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Assicurarsi in comune in Senegal

Articolo pubblicato il 11 giugno 2008
Articolo pubblicato il 11 giugno 2008
Nella regione di Thiès, zona rurale del Senegal, da quasi vent’anni esiste un sistema di mutua sanitaria organizzato dalla popolazione. «Perché l’assistenzialismo non è una soluzione».

«L’assistenzialismo non è una soluzione durevole. Le popolazioni devono diventare autosufficienti. Sappiamo che non dobbiamo aspettarci niente da parte dello Stato», spiega Thomas Diop, presidente della mutua di Lalanne, un villaggio del Senegal. Diop è uno dei pionieri del sistema delle assicurazioni sanitarie comunitarie. Nel 1993, con un gruppo di giovani del suo villaggio, ha cercato una soluzione per risolvere i problemi legati alle spese ospedaliere. Fino al quel momento le cure sanitarie di base erano assicurate, in maniera gratuita da un gruppo di domenicane. Quando c’erano situazioni particolarmente gravi, le suore portavano i malati in ospedale e pagavano le spese. «La popolazione era assuefatta alla presenza delle suore», si ricorda Diop.

Il dottore con 45 euro al mese

Evidentemente, in una regione rurale dove l’80% della popolazione vive d’agricoltura o d’economia informale, i 6.000 franchi Cfa (franco della Comunità francese d’Africa, moneta utilizzata dalle ex colonie francesi, ndr) di una giornata di ricovero, circa otto euro, sono una cifra considerevole. Bisogna infatti considerare che lo stipendio medio della regione è di 30.000 franchi Cfa, circa quarantacinque euro. Per far fronte a questa situazione si è fatta strada l’idea di un sistema comunitario.

Il villaggio di Fandeme è il primo a cercare un’alternativa: nel 1989 viene creata la prima mutua del Senegal. Ogni membro versa 100 franchi CFA (0,15 euro) al mese e per persona. Questa somma dà diritto alla copertura del 70% delle cure di base e del 100% delle spese di ricovero. Dei 3.000 abitanti del villaggio, circa 2.700 hanno aderito.

L’esperienza si diffonde a macchia d’olio: altre assicurazioni comunitarie sono create nella regione, coordinate da un comitato di gestione. L’Ong senegalese Gruppo di ricerca e appoggio alle iniziative mutualistiche (Graim) basata a Dakar dal 1972, sostiene e forma gli amministratori dal 1997. Oggi nella regione di Thiès, già 18.550 famiglie utilizzano quest’assicurazione medica comunitaria, il che significa circa 100.000 persone, su un milione d’abitanti. In media vengono create tre nuove assicurazioni l’anno e il tasso d’adesione aumenta costantemente.

Bisogna prima parlare con il santone

All’inizio gli ostacoli furono numerosi. Il più grande era la sfiducia. «Com’è possibile che versando 100 franchi Cfa al mese si possano coprire spese di ricovero di 30.000? Molti pensavano che si trattasse di un modo per rubare i soldi», si ricorda Nogaye, presidentessa della mutua Jappoo Faju di Thiénaba. «Bisogna anche tenere presente che le credenze popolari veicolavano l’idea che risparmiare per far fronte a una malattia significa attirarsela», continua Nogaye. Altri dicevano che il Corano fosse contrario a questo tipo di attività.

Per far partire l’impresa sono state necessarie numerose riunioni per convincere i “leader” locali – capi religiosi e politici, in particolare i marabutti (santoni musulmani) – per superare la sfiducia iniziale. Niass, il medico responsabile dell’ambulatorio locale, ha rilevato un aumento delle visite: «Prima, i malati non venivano per mancanza di soldi. Consultavano un medico solo all’ultimo minuto, quando era inevitabile. E spesso era troppo tardi perché la malattia era a uno stadio già avanzato. Ora siamo passati da 2.000 a 8.000 consultazioni l’anno».

Tuttavia, molte difficoltà persistono. Penda Seck è membro della mutua dalla sua fondazione. Da quando il marito è morto, la donna ha però grossi problemi a pagare le sue quote. Cibo, affitto, studi… con sei figli da crescere, non può sempre permettersi di pagare la sua quota mensile. Si vede quindi obbligata a ritardare le cure, «anche se la malattia non aspetta».

E, infatti, anche Thomas Diop si mostra prudente e relativizza: «Basta un niente e tutto può sprofondare, dato che i contributi versati sono a offerta. Per raccogliere i soldi, quindici delegati passano di casa in casa: devono essere conosciuti e di fiducia perché la popolazione dia loro credito». 

(Testo e foto di José Lavazzi)