società

Aylan, i rifugiati siriani e le nostre responsabilità

Articolo pubblicato il 06 settembre 2015
Articolo pubblicato il 06 settembre 2015

(Opinione) La foto di Alan, il bambino siriano trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha fatto il giro del mondo suscitando rabbia e commozione. Ma la sua storia rischia di essere presto dimenticata se non decidiamo di risalire alla radice della crisi migratoria.

Di Alan Kurdi* si è scritto tanto. Ognuno di noi ha reagito in modo diverso alla pubblicazione della foto che lo vede a pancia in giù, sulla spiaggia di Bodrum, senza vita. Il mare ha spezzato la speranza di Alan e della sua famiglia di raggiungere il Canada, dove da tempo vivevano alcuni parenti che li aspettavano. Quel mare siamo noi. Se ogni giorno in Siria, e nell’odissea che accompagna i migranti, muoiono centinaia di persone, centinaia di Alan, la colpa è solo nostra. La colpa è di una comunità internazionale (non solo dell’Europa, penso anche all’America o ai paesi del Golfo) che per troppo tempo è rimasta a guardare senza muovere un dito, fredda e inerme.

Ora di colpo, basta l’immagine straziante della morte di un bambino per risvegliare le nostre coscienze atrofizzate? Come se già non bastasse sapere che, nemmeno troppo lontano dalle nostre case, c’è una guerra in corso da 4 anni dove non esiste via di scampo: da una parte c’è un regime che uccide, bombarda e tortura la propria gente; dall’altra dei barbari fondamentalisti che compiono atrocità di ogni genere. E poi ci siamo noi, che ergiamo muri e filo spinato. Noi che parliamo di etica e di censura, di immagini che urtano la nostra sensibilità e di banalità dell’orrore. Noi che siamo pronti a imbracciare le armi per difendere il crocifisso nelle scuole, che la domenica mattina andiamo a messa ma chiudiamo le porte in faccia al prossimo.

Noi che "non siamo razzisti ma aiutiamoli a casa loro", dimenticandoci che, in casa loro, abbiamo responsabilità dirette e manifeste. Noi che temiamo l’invasione dei musulmani, anzi degli "islamici", ma che ci piace tanto stringere accordi con Arabia Saudita e Qatar. E infine, ci siamo noi che condividiamo la foto del piccolo Alan senza vita, ma che spesso non ci interroghiamo sul perchè e da cosa sia scappato. Tergiversiamo, oppure non siamo semplicemente interessati ad analizzare le cause di una tragedia umana senza precedenti.

Allora le nostre lacrime sono inutili. Perché se un’immagine non è accompagnata da una storia e non è adeguatamente approfondita, è un’immagine vuota che rimane sospesa; giusto il tempo di creare scalpore e turbare gli animi e poi, puff, svanisce nell’aria. Cade nell’oblio. Di immagini così ce ne sono state e ce ne saranno ancora. E ci ritroveremo di nuovo allo stesso punto, a commuoverci ipocritamente, a condividere contenuti senza riflettere e a perderci in dibattiti, certamente interessanti, ma che si limitano a considerare le conseguenze, e non la radice del problema.

*Aggiornamento dell'8 settembre 2015: a differenza di quanto reso noto inizialmente, il nome corretto del bambino curdo era Alan e non Aylan (il nome trascritto in turco dalle autorità locali). Cafébabel si scusa e ha quindi deciso di correggere il testo in un secondo momento (L. Be.).