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Budapest è ancora una città gay friendly? "Non siamo noi il vero tabù, ma l'Aids"

Articolo pubblicato il 16 maggio 2012
Articolo pubblicato il 16 maggio 2012
La situazione della comunità LGBT a Budapest sembra farsi di giorno in giorno più delicata. Il partito di estrema destra, lo Jobbik, ha avanzato una proposta di legge per punire ogni esibizione dell'omosessualità in pubblico. Ma tra scontri al Gay Pride e feste notturne in ambienti sotterranei, la vera insidia per gli omosessuali nella capitale rimane la sindrome da immunodeficienza acquisita.
Della quale non si conosce ancora la reale diffusione.

L’Airbus 380 per Budapest è completo, e trovo posto davanti al portellone d’emergenza. Da questo momento la vita di quasi 300 passeggeri potrebbe dipendere da me, come si premurano di avvertire le hostess, e divento abbastanza sveglio per accorgermi che i miei vicini sono una coppia di omosessuali francesi in vacanza. “Sappiamo che la situazione è tesa, ma siamo partiti senza pregiudizi – mi confida uno di loro, Olivier - Entreremo nei luoghi che più ci piacciono, senza paura”.

Meglio non mostrarsi omosessuali in pubblico

Cerco di metterli in guardia: la situazione non sembra tesa, ma ad alto rischio. Due settimane fa lo Jobbik, partito dell'estrema destra parlamentare, ha avanzato una proposta di legge per punire, con la multa o il carcere fino a 8 anni, ogni esibizione dell’omosessualità in pubblico. Il Gay Pride è stato annullato dalla polizia, riconfermato dalla prefettura, e da 5 anni la manifestazione è oggetto di violenti attacchi da parte degli estremisti.

Ogni venerdì sera trasmette lo show live "In Disco We Trust" con Armande Versace, lo speaker più seguito.

È un periodo in cui mostrarsi omosessuali può essere sentito come una provocazione”, ammette Richard Zahoranschi, direttore di Radio Pink, l'unica gay radio sul web in Ungheria, che trasmette tutti i giorni musica pop/dance e reportage. La radio impiega 28 volontari, di cui un buon terzo “tolleranti”, e fino all’altra settimana non avevano ricevuto nessuna minaccia. “Hanno pubblicato un ‘memorandum per un olocausto di omosessuali’ sulla nostra chat – racconta – tutto questo è paradossale: se detestano i gay, perché ascoltarci? Comunque, la nostra maggiore difficoltà non sono le minacce, ma i finanziamenti. Le imprese non vogliono associarsi a un media come il nostro, per paura di perdere i loro clienti”.

Il ristorante si sviluppa su due piani, ed è aperto tutti i giorni dalle 12:00 alle 24:00.Dopo aver lasciato Richard e il suo giovane collega, uno studente di moda, ai microfoni del radiogiornale, mi concedo un caffè da Eklektika prima dell’incontro seguente. Il ristorante in Nagymezo utca, 100 posti di capienza, è stato uno dei primi locali gay friendly. Il sospetto che la situazione degli omosessuali a Budapest non rifletta del tutto le notizie che rimbalzano in Europa occidentale è confermato da uno dei camerieri, etero, che ricorda: “durante gli scontri all’ultimo Gay Pride, alcuni noti attivisti dello Jobbik sono venuti a pranzo da noi, in mezzo alla clientela omosessuale, senza darci nessun fastidio”.

Nelle vicinanze di Eklektika incontro Tamás, 23 anni, ungherese, amico di un amico dell’Erasmus: “ho paura a partecipare al Gay Pride, qui è una vera lotta - conferma - i giovani ci accettano senza problemi, frequentano i nostri bar, mia sorella e gli amici sanno tutto di me; ma non posso dirlo ai miei genitori. I vecchi sono convinti che passiamo le notti al Nèpliget, a prostituirci”. Il Nèpliget, parco a sud-est, è il miglior luogo di cruising della capitale, a tutte le ore. Ma, per questa sera, Tamás ha pensato a qualcosa di diverso.

Lo seguo al cinema Puskin, per un dibattito sul “coming out”. Ospite speciale, uno psicologo. La giornalista ungherese che mi accompagna fa da interprete con un ragazzo. E’ Bálint Török, 24 anni, e lavorerà come volontario agli Eurogames di fine giugno: “in Ungheria esiste il mito che la vita privata e quella pubblica debbano rimanere separate - dice - ma io non ho paura, lavoro in una società internazionale e ho già provato, con le dovute precauzioni, a dichiararmi”.

"Parteciperò al prossimo gay pride, non ho paura, l'ultima volta siamo stati ben protetti dalla polizia".

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Discutendo con gli altri ragazzi, “rubandoli” per un attimo allo psicologo, realizzo che sto cercando dalla parte sbagliata. La comunità gay di Budapest non fa troppo caso alle nuove trovate dello Jobbik, un partito che “per sua natura se la prende con tutte le minoranze”, come mi aveva avvertito Richard.

La vita notturna omosessuale è ricca e non si limita ai locali che trovano pubblicità sulle guide gay, come Alter Ego e Cappella: mi è sufficiente imbucarmi all’una del mattino nel sottosuolo di Fabrik, un locale di Gozdu Udvar, per finire in mezzo a una giungla di abbracci tentacolari e magliette sudate che si strofinano al ritmo della techno. In mezzo, solo due o tre ragazze, depresse e ignorate da tutti.

Nessuno conosce la reale diffusione dell'Aids

Il primo luogo di discriminazione in Ungheria è l’ambiente politico. Tutti i politici che hanno provato a dichiararsi gay nel passato hanno perso l’incarico”, mi racconta il mattino seguente Támas Dombos dell’Ong Háttér, da 20 anni specializzata nei diritti degli omosessuali. La piena accettazione sociale è una chimera, con appena il “17% delle persone che dichiarano la propria omosessualità nell’ambiente di lavoro”, ma in compenso sono rimaste intatte le vecchie conquiste legislative: dal 1996 esistono le coppie di fatto gay, e dal 2009 queste possono essere registrate.

Il vero tabù in Ungheria - spiega il suo collega, Andras - rimane l’Aids: l’ultima campagna di prevenzione del governo risale a più di dieci anni fa, e l’unico ospedale attrezzato per le cure è Szent László, a Budapest, con solo tre dottori”. Háttér ha una linea telefonica specializzata nella prevenzione, alla quale chiamano “per il 90%” degli eterosessuali del tutto disinformati. “Un uomo sieropositivo che è andato all’ospedale accompagnato dalla moglie ha rischiato di morire, perché nessuno pensava che un etero potesse essere infettato”.

Oltre questa porta si può accedere solo dopo 4 settimane dal rapporto a rischio. In media, vengono effettuati 3.500 test al mese.

L’Aids, la "malattia dei gay": questo è un pregiudizio duro a morire nel paese dei magiari, e per farsi fare il test la maggior parte vanno all’Anonym Aids, in una desolata periferia a ovest di Buda. “Da quando la malattia è comparsa, nel 1985, sono stati segnalati solo 2.115 casi - mi spiega un responsabile, che si premura di chiuderci dentro per non far entrare altre persone durante l'intervista  - Secondo le stime più ottimistiche, il numero degli infettati dovrebbe essere almeno quattro volte superiore, anche tra gli etero. La più colpita è Budapest ma nella campagna non c’è nessun centro specializzato”. Restiamo a lungo a parlare sulla porta, come timorosi di varcare una soglia pericolosa: “in questo luogo cerchiamo di ricreare un’atmosfera amichevole. Dopo quattro settimane dal rapporto a rischio, possono entrare nell’ambulatorio medico per sottoporsi al test”.

Rivedrò Olivier e il suo compagno solo al duty free dell’aeroporto. Tutto bene, hanno fatto degli acquisti, e si abbracciano teneramente. Il capitano dell’aereo ci offre un ultimo sguardo, dall’alto, di Budapest, città di terme e sensualità per tutti i gusti, che stringe il Danubio fra le sue due anime metropolitane, come se volesse inghiottirne il fluido vitale.

Quest'articolo fa parte di una serie di reportage sui Balcani realizzati da cafebabel.com tra il 2011 e il 2012, un progetto co-finanziato dalla Commissione Europea con il sostegno della Fondazione Allianz Kulturstiftung. Un ringraziamento speciale va a cafebabel.com Budapest, e in particolare a Vivien Szalai-Krausz e Linda Krajcsò.

Foto di copertina: (cc) jiuck/flickr; nel testo: © Jacopo Franchi per Orient Express Reporter II, Budapest 2012.