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Attentati di San Pietroburgo: qui o lì

Articolo pubblicato il 05 aprile 2017
Articolo pubblicato il 05 aprile 2017

La nostra autrice ha trascorso un anno a San Pietroburgo per uno scambio Erasmus. Lunedì, giorno degli attentati alla metropolitana della città russa che hanno provocato 14 morti, era a Parigi. Nel novembre 2015, al momento degli attacchi alla capitale francese, era in Russia. Ecco le sue impressioni.

La città cammina all’indietro, vuota, silenziosa. Alcuni passanti, stravolti, immersi nei loro pensieri, si ritrovano per strada, a testa bassa; si direbbe che siano imbarazzati per quella passeggiata. Nel momento in cui arrivo all’ambasciata, una forte pioggia inizia a cadere. Si è già formato un gruppetto all’ingresso dell’edificio. I suoi membri fronteggiano una massa eterogenea, raccogliendo fiori, candele, bandiere e parole di sostegno. La guardano, la ammirano, fissi. Qualche lacrima scende sul viso di alcuni, mescolandosi alle gocce di pioggia che bagnano i biglietti di condoglianze e i disegni dei bambini. Lo stretto marciapiede della Prospettiva Nevskij, arteria principale di San Pietroburgo, non permette di soffermarsi a lungo. Al mio turno, depongo dei fiori, dei garofani rossi, sulla soglia dell’ambasciata. Lascio questo solenne memoriale con l’impressione che sia troppo poco, che io sia troppo lontana.

Questo ricordo risale a circa un anno e mezzo fa, al 14 novembre 2015. Originaria della banlieue parigina, ero partita a settembre per un programma di scambio di un anno a San Pietroburgo. Il giorno prima, gli attentati più violenti che la Francia abbia mai subito avevano colpito Parigi, la mia amata capitale. Lunedì scorso, dopo che una bomba è esplosa nella metropolitana di San Pietroburgo uccidendo sul colpo 10 persone, ho riprovato quella sensazione spiacevole: non essere nel posto giusto, al momento giusto. Frustrazione, colpa, come poter essere d’aiuto e mostrare il proprio sostegno da fuori?

Ritornano le solite abitudini, come un rituale. Ricevere notizie dei propri cari, per assicurarci che stiano bene. Postare un messaggio sui social network. Seguire i media per raccogliere informazioni. E infine: parlare con i propri amici del perché, del come e del futuro. Oggi, tutte queste cose si possono fare anche a distanza. Tuttavia, ci si sente inadeguati. Si vorrebbe essere lì, con loro. La nostra presenza sul posto potrebbe cambiare la realtà? Certo che no. In fondo, qui o lì, qual è la differenza?

Seguo il notiziario e vedo le immagini della piazza Sennaja che ospita la stazione della metro in cui sono avvenuti gli attentati. I miei ricordi si riaffacciano alla mente. Cosa rappresenta questa piazza per me? La confusione, la folla, dove le piccole botteghe di šaverma (kebab russi) e i negozi di scarpe e di schede telefoniche a buon mercato affiancano le vetrine delle grandi insegne internazionali. Un condensato di Russia in cui il movimento e la vita non cessano mai. Mi immagino semplicemente nella metro. Le sue ampie porte mi accolgono a braccia aperte. Il tipico messaggio annuncia la partenza. "Attenzione, chiusura delle porte. Prossima fermata: Institut Technologičeskij.” Ritorno alla realtà e agli attentati.

Vivere gli attentati dall’estero è uno strazio continuo. Deporre un fiore all’ambasciata, cambiare foto profilo su Facebook, queste azioni sembrano cosi infime e vane. Niente sembra avere importanza di fronte a questi eventi. L’unica cosa che importa è essere presenti. Mostrare fisicamente la propria compassione. Condividere così il fardello del dolore e della paura collettiva. Invece, ci si informa, ascoltando le notizie flash che apportano nuove rivelazioni con il contagocce. Si entra così in una realtà lontana e familiare allo stesso tempo. Cerchiamo qualsiasi cosa possa tenerci uniti. Ci si sente impotenti non potendo offrire nient’altro che un aiuto anonimo.