società

Budapest: rifugiati e senzatetto nella stessa barca

Articolo pubblicato il 28 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 28 ottobre 2015

Fino a oggi oltre 306 mila rifugiati hanno raggiunto l'Ungheria. La maggior parte di questi ha conosciuto Budapest solo come stazione di scalo, tra numerosi volontari pronti a dare una mano e la linea dura della politica. E spesso si è sentito ripetere il ritornello che i rifugiati usufruiscono delle prestazioni sociali degli ungheresi e che si scontrano con i senzatetto. È davvero così?

La stazione ferroviaria di Keleti adesso è vuota. O quantomeno non ci sono più i rifugiati arrivati nella Capitale ungherese passando per la Serbia e la Croazia, in attesa di poter continuare il loro viaggio verso l'Europa occidentale. L'ufficio dell'ONG Migration Aid ha l'aria di essere rimasto orfano: dietro alle finestre si vede soltanto il personale addetto alle pulizie.

Da quando, all'inizio di settembre, il Primo ministro Orbán ha inasprito la legge sull'immigrazione, il campo di fortuna allestito alla stazione, che negli affollati mesi estivi era diventato un vero centro per rifugiati, è in stato di abbandono. Gli "attraversamenti illeciti delle frontiere" sono stati puniti dal Governo con il carcere fino a 3 anni e la nuova barriera costruita al confine con la Croazia ha fermato la maggior parte di coloro che hanno cercato di entrare. Non molto tempo dopo, altre persone hanno trovato accoglienza alla stazione Keleti: sono alcune delle 9 mila persone senza fissa dimora della città censite da FEANTSA (la Federazione europea delle organizzazioni nazionali che si occupano di senzatetto).

Per certi versi, entrambi i gruppi sociali si trovano nella stessa barca: devono fare i conti con una legge severa. Orbán ha inasprito la linea dura nei confronti di tutte e due queste categorie. L'11 marzo 2013, il suo Governo ha emendato per la quarta volta la Costituzione ungherese: da quel giorno, vivere e dormire per strada in alcuni luoghi pubblici è diventato illegale e penalmente perseguibile.

Un tetto per tutti

Il Budapest Methodological Centre of Social Policy and its Institutions (BMSZKI) dista solo dieci minuti a piedi dalla stazione. Nonostante la facciata ricordi un palazzo antico, l'edificio dà più l'impressione di un ospedale: sterile, con alte pareti anonime e vuote. Non si può certo dire che inviti ad entrare. Anche la disponibilità a dialogare con gli estranei è piuttosto scarsa. Il rifugio per senzatetto di Budapest, però, rappresenta un barlume di speranza per le persone più bisognose: accanto alle camerate destinate ai lavoratori a basso reddito, si apre un'ala per le persone disabili e una camera pensata appositamente per i non udenti. C'è una sola persona che sembra essere appena arrivata e che ha tutta l'aria del visitatore.

Bernadett si affretta a tornare nel suo ufficio, coperto fino in cima da fogli e documenti. Fa spazio velocemente sul divano per gli ospiti, la sua assistente Dalma mi offre gentilmente del caffè. Prendendo posto sulla sedia di fronte a me, l'assistente sociale assume un'aria notevolmente più rilassata e inizia a raccontare, con voce calma, la situazione dei senzatetto della città. Mi parla dall'alto dei suoi ben 13 anni di esperienza al BMZSKI.

«Quando la vita di strada è diventata illegale, il nostro quartiere è stato il primo in cui la Polizia è effettivamente intervenuta contro le persone in strada. Ma non erano soltanto persone che vi trascorrevano la notte: si trattava anche di gente che si trovava là fuori momentaneamente. Per questo motivo, adesso il nostro centro ha aperto il cortile sul retro: è un modo per dare ai senzatetto la possibilità di accamparsi in un luogo non considerato pubblico».

Quando chiedo della situazione dei rifugiati della scorsa estate, Dalma sorride, e il suo sorriso la dice lunga. «Si è trattato di una situazione davvero fuori dall'ordinario». Quando le colonne di rifugiati sono iniziate ad arrivare a Budapest non più solo a piedi, ma anche in treno, Migration Aid ha chiesto al centro se avrebbe potuto aprire le porte ai migranti per fornire rifugio diurno e venire incontro alle prime necessità: riposare, farsi una doccia, ricare il cellulare. Bernadett racconta la procedura: «I volontari di Migration Aid portavano qui i rifugiati dalla stazione. L'idea era di permettere a circa 50 persone al giorno di usufruire dei nostri servizi. Nei periodi di grande affluenza siamo arrivati anche a 350 persone. Nel periodo di massimo afflusso, la scorsa estate, abbiamo offerto assistenza a 8.300 persone».

Piccoli problemi

Bernadett ci tiene a sottolineare che i senzatetto hanno accolto molto volentieri i rifugiati, nonostante fosse difficile ritrovarsi a dover condividere gli spazi con così tante persone, bambini inclusi. «A volte i genitori dei bambini hanno dovuto assentarsi per qualche ora; alcuni senzatetto si sono offerti di badare a loro». Non si sono lamentati quando la sala computer è stata trasformata all'ultimo momento in un locale ricreativo per i rifugiati. Bernadett fa notare solo per inciso che ci sono stati piccoli problemi, per esempio quando i senzatetto hanno notato che, diversamente da loro, i rifugiati ricevevano tutto gratuitamente. Di giorno, ai rifugiati veniva dato da mangiare, mentre i gli altri ospiti dovevano provvedere da soli al vitto. «A volte i senzatetto prendevano gli avanzi dei rifugiati».

Ma nelle altre strutture di accoglienza per i senza fissa dimora, non tutti vedono di buon grado l'arrivo dei migranti. Nell'ufficio dell'organizzazione a sostegno dei senzatetto A Varos Mindenkie (AVM, letteralmente: "La città è di tutti"), incontro diversi attivisti disposti a parlare con me. Tra questi Tompa, che più volte nella sua vita è stato senza una casa e che mi parla in un tedesco impeccabile. Il suo volto si fa serio quando esprime il proprio scetticismo riguardo al flusso di migranti provenienti da sud: «In Ungheria la disoccupazione raggiunge tassi altissimi: in alcuni villaggi a est del Paese tocca il 100%. Come possiamo superare questo problema se ci è assegnata una quota di migranti? Per me, però, il problema maggiore resta un altro: non so chi siano queste persone. Molti non hanno documenti. Potrei dire di venire dalla Siria, tanto chi lo sa se è vero!».

Tuttavia, nessuno sembra voler parlare (almeno ufficialmente) di una sorta di concorrenza tra i due gruppi. Gabor, senzatetto e anche lui attivista per AVM, nega: «Con i migranti la situazione non è né migliorata, né peggiorata. La concorrenza, magari, c'è stata tra le ONG che non hanno saputo organizzarsi tra di loro». Ammette che i senzatetto hanno brontolato quando hanno visto che i rifugiati ricevevano il vitto gratuitamente e loro no. Inoltre, alcune abitazioni che precedentemente erano state rese disponibili per i senzatetto e poi destinate ai migranti, oggi non sono più accessibili. 

Se forse c'è una speranza per affrontare questa piaga sociale in Ungheria, potrebbe essere rappresentata da una coppia ho notato al centro di BMZSKI: si tenevano per mano. Dalma mi rivela che lui, un rifugiato che avevo già incontrato all'inizio della mia visita, viene a trovare molto spesso la sua ragazza, che vive nel rifugio perché senza fissa dimora. L'Ungheria può imparare molto da questa diversità sociale e etnica, invece di sopprimerla. Ma per il momento, la storia di questa coppia resta l'eccezione, non la regola.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei, finanziato dalla Commissione europea.