel o delle aree sciistiche. Reportage.

Sofia, un piccolo parco nei pressi del Parlamento. Stefan Awramow, dell’organizzazione di tutela dell’ambiente Biodiversity Foundation, è nel bel mezzo del passaggio principale, ben visibile. I deputati devono passargli davanti quando vanno dal Parlamento al loro bar preferito. Non ha scelto questo luogo a caso: «I parlamentari devono sentire che la nostra iniziativa è veramente presente», spiega. «Devono sapere che il popolo non dorme. Alcuni di loro cambiano strada perché sanno che li fermerò. Fa parte della nostra tattica», aggiunge. Gli altri membri del gruppo di difesa dell’ambiente fanno la ronda direttamente davanti al Parlamento. Vogliono parlare ai deputati separatamente. Sono arrivati in aiuto una dozzina di volontari. Obiettivo dei difensori dell’ambiente: impedire un emendamento che renderebbe più facile la vendita di terreni situati in riserve naturali ad investitori privati.

Grande boom dell’attivismo

A Sofia azioni del genere sono diventate di ordinaria amministrazione. Da qualche tempo, la Bulgaria conosce un boom dell’attivismo ambientale. Da due anni, esiste una rete di cui fanno parte trenta organizzazioni. La rete porta lo stesso nome del programma: “Affinché la natura perduri in Bulgaria”(Za da ostane priroda v Bulgaria,in bulgaro). Lo scopo principale dei membri è quello di bloccare la frenesia costruttiva nel Paese, che non si ferma neanche davanti alle riserve naturali. Finora la battaglia che ha fatto più scalpore è quella per il Parco Nazionale Strandja, nel sud ovest del Paese. L’unica “colpa” di questo parco è quella di essere al confine con il Mar Nero. Lo Strandja è conosciuto per le gigantesche foreste di querce e le spiagge isolate. Il comune di Zarewo, che amministra questo parco naturale, sarebbe in mano alla mafia bulgara.

(Plamen Stoev/flickr)

«Abbiamo provato tutto»

Nel 2007, una sentenza del Tribunale amministrativo ha infine autorizzato l’edificabilità del parco nazionale. Jordanka Dinewa ha immediatamente lanciato un allarme. La coordinatrice della rete si è così impegnata giorno e notte per la natura. «Abbiamo provato tutto», ricorda. Hanno lanciato degli avvertimenti e organizzato dei dibattiti. Si sono rivolti ad organizzazioni internazionali di difesa dell’ambiente. In questo modo la rete ha fatto conoscere la sua causa a numerosi musicisti, attori e scienziati famosi, come lo scrittore Ljubomir Lewtschew o il regista Tedi Moskow. All’inizio sembrava che la società civile potesse arrestare la svendita della natura. Cinquantamila bulgari si sono uniti alla proteste. I media internazionali hanno coperto questa battaglia. Infine il Governo bulgaro ha cambiato la legge di protezione ambientale: lo Strandja avrebbe potuto mantenere lo statuto di parco naturale. Secondo Jordanka Dinewa i protettori dell’ambiente hanno accolto questa decisione come un grande successo.

Un pubblico tenuto all'oscuro

Nonostante ciò, nel 2008 il comune di Zarewo ha presentato un nuovo progetto di costruzione —praticamente all’insaputa del pubblico— che prevedeva l’installazione di numerosi edifici turistici nel cuore del parco naturale. Grazie a diversi espedienti giuridici, Zarewo mantiene l’aspetto legale del progetto, nel limite delle leggi e delle norme. Nell’agosto 2008, con discrezione, le autorità competenti hanno autorizzato il piano. Jordanka Dinewa e i suoi alleati non sono quasi stati avvisati. «Davanti a noi si accusavano l’uno con l’altro. Un giorno, il Ministro per l’Ambiente ha annunciato ufficialmente l’autorizzazione», racconta Dinewa, che incolpa le autorità bulgare di aver messo chiaramente gli abitanti del Paese di fronte al fatto compiuto. In una notte delle zone che fino al giorno prima erano protette si sono trasformate in cantieri giganti.

«Oltre alle coste, le montagne sono particolarmente minacciate», continua. Un esempio concreto: il Monte Rila, nel sud ovest della Bulgaria. Si tratta della vetta più alta dei Balcani: cime innevate, gole profonde e mari di ghiaccio. Qui si trovano orsi e aquile. «I nuovi costruttori che hanno invaso questa zona, l’hanno spesso considerata come inabitata, come una zona al di fuori del diritto», sostiene Dinewa. In occasione di una missione, la militante per l’ambiente ha addirittura temuto per la propria vita. «Una volta, un uomo è arrivato con una mitragliatrice e ha urlato “A terra! Vi uccido. Qui esistono altre leggi. Qui sono io che decido”.» Ha puntato l’arma su uno dei giovani. Eravamo paralizzati », continua.

Malgrado tutto ciò, Jordanka Dienwa continua la battaglia. Non vuole lasciarsi intimidire. Pensa già al suo prossimo viaggio sul Monte Rila perché ha sentito dire che verrà costruita, senza autorizzazione, una pista da sci. Georgi Stefanow, del Centro di Informazione sull’Ambiente, una Ong di Sofia, è felice di tale impegno. Certamente gli anni scorsi molte persone si sono unite al movimento per l’ambiente e ci sono state delle vittorie. «Ma in realtà i problemi sono aumentati. Mai prima d’ora così tante risorse naturali erano state distrutte in Bulgaria come lo sono state negli ultimi cinque anni. Possiamo solo cercare di vincere delle battaglie isolate. Ma queste ultime sono spesso minime e i successi sono insignificanti. E non sappiamo mai se dovremo o no ricominciare tutto dall’oggi al domani».