società

Attentati a Istanbul: la singolarità del male

Articolo pubblicato il 24 marzo 2016
Articolo pubblicato il 24 marzo 2016

Sabato scorso, dopo Sultanahmet il 12 gennaio, un nuovo attentato ha scosso Istanbul il 19 marzo e ha colpito il suo secondo polmone, Taksim. Ancora una volta il cuore della città è stato ferito. Una riflessione personale.

Poco prima dell'attentato di questo weekend, il 19 marzo, qualcosa era già cambiato ad Istanbul. Da giovedì scorso, il gioco del terrore è entrato in una nuova dimensione: era ormai tangibile. Era il 17 marzo, rifugiata in un bar perchè avevo troppa paura di prendere la metropolitana per andare al lavoro, avevo già realizzato che l'atmosfera era differente. Dopo gli attentati del 13 marzo a Ankara, ci siamo arrivati : «loro» avevano raggiunto l'obiettivo. Tutti erano nervosi, tutti avevano paura. Il sentimento dell'insicurezza aveva preso piede. Gli elementi scatenanti di questa fase: la Germania, i social network, le dicerie e le loro eventuali conferme. Il racconto di un weekend di totale terrore, reale e virtuale.

La Germania

Il primo elemento di questa coincidenza "WTF" di questo giovedì nero: la Germania, che per delle ragioni oscure, ma sicuramente fondate (dopo tutto stiamo parlando della Germania) ha deciso di chiudere la sua ambasciata ad Ankara, così come i consolati e le sue scuole private a Istanbul, Taksim...per un unico giorno. Un solo giorno, né più né meno. Motivo: forti sospetti di un attentato proprio per quel giorno. Non so voi, ma quando la Germania inizia ad aver paura, ho paura anche io. Quindi ho iniziato a sentirmi insicura. E ho deciso di non andare a lavorare, sapendo che avrei avuto sicuramente una crisi cardiaca prima di arrivare a destinazione.

Lo so perché dopo un mese e due attentati ad Ankara, il mio approccio al terrorismo si è evoluto. E il terrore non è più banale. All'epoca osservavo la mia calma e il mio diniego: ora non provo più rifiuto, e non sono calma per nulla. Ho paura delle auto, ho paura della metropolitana, ho persino paura dei ragazzini che giocano ai petardi o delle moto che schiacciano delle bottiglie di plastica. Per farla breve, di tutti quei suoni che somigliano a «bum», «pot pot pot», «crriiiiii».  

I social network

La grossa differenza (oltre all'impossibilità di guardare la realtà e sapere che abito in un Paese che sta affrontando una guerra su almeno due fronti) è che dopo l'ultimo attentato ad Ankara il terrore si è infiltrato nelle nostre reti sociali, per farci saltare i nervi, oltre a sfigurare i nostri quartieri. 

Nelle altre città della Turchia i social network sono molto utilizzati: spesso se ne fa un buon uso (a livello informativo, specialmente, considerando gli stretti controlli governativi), spesso ammirabile (per i donatori di sangue dopo gli attentati del 10 ottobre), altre volte assolutamente maldestro o sconsiderato, come il giovedì in questione e i 4 giorni che l'hanno seguito. Siamo stati testimoni di una catena di messaggi su Facebook e WhatsApp: senza dubbio ben intenzionata, ma tanto incoerente quanto allarmistica.

Quello stesso giovedì mattina un mio amico è entrato in salotto leggendo un messaggio da uno dei suoi contatti che invitava a restare allerta:«175 kalashnikov sarebbero stati trovati in un appartamento, e ci sarebbero grossi rischi di attacchi nei quartieri notturni questo weekend»Altri contatti Facebook e WhatsApp, condividevano dei messaggi simili, spesso accompagnati da copie di documenti pseudo ufficiali:

«Dicono che hanno pianificato degli attacchi terroristici sul territorio. Sono pronti ad aprire il fuoco». «Un medico ha ricevuto informazioni secondo le quali gli ospedali devono essere pronti 24 ore su 24. Sono previsti attacchi terroristici alle fermate dell'autobus di Zincirlikuyu, Mecidiyekoy, Besiktas, Sisli, Levent, ai centri commerciali e agli approdi dei traghetti». «19 bombe esploderanno a Istanbul a seguito del primo attentato ad Ankara. Non andate nei centri commerciali, nelle metropolitane, restate lontani!»

Le dicerie

L’origine di questi messaggi? Totalmente sconosciuta. Molti hanno sospettato si trattasse di spam o di una bufala. Anche io. Ma i turchi, avendo da molto tempo perso ogni fiducia nel proprio Governo, sono piuttosto inclini alle teorie cospirazioniste. Capiamoci: tutti lo sanno, ma nessuno ce lo dice. I turchi, molto sensibili, si convinceranno che è sempre meglio credere a una bufala che al silenzio del Governo.

Quindi, sì: giovedì, nel momento in cui siamo venuti a conoscenza della chiusura degli uffici tedeschi a Istanbul, dei licei e quando ci sono arrivati quei messaggi poco rassicuranti, il Governo non aveva ancora commentato nulla. E un turco, il mio coinquilino per esempio, vi dirà: se il Governo non dice nulla, ma la Germania dà segni di panico, è probabile che la notizia sia abbastanza grossa per far chiudere le istituzioni tedesche e troppo importante per non sconvolgere l'ordine pubblico. 

L'atto

Ed ecco qua. Giovedì sarei dovuta andare a stringere la mano di Pascal Nouma (un ex calciatore francese, n.d.r.) mangiando dei piccoli dolcetti a forma di pallone durante una cerimonia al Palais de France. Presa dal panico ho annullato tutto e mi sono andata a rifiugiare nel caffè che ho menzionato all'inizio. Niente di importante ha turbato la vita quotidiana di Istanbul e mi sono sentita un po' sciocca ad aver annullato tutto «per nulla». Perché non ero riuscita a tenere fede al «non lasciamo che ci impediscano di vivere».

Rassicurata, venerdì sono uscita a Taksim (Istiklal), anche se la Germania teneva i suoi uffici chiusi. Ho bevuto, ho ballato e qualche ora più tardi sono tornata a casa. A Taksim, ma dall'altra parte del parco Gezi. E l'indomani, sabato alle 11 ora locale, io e la mia città ci siamo svegliate con i postumi della sbornia. «Abbiamo festeggiato troppo», scrive Marie in un post su Facebook: «La guerra non conta i chilometri per arrivare, ma di tanto in tanto, bussa alla porta e ti ricorda che si trova ancora là. Tutto è calmo oggi, come se Istanbul avesse festeggiato troppo e adesso accusasse i postumi della sbornia…»

Poi ho pensato a quelle povere persone che avevano deciso di non avere paura. E mi sono sentita triste, perché il mio quartiere era stato colpito al cuore. Poi mi sono sentita male per non aver mai provato tristezza per il quartiere di altri, il cuore di altri.

E ho pensato alla Germania, che ci aveva avvisati. Se una delle dicerie non era più tale, allora significava che tutte le altre si sarebbero potute avverare. Non è servito fare altro affinché questo genere di bufale iniziassero a circolare. Ricordandoci per esempio che il 20 e 21 marzo, in occasione della festa della Newroz, la festa della primavera, 19 macchine kamikaze sarebbero dovute esplodere in 19 parti diverse della città. E ho cominciato ad avere paura di nuovo.

Fino a lunedì mattina, quando sono rimasta a casa a pensare, perché «non si sa mai». E milioni di altre persone hanno fatto la stessa cosa. Perché «non si sa mai». La città era deserta. E un deserto di 14 milioni di abitanti è semplicemente devastante. 

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Istanbul.