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Benvenuti all’Hotel Abkhazia, terra di nessuno di "rifugiati interni"

Articolo pubblicato il 27 ottobre 2011
Articolo pubblicato il 27 ottobre 2011
La recente ondata di sfratti dei profughi abcasi, detti anche “rifugiati interni”, nella capitale della Georgia Tbilisi, sta provocando l’indignazione di numerose associazioni per i diritti umani.

Liziko Kaulashvili non è una profuga. E’ una “rifugiata interna”, un termine più politicamente corretto per definire le migliaia di persone che come lei sono state espulse dalle enclavi secessioniste del’Abkhazia e dell’Ossezia del sud sin dall’indipendenza del paese nel 1991.

Liziko è originaria da Tskhinvali, in Ossezia del Sud. Dopo il conflitto tra la Georgia e le due regioni separatisteTskhinvali, lasciò la regione e si trasferì a Tbilisi con i suoi due piccoli bambini. Dal 1991, il cosiddetto “Hotel Abkhazia” è diventato la sua casa. “Nonostante la miseria, vivere lì era piuttosto comodo”, ricorda. La sua famiglia divideva quattro stanze, e c’era l’elettricità, il riscaldamento e una scuola pubblica vicino all’hotel. Liziko riuscì anche ad instaurare rapporti con i vicini.

Hotel Abkhazia

Dal 1992-1993, quando scoppiò il conflitto con la provincia separatista, più di 250.000 persone furono allontanate dall’Abkhazia. Secondo le statistiche dell’Ufficio degli avvocati d'ufficio, la maggior parte di loro trovò rifugio a Tbilisi. La prima ondata di ri-insediamento dei rifugiati abcasi iniziò durante la campagna elettorale in Georgia, nel luglio del 2010. I rifugiati, che negli ultimi decenni avevano vissuto nella città occupando illegalmente immobili pubblici e privati, furono espulsi, con lo scopo di rimandarli in Abkhazia. Dato che una parte degli immobili occupati era di proprietà dello Stato, il governo georgiano fu indotto dalle vigenti norme internazionali a fornire loro alloggi alternativi. Secondo la ONG Amnesty International “quando un ritorno sicuro non è subito possibile, il governo deve applicare misure per integrare le famiglie sfollate in comunità locali e fornire loro alloggi adeguati e l'accesso ai mezzi di sussistenza, per migliorare la loro auto-sufficienza e la possibilità di un rientro volontario”.

Foto: (cc) Davide Bombini/flickr - http://www.flickr.com/photos/anael_raziel/3289199172/in/set-72157621799485348/

In caso di occupazione di un immobile privato, il rifugiato interno doveva decidere tra due opzioni: un alloggio alternativo oppure riscuotere 10.000 dollari. “Prima o poi il processo di ri-insediamento deve iniziare. La decisione del ministero era assolutamente comprensibile, ma noi mettiamo in dubbio le modalità e i principi che la costituivano”, sottolinea Nino Qusikashvili, coordinatore del programma dell’Ufficio degli avvocati di statoo. Nell’agosto del 2011, Liziko e circa altre 700 persone furono sfrattate dall’Hotel Abkhazia. Due giorni dopo, solo la donna ricevette informazioni riguardo al secondo “processo di insediamento”. “La mattina presto, il mio nipotino, mio figlio, mio marito di 70 anni e io fummo sbattuti in mezzo alla strada senza avere la più pallida idea di dove andare”, afferma la donna.

Passare dalla città al paese

Molti dei rifugiati interni rifiutarono gli alloggi alternativi proposti dal governo georgiano. Ciò significava essere cacciati dalla capitale Tbilisi e andare verso le zone rurali, dove i tassi di disoccupazione sono estremamente alti. Liziko ribadì il diritto di rimanere in città. E giustifica la sua scelta: “A Rustavi (a sud-est di Tbilisi) tutto apparirà estraneo ai miei occhi. Senza amici, parenti e la mia gente, non potrò contare sull’aiuto di nessuno. Ci saranno meno possibilità di lavoro per mio figlio, cambiare scuola potrebbe anche risultare logorante per il mio nipotino”. Nino Qusikashvili capisce, ma giustifica la questione: una sistemazione adeguata non riguarda solo un luogo, un tetto, un pavimento, ma significa anche l’accesso ai servizi sanitari o alle opportunità di impiego. Questa non era la soluzione prevista dal ministero”, si rammarica. “Tutto ciò è accaduto perché molti degli sfollati hanno preferito rimanere senza un tetto dove dormire piuttosto che spostarsi verso le province. L’Ufficio degli avvocati di stato nel suo rapporto annuale dichiara che "per loro le zone rurali non erano accettabili a causa dell’inadeguatezza delle condizioni di vita”.

Imagining a life

A settembre, a Tbilisi, dinanzi al Consiglio d’Europa, ha avuto luogo una manifestazione di protesta contro l’indecenza di tale situazione. “Rispetto al 2010 ci sono stati dei progressi, ma sono necessari dei miglioramenti”, afferma Caterina Bolognese, rappresentante regionale del Consiglio d’Europa che segue con attenzione gli sviluppi della vicenda. Intanto, dopo aver vissuto per un mese in un garage, Liziko ha trovato un ostello. E’ un rifugio provvisorio prima dell’inverno, quando – spera- troverà una sistemazione più duratura.

Di Elvira Abdullayeva e Mariam Jachvadze. Questo è il secondo di una serie di articoli pubblicati questo autunno dai partner di cafebabel.com, EuroCaucasus News. Il progetto europeo di giornalismo e multimedia per studenti di Armenia, Azerbaijan e Georgia è organizzato da Canal France International (CFI). Leggi maggiori informazioni nel blog del progetto.

Images: main (cc) Argenberg/vascoplanet.com/; war face (cc)  Anael Raziel; Rustavi (cc) cinto2/acity.free.fr/; all courtesy of Flickr/ videos (cc) Arshaluis Mghdeshan, Elvira Abdullayeva and Mariam Jachvadze for EuroCaucasus News