società

Boko Haram e il narcisismo dell'Europa

Articolo pubblicato il 07 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 07 febbraio 2015

L'inizio del 2015 è stato macchiato da uno degli attentati più sanguinosi del secolo. No, non stiamo parlando della Francia, bensì della Nigeria nord-orientale. Rispetto allo  spazio riservato alle notizie su Charlie Hebdo, il massacro compiuto da Boko Haram sembra essere poco più di una nota a piè di pagina. È tempo di alzare gli occhi e di guardare oltre il Mediterraneo. 

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Dopo gli attentati di Parigi non si può certo dire che i giornali europei si siano occupati dei "soliti affari". Le grandi manifestazioni in Francia prima, le retate in Germania poi hanno offerto alle testate europee materiale sufficiente e un'immagine: quella dell'Europa ripiegata su se stessa. Ma nel frattempo il problema nigeriano ha smesso di essere una questione locale e, tra gli scarsi commenti dei media occidentali, Boko Haram è riuscita a estendere la propria zona d'influenza verso stati confinanti come Ciad e Camerun

Angela Merkel sta valutando in che misura l'UE possa sostenere logisticamente e militarmente le truppe africane: si discute addirittura della creazione di un'unità antiterroristica internazionale. Peccato che la maggior parte della popolazione nigeriana abbia l'impressione di essere stata lasciata sola a fronteggiare il problema del terrorismo. «La comunità internazionale non si è schierata contro Boko Haram con la stessa rapidità con cui l'ha fatto contro l'Isis o contro altre organizzazioni terroristiche» chiarisce Odumu, docente nigeriano di "citizenship education & government". La sua regione non è stata colpita dai brutali attentati di Boko Haram «ma ogni volta che una regione del nord viene attaccata, tutti noi ci sentiamo addolorati e minacciati» 

Guardare lì, dove fa male 

«È vero che spetta ai singoli governi proteggere i propri cittadini, ma il terrorismo di Boko Haram ha tutta l'aria di aver assunto delle proporzioni esagerate» continua Odumu, che ritiene insufficienti gli sforzi fatti dal governo nigeriano fino a questo momento. «C'è bisogno di più misure proattive», prosegue. Sta di fatto che il capo di Stato Goodluck Jonathan ha prontamente condannato gli attentati di Parigi, mentre sul massacro in atto nel suo paese ha speso davvero poche parole. Il suo impegno sembra profondersi più che altro nella fase finale della campagna elettorale, con particolare attenzione a non mettere in gioco la sua vittoria alle prossime presidenziali di metà febbraio attraverso un'ammissione di impotenza di fronte ai terroristi. Si direbbe cinicamente che la lotta alla corruzione, una delle sue più importanti promesse elettorali, abbia la priorità rispetto a quella contro Boko Haram. 

Questa retorica della minimizzazione non viene criticata soltanto dai nigeriani in esilio. Amnesty International, con le parole del coordinatore tedesco per la Nigeria Christian Hannusek, reputa «insufficiente l'impegno del governo nigeriano nel fronteggiare Boko Haram». Un'opinione decisamente condivisa da molti nigeriani. Un lieve barlume di speranza sembra venire dalla presa di distanza del presidente Jonathan dallo slogan elettorale #BringBackJonathan2015, circolato in maniera non ufficiale e modellato, con un certo cattivo gusto, sulla campagna online #BringBackOurGirls, nata per chiedere misure concrete per la liberazione delle ragazze rapite nell'aprile 2014 a Chibok. L'indignazione che questo slogan ha suscitato nella popolazione nigeriana è paragonabile allo smarrimento di fronte all'inerte gestione del problema Boko Haram da parte del governo. 

In ogni caso, è sbagliato ritenere che le pesanti violazioni dei diritti umani si siano verificate solo nel nord islamico della Nigeria. La nazione più popolosa dell'Africa si situa infatti al 12 posto dell'Indice dell'impunità 2014 stilato dalla Committee to protect Journalists per l'alto numero di giornalisti morti in circostanze poco chiare. Appena un anno fa il presidente Jonathan ha introdotto una delle leggi tra le più lesive delle pari opportunità che ci siano al mondo. Per non parlare delle violenze della polizia, dello stato disumano in cui versano le carceri e dell'assenza di politiche in favore della protezione di donne e bambini. Christian Hanussek punta il dito sul fatto che proprio le violazioni dei diritti umani riscontrate dalle forze di pace sono causa del fallimento della lotta contro gli estremisti islamici. Amnesty International chiede che «lo stato nigeriano protegga i propri cittadini da Boko Haram attraverso regolari indagini che permettano di processare i responsabili. Invece - prosegue Hanussek - le forze di sicurezza stanno compiendo arresti, torture e omicidi in maniera indiscriminata. La comunità internazionale deve fare pressione sul governo nigeriano affinché la lotta a Boko Haram si svolga secondo regole degne di uno stato di diritto»

Dopo i fatti del 7 gennaio, in diversi Stati si è osservato un minuto di silenzio per mostrarsi solidali e rispettosi nei confronti delle vittime. Un rispetto che avremmo riconosciuto anche alle vittime nigeriane, se solo il massacro di Baga avesse trovato risonanza nei notiziari. 

La reazione che c'è stata di fronte ai fatti di Parigi dimostra che i nostri media non si lasciano zittire. Ma finché il narcisismo dell'Europa farà sì che si sorvoli su stragi come quelle della Nigeria, vorrà dire che la rinomata libertà di stampa di cui godono i media europei non sarà stata sfruttata al meglio. Forse è tempo di adottare e far circolare anche qui lo slogan lanciato dagli americani: #NigerianLivesMatter, per quanto appaia trito e ritrito. Almeno sarebbe un inizio. 

Leggi qui la prima parte del nostro approfondimento dedicato a Boko Haram