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Barcellona, quei cinesi vicino a noi

Articolo pubblicato il 12 giugno 2012
Articolo pubblicato il 12 giugno 2012
Diventano sempre più numerosi. Stanno dietro i banconi di quei negozi dove puoi trovare veramente di tutto. Nonostante ciò, nessuno sa niente della comunità cinese in Spagna. Sveliamo il mistero addentrandoci nel quartiere cinese di Barcellona.

Nell'Internet Point di fronte a casa mia, cinquanta dei sessanta computer hanno il sistema operativo in cinese e, nel supermercato cinese a fianco, è facile trovare una lunga fila di cinesi che aspetta alla cassa per pagare i biscotti importati da Pechino e le birre Tsingtao ammucchiate nei cestelli.

Siamo a Fort Pienc, la chinatown barcellonese. Dei quindicimila residenti cinesi, la maggior parte tra i 25 e i 40 anni, più di mille vivono in questa zona dell'Eixample. Tuttavia, gli abitanti locali sanno poco e niente di loro. Quando chiedo ai miei coinquilini cosa sanno dei loro vicini orientali, ottengo risposte infarcite di luoghi comuni ricavati dai media: mafia, concorrenza sleale, immigrazione illegale. La conclusione che traggono dalla stampa spagnola è che Barcellona è invasa dai “Fu Manchu”. Una coltre di mistero li avvolge. Come mai sappiamo così poco di questi immigranti, molti dei quali hanno la nostra stessa età?

Il sogno di aprire un negozio (cinese)

Sono arrivati nella seconda città più grande della Spagna per fare un lavoro che non richiede qualificazione e che gli permette di guadagnare una somma sufficiente per aprire il proprio negozio. Per poter realizzare questo sogno devono lavorare senza sosta, e molti esigono lo stesso dai propri figli. “I miei amici, in genere, stanno nel negozio dei genitori. Non li disturba perché nel sud della Cina è abbastanza comune, come lo è per i giovani europei e statunitensi studiare. Per me, andare all'università è un regalo", dice David, un ragazzo cinese che ho incontrato in una farmacia del mio quartiere.

Secondo l'usanza prevalente, i genitori li mandano diverse volte in Cina, ai campi estivi organizzati per apprendere bene il mandarino. A volte, il soggiorno dura un anno intero per poter mettere da parte i soldi per la scuola infantile. Quando tornano in Spagna si vestono secondo l'ultima moda cinese e guardano video delle band di Taiwan e Hong Kong su pagine come 1ting.com, la versione cinese di YouTube. Nel pomeriggio chattano con gli amici in Cina e la mattina studiano storia spagnola in catalano a scuola. Vivono tra due mondi.

Studiare spagnolo è un lusso

Wenquing arrivò a Barcellona tre anni fa. Da allora si chiama Eva. Uno dei suoi parenti la ribattezzò, spiegandole che Eva è un nome più facile da ricordare qui. I primi ad arrivare furono suo padre e suo fratello minore, dopo li raggiunsero sua madre e suo fratello maggiore. Eva doveva decidere se restare in Cina, dove aveva un lavoro attinente al suo titolo universitario, o venire qui per stare con la famiglia e ricominciare una nuova vita. Scelse la seconda opzione e, durante il primo anno, lavorò come cameriera in un ristorante cinese. “Non mi sono fatta degli amici tra i colleghi, non avevamo molti argomenti in comune. Ma non conoscendo lo spagnolo non potevo trovare un altro lavoro”, dice. Quelli che arrivano quando hanno più di dieci anni non imparano mai la lingua locale al 100%. Nemmeno quelli che vanno a scuola. Gli alunni cinesi fanno poche domande a lezione perché in Cina non è educato rivolgere domande al professore. Hanno poca tendenza a esprimere emozioni, e per gli insegnanti è più difficile avvicinarsi a loro. Hanno un radicato senso della vergogna e per questo non amano parlare in spagnolo dall'inizio. Il risultato: molti non vengono promossi sebbene in Cina potrebbero essere brillanti. Anche i legami familiari non sono sempre immacolati. A volte i ragazzi passano così tanto tempo in Cina senza vedere i propri genitori che, quando arrivano in Spagna, gli è difficile recuperare la confidenza. Ci sono incontri e scontri. Molti si ritrovano sull'orlo di una depressione giovanile.

"La gran parte de los chinos no aprende el español (…). No tienen ni tiempo ni necesidad de estudiar el idioma"

Eva ha affrontato serenamente queste sfide. A differenza della gran parte dei suoi connazionali, ha frequentato un corso di spagnolo e già si sta preparando per l'esame di livello avanzato, mentre continua a lavorare in un'agenzia immobiliare cinese. Sogna di fare la traduttrice-interprete. Però ci sono voluti tre anni per guadagnarsi una vita più felice. “Immaginati, all'improvviso ti ritrovi in mezzo al niente, non conosci nessuno, non capisci niente e devi rincominciare da zero".

Un angolo di Cina

Oltre frequentare gli International Phone Center e cantare al karaoke, giocare alle slot machine è un altro tra i passatempi popolari dei giovani cinesi. Gli impiegati dei negozi cinesi scappano dal lavoro per andare a giocare nelle sale da bingo e prenotano le macchinette per evitare che nessuno vinca il denaro investito mentre vanno a cenare. Per il karaoke vanno in un ristorante dove si può riservare appositamente una sala privata.

Ed è lì che vado a cena con con Hsi, in arrivo da da Hong Kong. Ci siamo conosciuti a Fort Pienc e mi ricordo ancora la sorpresa, quando Hsi mi raccontò che non sapeva di vivere nel quartiere cinese. “Ci son così tanti cinesi in tutto il mondo, che non me ne sono reso conto”, mi ha detto. Hsi pensa che tutti i cinesi vengono qui per lavorare, e non per conoscere la cultura locale. Parla in maniera generica degli immigranti del Qingtián, così come gli spagnoli parlano degli immigranti cinesi. Se osservando una comunità dall'esterno è così facile cadere nel pregiudizio, mi domando: cosa penseranno i cinesi degli spagnoli?

Foto di copertina: (cc) BoHeMIo/flickr; testo, (cc) Yellow.Cat/flickr; celebrazione dell'anno cinese, (cc) Joseph form. Paris/flickr.