società

Azerbaigian: la mia "prima" black list

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 02 febbraio 2016

(Opinione) "Alla fine del 2015 l’ambasciata dell'Azerbaigian mi ha inserito in una black list speciale", una lista di personae non gratae, giornalisti ed esponenti della cultura italiana a cui è vietato l'ingresso nel Paese caucasico. "Una storia che mi ha insegnato un paio di cose riguardo la nostra responsabilità di cittadini" e che le vere vittime sono altre. Testimonianza.

Novembre 2015, l'ambasciata azera a Roma diffonde una black list speciale: la "lista nera" delle persone considerate sgradite dalla Repubblica dell'Azerbaigian. In questo elenco si trovano i nomi dei cittadini italiani a cui è impedito l'ingresso nel Paese per i prossimi 5 anni. Tra questi anche il mio. Il motivo ufficiale è il seguente: mi sarei introdotto nel Nagorno-Karabakh – Repubblica indipendente che Baku continua a considerare come un suo territorio – senza visto, e dunque in violazione della sovranità azera. Ma forse la storia non è andata proprio così.  

Il senso delle proporzioni

Mi trovo ad avere l'amaro onore di essere il più giovane giornalista inserito in questa lista nera, dove figurano esclusivamente artisti, attori ed operatori della cultura e dell'informazione. Probabilmente, ci sono finito proprio per averne scritto. L'articolo "incriminato" è stato pubblicato su East Journal, che nella galassia informativa italiana è un piccolo magazine online di settore, un progetto formato e animato esclusivamente dalla passione autentica di alcuni volontari e da una rete di corrispondenti.

Sono uno studente e, all'interno di questa black list infame, rappresento un "pesce piccolo" (probabilmente il più piccolo) che non possiede né una firma né una fama comparabili a quella delle altre personalità non gratae. Questo dettaglio, a mio avvisto, rende la vicenda ancora più inquietante. Come riassume il direttore di East Journal, «se persino un giornale così piccolo e poco importante come il nostro viene preso di mira dalla censura azera, significa che dalle parti di Baku hanno perso il senso delle proporzioni. E quando si perde il senso della misura, la censura diventa paranoia, il divieto diventa psicosi, l'autocrazia diventa barbarie». 

Paradossalmente, il mio articolo, che parla di un caso di pulizia etnica effettuata dalle truppe armene durante il conflitto del Nagorno-Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia), avrebbe potuto benissimo fungere da rivendicazione azera. Il fatto che un giornalista imberbe abbia ricevuto questo provvedimento di "ostracismo", per un articolo addirittura giudicabile come "filo-azero" e pubblicato da una testata di nicchia, indica la maniera indiscriminata con cui questo regime si relaziona al dissenso. Sicuro che l'esportazione delle sue risorse energetiche gli consentano l'impunità internazionale. 

Il vero motivo

Ho potuto constatare in prima persona come la motivazione di «aver violato il territorio azero senza visto» sia solo un pretesto per colpire operatori della cultura e dell'informazione. Come si legge in calce alle immagini, le foto pubblicate sono di mia sorella. Mi trovavo infatti nel territorio del Nagorno-Karabakh, con regolare visto ottenuto dall'Ambasciata che ha sede a Yerevan, in Armenia (ovvero l'unico modo per entrare in questa piccola Repubblica), insieme alla mia famiglia.

Nella prima comunicazione che ho ricevuto si menzionava anche mia sorella, complice con me nella supposta violazione del territorio azero. Quindi l'Ambasciata azera ha dimostrato di sapere che anche lei aveva commesso lo stesso illecito a me imputato. Tuttavia il nome di mia sorella non compare tra le persone sgradite: sembra decisamente che non sia questo il motivo reale dietro l’inserimento nella "lista nera".

Una normalizzazione strisciante

Questo frangente mi ha spinto a documentarmi maggiormente sull'Azerbaigian, andando oltre la lettura degli articoli del giornale con cui collaboro e delle testate specialistiche. Questa ricerca mi ha permesso di scoprire che l'ex Presidente della mia provincia ed ex parlamentare europeo, si era impegnato in un'operazione di normalizzazione (rivolta ad un pubblico perlopiù digiuno di Caucaso) per presentare l'Azerbaigian come «l’esempio concreto di pacifica convivenza tra etnie e religioni diverse».

Approfondendo, noto che lo stesso europarlamentare, eletto nella mia circoscrizione elettorale, si è impegnato anche in altre operazioni di restyling di Paesi illiberali, come quella in relazione alle colonie israeliane di Shomron. Realizzare che un politico eletto si sia speso – senza che lo sapessi – in questo tipo di azioni, mi ha ricordato la necessità di monitorare le attività dei nostri rappresentanti. Soprattutto quando il ruolo che ricoprono garantisce loro la possibilità di presentare interpretazioni faziose, che riguardano realtà distanti dalle nostre, come delle verità storiche. 

È per questa serie di motivi che è di vitale – letteralmente vitale – importanza informarsi (e informare) sui fatti che avvengono in Paesi illiberali, specialmente se questi hanno solide relazioni economiche con l'Unione europea. È importante dare voce a quell'opinione pubblica internazionale, composta di ONG, associazioni e singoli, che è l'unica forma di pressione effettiva che la cittadinanza globale può compiere.

Le vere vittime

Il marchio di questa black list non è – evidentemente – gratificante. Soprattutto per chi, come il mio collega di East Journal e di Osservatorio Balcani e Caucaso, Simone Zoppellaro, è continuamente attaccato dalla stampa azera. Ma noi non siamo eroi e nemmeno abbiamo compiuto qualcosa di meritevole, come questa reazione illiberale potrebbe far pensare. Io ero in vacanza in un luogo inusuale e ho voluto raccontare una storia. Semplicemente. La nostra situazione è tale –  per il momento – da permetterci di prendere con ironia un rigurgito stalinista e kafkiano a cui noi non siamo più abituati.

Se però Baku può agire in questa maniera verso dei giornalisti stranieri, deve essere particolarmente grave la situazione per quei cittadini azeri che non si piegano al regime, guidato ininterrottamente dalla famiglia Aliyev dal 1993. Sono pochi i giornali che denunciano la situazione di violenza immotivata ed impunità in cui vivono i giornalisti azeri. Credo che sia a loro che debba andare la nostra solidarietà. È il loro lavoro ad essere pericoloso; sono le loro vite che sono sprecate in carcere o nel terrore, per aver deciso di parlare di qualcosa che gli organi governativi non approverebbero. Vorrei che questa occasione fosse un momento per fare lobbying o, perlomeno, raccontare le storie delle persone che, per colpa di questi autocrati e signori del gas e del petrolio, sono costrette a vivere nella paura. Ogni giorno.

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Simone Benazzo partecipa alla redazione locale di cafébabel Torino.