società

Bosnia, armistizio più che pace

Articolo pubblicato il 29 settembre 2006
Articolo pubblicato il 29 settembre 2006
Dopo le elezioni del 1° ottobre 2006, il conflitto tra croati, musulmani e serbi è lungi dall'essere risolto.

Col 40% dei seggi scrutati nelle elezioni del 1° ottobre, l'incertezza regna nella multietnica Bosnia. La Presidenza tripartita del Paese - diviso in due entità, la Republika Srpska e la Federazione Croato-Musulmana - sarà spartita tra il musulmano Haris Silajdzic (sostenitore dell'unità del Paese), il serbo Nebojsa Radmanovic (che vuole l'indipendenza della Republika Srbska), e il croato Ivo Miro Lazic (appartenente alla vecchia guardia nazionalista).

Ma se la politica è in preda alle divisioni, l'economia non se la passa meglio. I livelli di reddito dell’economia bosniaca non sono ancora in linea con i Paesi europei: il Pil pro capite supera a stento i 1.000 dollari ed il tasso di disoccupazione colpisce il 40% della popolazione attiva. Quasi il 40% dei rifugiati e dei profughi di guerra appartenenti alle tre diverse etnie un tempo in conflitto non sono ancora rientrati nelle loro abitazioni, mentre Radovan Karadzic eRatko Mladic, criminali di guerra fra i più ricercati al mondo, sono ancora a piede libero. Possibile che negli ultimi cinque anni non ci sia stata l’occasione di catturarli? Tutt’altro. Ma forse qualcuno a L'Aia preferisce tacere. Ed evitare al temibile tribunale olandese (il Tribunale Penale Internazionale, ndr) ed in primis all’impotente Procuratore capo Carla del Ponte, ormai assurta a personaggio mediatico, l'imbarazzo e la vergogna provocati dalle assordanti parole d’accusa del defunto Slobodan Milosevic.

Chi semina vento…

L’attuale Stato di Bosnia-Erzegovina è stato creato a tavolino a Dayton nel 1995. L’Amministrazione statunitense di Bill Clinton decise infatti di prendere in pugno la questione e di risolvere l'interminabile conflitto esploso nei Balcani dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli Usa ne avevano abbastanza di una guerra che insanguinava e divideva l’Europa e che metteva a repentaglio la stabilità dell’intera regione. Così convocarono al tavolo delle trattative croati, musulmani e serbi bosniaci presso la base militare di Dayton, ed imposero loro un accordo di pace, seppure fragile e raffazzonato. Ma questo importava poco: la priorità era porre definitivamente la parola fine al conflitto. L’accordo prevedeva la spartizione della torta balcanica tra i tre contendenti: l'ex Repubblica Jugoslava di Bosnia-Erzegovina veniva divisa di comune accordo, ma nel contempo se ne riaffermava una certa unità de facto, annullando così il riconoscimento della disgregazione del Paese concesso nel 1992 non solo dai governi dell’Unione Europea, ma anche dagli Stati Uniti. Una mossa avventata: i governi hanno ceduto troppo precipitosamente alle insistenti pressioni diplomatiche di Germania, Austria e – ovviamente - del Vaticano.

…raccoglie tempesta

Il risultato di questa drammatica farsa in salsa politica messa in scena dagli Stati Uniti è ovviamente scontato. Le tre parti sono uscite dagli Accordi di Dayton con la sensazione di essere stati presi in giro, mentre una nuova ricostruzione del quadro politico-istituzionale della Bosnia-Erzegovina forse ancora più caotica e complessa delle precedenti era ormai in atto. I croati ed i musulmani si sono visti obbligati a convivere (a denti stretti) all'interno di un'unica entità politica, la Federazione. Mentre ai serbi è stato ufficialmente concesso uno Stato indipendente, la Repubblica dei Serbi di Bosnia. E se alla Federazione è stato assegnato il 51% del territorio, ai serbi è stato concesso il restante 49%, nonostante i censimenti demografici pre-bellici dimostrino che l’etnia serba è decisamente minoritaria (meno del 40% della popolazione totale). Come se non bastasse, la Federazione è stata ulteriormente divisa in dieci cantoni. Il risultato? Uno Stato fra i più difficili da governare al mondo. A causa degli innumerevoli equilibri, patti e compromessi necessari per riuscire a gestire la res publica. In Bosnia ci sono centinaia di ministri, deputati, sindaci ed assessori comunali: sembra quasi che l’intera società bosniaca si occupi di politica, e che in questo Paese di soli 4 milioni e mezzo di abitanti ognuno abbia almeno un politico in famiglia.

Una pace imposta con la forza

L’unico magro successo di cui possono vantarsi i politici ed i diplomatici europei e d’Oltreoceano (quegli stessi politici che scatenarono il conflitto con la loro assurda decisione di riconoscere ufficialmente l’indipendenza delle nuove repubbliche jugoslave) è la fine della guerra 10 anni or sono, ed una pace che assomiglia più ad un armistizio. Ma l’apparenza inganna. Le tre parti in conflitto non hanno dimenticato gli obiettivi politici che li hanno trascinati nel conflitto, ed indubbiamente le ostilità riprenderanno non appena le forze di pace internazionali lasceranno il Paese. Perché questa pace è stata imposta con la forza.

Un futuro di sangue?

Al momento sul tavolo delle trattative c’è il futuro Statuto del Kosovo. Le divergenze fra albanesi e serbi paiono incolmabili: gli uni rivendicano una totale indipendenza del Kosovo da Belgrado, gli altri sono disposti a concedere un’ampia autonomia ma all'interno della “Grande Madre” Serbia. Data la simpatia spassionata che i leader albanesi kosovari suscitano nei freddi burocrati di Bruxelles e nei nostri governi, non possiamo escludere la possibilità che questi benedicano l'ennesima lacerazione della compagine politica jugoslava, e che finiscano per imporre uno Stato del Kosovo nel cuore dei Balcani. Sarebbe un errore politico-diplomatico di gravità inaudita, secondo solo alla Conferenza di Monaco del 1938 in cui i governi di Parigi e Londra chinarono la testa di fronte alle ambizioni di Hitler permettendogli di occupare la regione dei Sudeti. Quindi, se accadrà quanto temuto – cioè il riconoscimento ufficiale dell'indipendenza del Kosovo – con quale legittimità morale e politica potremo negare ai serbi di Bosnia ed Erzegovina la loro indipendenza, costringendoli a sostenere il fittizio Stato bosniaco? Tutto ciò potrebbe spianare la strada a nuove, inaspettate secessioni, e condurrebbe alla temutissima, innominabile balcanizzazione.

L’autore dell’articolo è il fondatore di Diálogo Europeo, una Ong che studia e monitora il processo di democratizzazione e di integrazione dei Paesi dell’Est all’interno dell’Ue e della Nato. Collabora anche con l’organizzazione Agencia de Información Solidaria (Agenzia d’Informazione Solidale).