società

Baby gang di Brixton: storie di ordinaria criminalità a Londra

Articolo pubblicato il 25 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 25 febbraio 2016

A Londra il fenomeno delle baby gang è di nuovo in crescita. Per scoprire questo mondo, nascosto dietro il luccichio del London Bridge e delle insegne di Piccadilly Circus, cafébabel è andata a Brixton: sobborgo a netta prevalenza nera di origini caraibiche, nel sud di Londra. Abbiamo parlato con Tracey Sour Miller, la ragazza più pericolosa di Angell Town negli anni '80.

«You can crush us, you can bruise us, but you'll have to answer to, oh, the guns of Brixton»cantavano i Clash negli anni '70, quando il quartiere di Brixton era luogo off limits per bianchi e incensurati, dove la mafia giamaicana prosperava indisturbata. Era territorio degli Yardies: così erano soprannominati i giamaicani arrivati in massa negli anni '50 da West Kingston, Giamaica, che abitavano i Governments Yards costruiti dagli inglesi nella colonia. Quartiere a netta prevalenza nera di origini caraibiche, Brixton è noto alle cronache anche per i cosiddetti Brixton riots, ossia i disordini che periodicamente hanno colpito l'area, e che hanno visto sempre la morte di un uomo di colore per mano della polizia. 1981, 1985, 1995, e il più recente, nel 2011

La faccia oscura del sogno inglese, la si potrebbe definire. Oltre le zone più ricche nell'ovest di Londra, al di là anche del povero e operaio East End, c'era il sud. C'era Brixton. Negli anni la gentrificazione ha in gran parte eliminato queste differenze, ma non è riuscita a risolvere un grosso problema della società: le baby gang, che sono ancora più diffuse e strutturate. Negli anni '80 erano gli Younger 28s, i Junction Boys, i Peckham Boys e i Ghetto Boys. Oggi ci sono i Muslim Boys, i Poverty Driven Children, i Guns and Shanks, gli ABM (All 'Bout Money) e i TN1 (Tell No One). 

Chi ne fa parte è giovane, molto giovane, spesso neanche maggiorenne. Sono inglesi nati a Londra ma di origine straniera, e spesso provengono da famiglie disastrate. Rapine, accoltellamenti e sparatorie che spesso terminano con la galera. Sono guidati dal disagio, dalla povertà, dall'odio, che respirano tra le mura domestiche. Vivono in un quartiere dimenticato dallo Stato, dove quando scende la notte la gente si rinchiude in casa, e quello che succede fuori è meglio non ricordarlo. Si inizia la propria "carriera" nelle baby gang già da piccolissimi, 12 o 13 anni, con furtarelli di poche sterline ai grocery stores, per finire in carcere a 16 anni con l'accusa di rapina a mano armata. Chi sono questi giovani? Che cosa chiedono alla società? E perchè lo Stato inglese sembra ignorarli? 

Una giornata ad Angell Town

Arrivo a Brixton in un freddo ma sereno pomeriggio invernale. Uscendo dalla metropolitana mi ritrovo nella via principale, Brixton High Street. Pullulano grandi catene di negozi, fast food, supermercati. Il murales di David Bowie è la maggiore attrazione in questo momento. Tanti neri – in netta prevalenza – sui marciapiedi. Si vedono anche diversi bianchi. Ma la mia meta è un'altra: Angell Town

Uscita da Brixton High Street, le vie si fanno meno affollate, i negozi più radi e di bianchi nemmeno l'ombra. Entro nell'area residenziale di Brixton. Non c'è quasi nessuno per strada, se non qualche gruppetto di ragazzi. Sono le 17 e ormai si sta facendo buio. Imbocco Overton Road: sono arrivata. Angell Town, un complesso di Council houses, di case popolari, spicca nella sua vastità e fatiscenza. Mi incammino dentro a quello che scopro essere un vero e proprio "quartiere nel quartiere": tante case, una accanto all'altra, fatte di mattoni ma spesso rattoppate con il compensato; le tende chiuse, diverse bandiere giamaicane alle finestre. Al numero 159 si trova il South Central Youth, un centro d'aiuto per i giovani risucchiati dal vortice della criminalità. Ann Stockreiter, a capo dell'organizzazione, mi racconta quello che fanno.«Spesso sono io che vado da loro, altre volte loro che vengono da me. Li incontro alle stazioni di polizia, oppure qui, al centro» mi spiega Ann. «Il nostro è un aiuto psicologico ma anche pratico, per migliorare il loro stile di vita. Li supportiamo in tutti i campi, da quello scolastico a quello familiare: vogliamo che sviluppino consapevolezza». 

«La situazione delle baby gang è peggiorata rispetto agli anni '80: le bande sono molto più frazionate, quindi più numerose. Le principali e le più strutturate oggi sono Rock Block, 67s e Siru, ed i loro componenti hanno dai 12 ai 19 anni». C'è una cosa che voglio chiederle: quanto è presente lo Stato inglese in queste circostanze? «Purtroppo il supporto che esiste è insufficiente: mancano i fondi per finanziare organizzazioni come la nostra, ma anche una certa consapevolezza delle necessità di cui questi giovani hanno bisogno». 

Chiedo ad Ann se mi racconta una storia di riscatto di uno dei suoi ragazzi: «Joshua smise di frequentare la scuola perchè bullizzato verbalmente e fisicamente dai compagni. Iniziò a delinquere, a spacciare e a mettersi nei guai. Con il nostro supporto Joshua ha ripreso gli studi, conseguito una laurea in fisica e chimica e ora presta il suo aiuto nei Paesi in via di sviluppo».

Una visione dall'interno

Cosa spinge questi giovani ad entrare in una banda criminale? Ho avuto l'opportunità di intervistare Tracey Miller, o Sour (amara, aspra) come si faceva chiamare quando negli anni '80 era la ragazza più pericolosa di Angell Town. Appena 15enne era entrata a far parte della temuta gang degli Younger 28s. Ha rubato, ha accoltellato, ha spacciato droga, è finita in carcere. Mi ha raccontato la sua storia, e la nuda e cruda verità dietro le sue azioni.  

Nata in Giamaica, Tracey è sbarcata a Angell Town a 10 anni, insieme alla madre. Il padre in carcere, una serie di patrigni-meteore, una madre schizofrenica e la povertà dentro casa: le condizioni di vita non lasciavano presupporre il meglio. «Quando mia madre aveva uno dei suoi attacchi e la portavano in un centro di recupero, tirava fuori un coltello dalla cucina per difendersi. Il suo comportamento mi sembrava normale, e sono cresciuta disillusa. Uno dei miei patrigni era un pedofilo: usciva dal bagno mostrandomi la sua erezione con la lingua di fuori. Iniziai a nascondere un coltello sotto il cuscino la notte, ed ero più che intenzionata ad usarlo contro di lui se mi avesse toccata. Da lì a portarmi un coltello sempre con me in giro, il passo è stato breve». 

«Sembra assurdo, ma in prigione mi sentivo al sicuro, persino protetta. Non dovevo preoccuparmi di mia madre e dei suoi sbalzi d'umore, del mio patrigno, delle cattive compagnie là fuori per strada: in carcere potevo essere me stessa, senza maschere o armature» racconta Tracey. «Se sapevo di avere un'altra scelta? Esiste sempre un'altra scelta. Sapevo che quello che stavo facendo era sbagliato, nel profondo della mia testa. La mia salvezza? Essere rimasta incinta a 18 anni. Mia figlia mi ha reso una persona migliore. Le mie figlie sono il mio contributo alla società». 

Tracey oggi vive a Brixton insieme alle sue due figlie, che conoscono il passato della madre. Ha scritto un libro sulla sua storia e ha lanciato una campagna, One Minute in May, per sensibilizzare la popolazione sulla piaga delle baby gang e per sostenere le famiglie di coloro che ogni anno cadono per mano delle pistole e dei coltelli di Brixton. A Londra nel 2015 sono stati 15 i ragazzi (tutti minorenni o appena maggiorenni) che hanno perso la vita in seguito a degli accoltellamenti. Mentre le operazioni di polizia cercano di combattere la criminalità giovanile.

Il progetto One Minute in May.

L'articolo è stato aggiornato l'11 aprile 2016.

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Testo di Vittoria Caron. Foto di Valentina Calà.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei, finanziato dalla Commissione europea.