società

Banlieue: violenza e confino

Articolo pubblicato il 06 febbraio 2008
Articolo pubblicato il 06 febbraio 2008
Banlieue, nello slang perigino che inverte le sillabe, è “lieu du ban”, letteralmente, "luogo del confino". Nelle periferie francesi difficili si ammassano disoccupati. In edifici dall'architettura carceraria, con i figli, anch'essi contagiati dalla disillusione.

Negli anni Settanta, quando l'industria francese aveva bisogno di manodopera, l’immigrazione dalle ex-colonie fu la risorsa principale. È in questo periodo che le case popolari hanno raggiunto la loro massima espansione: grandi e freddi edifici, più o meno lontani dal centro, che immagazzinavano individui che portarono con sé le loro famiglie, prima della chiusura delle frontiere del 1974. La marginalizzazione di oggi è il frutto della mancanza di investimenti e di un un programma statale che non ha saputo pensare le conseguenze.

Ne parliamo con Les Canibouts, un'associazione culturale situata in una banlieue molto particolare: la petit Nanterre.

La gentaglia di periferia

Questo quartiere periferico subisce un doppio isolamento: il fiume e i binari del treno separano i suoi abitanti, circa 9000, dal resto dei residenti di Nanterre, 76.000. Hanno come vicini La Défense, la zona di Parigi dove si concentrano le grandi società quotate in Borsa, e Neully sur Seine, uno dei comuni più ricchi de l'île de France, il cui sindaco, prima di ascendere all'Eliseo, è stato Nicolas Sarkozy. È da qui che il super presidente ha definito "racaille" (feccia) la popolazione delle periferie. Come Nanterre, appunto.

L’Ospedale di Nanterre è conosciuto come il luogo in cui pernottavano i senzatetto di Parigi quando dormire per strada era proibito. Ora che è permesso, invece, la politica della "tolleranza zero" vieta ai giovani di riunirsi sotto il portone di casa.

In questo modo si vorrebbero evitare episodi come l'incendio di un autobus, proprio a Nanterre, per mano di cinque giovani incapucciati, nel giorno del primo anniversario delle rivolta del 2005.

Qui si trova il centro socioculturale Les Canibouts. Come tante altre iniziative sociali conta su un autofinanziamento minimo, frutto di incassi simbolici, e di aiuti – e dunque dipendenza – da esterni. Nel suo caso provenienti dalla Caf (un aiuto che viene dato dallo stato francese per l'affitto, ndr), dalla Ddjs (Organismo che si occupa di Gioventù e Sport), e dal municipio. Marjorie Vignon, assistente sociale a Les Canibouts, ci dice che, a causa della «molta burocrazia necessaria a fare domanda, e le poche garanzie di ottenere i finanziamenti, è difficile fare piani a lungo termine».

Marjorie è di origine bretone ed è la responsabile dei bambini dai sei ai dodici anni, ma presto coordinerà il dipartimento di consulenza familiare: «Mediamo tra la domanda dei cittadini e le istituzioni, perché spesso i contributi non sono adeguati». Molte iniziative muoiono per mancanza di sovvenzioni e, per evitarlo, Les Canibouts collabora con un'altra associazione della zona, il Valérie Méot, specializzato in famiglie. Lo scopo è lo sviluppo del quartiere, e per questo organizzano "Il caffè dei genitori" in cui si discute dell’educazione dei minori e di politica locale, oppure la festa di Natale, che quest’anno ha avuto un menù a base di couscous.

Antighetto

Come il couscous e il Natale, le diverse religioni convivono nelle banlieue e, nonostante ciò, i musulmani vengono indicati come i responsabili dei disordini. Lontano dai pregiudizi il sociologo, Loic Wacquant, usa il termine "antighetto". Secondo lui «le banlieue europee sono eterogenee. La marginalizzazione dei loro abitanti non dipende dalla razza, né dall’etnia, ma dalla classe sociale».

Di fatto, l’urbanesimo delle periferie francesi impedisce le relazioni di vicinato e di comunità che, invece, vengono promosse dalla religione. Questi quartieri disegnati per rendere difficile agli operai immigrati relazionarsi e distrarsi, incitandoli al risparmio per diventare futuri proprietari. E questo facilita la presenza della polizia, così forte in questa Repubblica.

A tal proposito, Ludovic Alexandre, che coordina gli adolescenti a Les Canibouts, ironizza vicino alla finestra di un’aula del centro: «Dove sono le macchine in fiamme e i giovani aggressivi?». Lui canalizza l'energia creativa dei suoi ragazzi con laboratori di teatro, slam e video. E durante i fine settimana e le vacanze si fanno escursioni nel verde.

Ludovic lamenta che, agli abusi della polizia, e alla disattenzione statale si unisce «la visione che i mezzi di comunicazione danno delle banlieue», trasmettendo senza sosta le reazioni violente e i poliziotti feriti. Non viene però dato spazio alle manganellate che ricevono i giovani di queste zone, diffuse su You Tube, che sono poi all'origine delle proteste.

Di questo si occupa il libro C'est de la racaille? Eh bien, j'en suis! (Si tratta di gentaglia? Ebbene, ne faccio parte), di Alèssi dell'Umbria. Nel testo, un testimone afferma che «se ci fossero monumenti non si brucerebbero le macchine», in quanto l'automobile è un elemento simbolico, anche dell'isolamento di questi quartieri. Spesso senza automobile non se ne esce. È il caso di Clichy sous Bois, protagonista degli avvenimenti del 2005: non ci sono stazioni ferroviarie, né della metropolitana. È la banlieue più povera di tutte, con un tasso di disoccupazione che tocca il 45%.

Gli incendi rispondono alla richiesta di attenzione delle periferie, e alla voglia di cambiamento. Ancor più visto che, dopo le proteste del 2005, nel gennaio del 2006 sono entrate in vigore nuove misure anti-disoccupazione.

Repressione non vuol dire soluzione

Il contenimento da parte della polizia impedisce che questa situazione esploda, ma non la migliora. La prova ne sono i disordini dell'autunno del 2007, nuovamente motivati dalla morte di due giovani in un incidente con la polizia.

«Questa crescente presenza della polizia coincide con le restrizioni degli aiuti sociali», dice Marjorie. “E continua: «La maggioranza delle attività sono strumenti che permettano agli abitanti delle periferie di avere un uguale accesso alle opportunità», come corsi di alfabetizzazione, di francese e di informatica. C'è anche un servizio di asilo nido, gite culturali, consulenza giuridica gratuita o aiuti nella ricerca di un lavoro. «E mentre bambini e donne vengono al centro, gli uomini raramente partecipano», lamenta Marjorie, che assicura però la promozione di attività miste.