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Budapest e la nuova architettura: alla ricerca di un futuro sostenibile

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2011
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2011
Nel bel mezzo della crisi economica, dell'aumento inarrestabile della popolazione mondiale e della moltiplicazione delle macro-città, Budapest inventa edifici ecologici e purifica le sue acque. Un connubio di immaginazione e lavoro. Seguiamo le orme ungheresi verso la costruzione di un futuro sostenibile.

Le città sono l'epicentro della vita moderna. Dalla loro evoluzione dipende il futuro dell'intero pianeta. L'esodo rurale della popolazione ha causato l'aumento della costruzione di grandi centri urbani fino ad arrivare a limiti insospettabili. Nel 1900 solamente il 13% della popolazione mondiale abitava nelle città. Le stime delle Nazioni Unite fanno prevedono che la percentuale arriverà al 70% entro il 2050. Parliamo di città: ammortizzare questo shock demografico significa rivedere la sua stessa concezione, costruzione e rigenerazione. È per questo che urbanizzazione e architettura sono le due colonne portanti del rinnovamento del modello produttivo del pianeta. Ma non stiamo parlando di urbanizzazione e di architettura come le abbiamo sempre conosciute fino ad ora, ma di due nuovi concetti: la eco-architettura e l'urbanizzazione sostenibile.

I problemi che si pongono sono innanzitutto due: il costo elevato di questa nuova architettura verde (soprattutto in questi anni di piena crisi finanziaria internazionale) e la necessità di ampliare questa disciplina ecologica anche alla rimodernizzazione degli edifici vecchi. Budapest, con i suoi due milioni di abitanti, è un buon esempio per vedere come queste due direttive possano completarsi a vicenda su uno stesso tessuto urbano. Una risposta che si può esportare anche nelle altre città.

Il progetto "Concerto": ecologia cheap

In alcuni degli antichi condomini del quartiere di Obuda si stanno portando a termine le attività del programma "Concerto" varato dalla Ue. In pratica l'obiettivo è di porre fine al problema ambientale, ma anche a quello economico. La mancanza di isolamento degli edifici del quartiere, che è causa di ingenti perdite di energia, è il problema centrale. In inverno è il calore a disperdersi dagli appartamenti, e durante la stagione estiva è l'aria fredda che se ne va verso l'esterno. Questo progetto comporta la costruzione integrale di 5 immobili con 900 unità abitative. Attraverso il miglioramento del tetto, l'isolamento delle facciate, la sostituzione di porte e finestre e un rinnovato sistema di riscaldamento si è arrivati ad un risparmio del consumo di energia che si aggira intorno al 70%.

Il secondo fattore chiave è l'impatto economico. L'isolamento dei condomini comporta la riduzione dei costi per l'energia elettrica. È questo un punto di rilevanza fondamentale considerato che questi vecchi edifici sono solitamente di proprietà di inquilini che non hanno grandi disponibilità.

Living Danube: un'isola ecologica nel fiume

È un esempio di come applicare il principio di sostenibilità anche al lavoro e allo svago

L'arteria principale di Budapest è un fiume: il Danubio. La città ha spesso tentato di smaltire l'inquinamento che si riversa nel suo letto. Per questo scopo è nata l'iniziativa Living Danube, un progetto di recupero e gestione ambientale sostenibile il cui obiettivo è il recupero e miglioramento delle acque che si riversano nel fiume. Grazie a questo progetto è stato possibile purificare tra il 92 e 96% delle acque residuali.

Ma la principale caratteristica di questo stabile è che è stato costruito seguendo i parametri dell'architettura sostenibile. La caratteristica determinante è il suo tetto di 10.000 metri quadri che sono stati ricoperti con uno spesso manto verde di vegetazione.

L'eco-architettura costa di più

Il 90% degli immobili cittadini versano in cattive condizioni, anche al livello sanitario... una buona occasione per ricostruirli nel nome della sostenibilitàIn Ungheria, la percentuale di edifici al limite delle norme sanitarie è superiore al 90%. Come precisa l'architetto specializzato in case sostenibili, Ertsey Attila: «Rimane ancora un lungo cammino da percorrere, non solo per la costruzione di nuovi alloggi, ma anche per il rinnovamento integrale di gran parte del tessuto immobiliare del paese. In molti casi - aggiunge l'architetto ungherese - sarebbe meglio abbattere gli edifici e ricostruirli da zero invece di rinnovarli, anche se ciò è impossibile a causa di ragioni economiche e sociali».

Uno dei motivi fondamentali che spiega la lentezza nell'introduzione dell'eco-architettura è una questione meramente economica. Il cosiddetto “costo addizionale”. Secondo diversi studi, il costo di una costruzione che soddisfi i parametri di sostenibilità ed efficienza energetica, implica una spesa del 10-15% maggiore di quella abituale.

Ertsey Attila, dello studio KÖR KFT, ridimensiona queste cifre e sottolinea che l'incremento finale dei costi per un'abitazione unifamiliare si aggira intorno all'8%. Ma questo sovrapprezzo non è niente se comparato con i vantaggi  per la salute e per l'ambiente che queste costruzioni bio-climatiche sono in grado di garantire all'essere umano. Ed è proprio Attila ad accantonare il problema del prezzo: secondo i suoi calcoli, il sovracosto dell'8% verrebbe ammortizzato all'incirca in 10 anni.

Urbanizzazione ed ecologia

«L'obiettivo non è soltanto l'autonomia energetica, ma anche l'esportazione di energia pulita»Non si può ottenere successo con l'eco-architettura fino a che essa rimane rinchiusa in un concezione di più ampio respiro: l'urbanizzazione. È più facile costruire edifici eco-sostenibili di pochi piani che non enormi grattacieli. «I piccoli nuclei di popolazione potrebbero arrivare ad essere autosufficienti in un breve periodo di tempo che va dai 15 ai 20 anni», continua Erstey Attila. Ritorniamo così alla questione economica. Se l'ideale dell'architettura ecologica era arrivare all'autosufficienza energetica, questa barriera potrebbe essere superata e la sfida passare al livello seguente: l'esportazione energetica.

Parliamo di città e della loro concezione globale. Duecento anni fa un ipotetico astronauta solitario avrebbe potuto scorgere dallo spazio due nuclei di popolazione in tutta la Terra: Londra e Pechino. Entrambe superavano il milione di abitanti. Oggigiorno un astronauta potrebbe intravedere circa 500 grandi città che inglobano in tutto più di un milione di persone. Se la tecnologia e lo sviluppo sono stati capaci di portare l'essere umano a cento chilometri dalla Terra, perché non possono essere capaci di generare nuclei ecologici di popolazione, rispettosi dell'ambiente naturale e integrati con la natura?

Foto: gentile concessione dello studio KÖR KFT; (cc)Exile of James Street/flickr; Daniel Tordable