società

Aspettando un “european way of life”

Articolo pubblicato il 28 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 28 gennaio 2009
Quale futuro per l’Unione europea se non si gettano le basi per un’identità comune basata sui comuni valori del continente, mantenendo però le differenze tra i popoli che la compongono? Opinione

L’Unione europea è oggi ad una svolta della sua storia, ed il suo futuro dipenderà significativamente dal modo in cui saremo in grado di rispondere alle due grandi sfide che si trova a dover affrontare: da un lato, il blocco delle istituzioni – che l'allargamento nell'Europa centrale ed orientale ha curiosamente aggravato – e dall’altro il" blocco delle menti" testimoniato dalla bocciatura degli anti-europeisti francesi ed olandesi in seguito al referendum del 2005 sul Trattato Costituzionale. Un’altra sfida deriva dalle spaccature (economiche, politiche e culturali) in seno alle diverse società che compongono l’Ue, ancora più difficile a risolvere perché non accompagnato da dibattiti. La mancanza di discussione non è forse la chiave della nostra impotenza?

Uno stile di vita europeo

È ora di accettare la nostra diversità e difenderla affinché si possa trovare un modello che sia il frutto di valori condivisi, un modello sufficientemente flessibile, capace d’integrare le differenze nazionali e, allo stesso tempo, aiuti a muoversi dall’attuale immobilismo. Non bisogna dimenticare, è necessario rimanere convinti che le nostre differenze siano fonte di ricchezza e di riflessione per l’Europa. D’ora in poi dobbiamo fondare su tale diversità la futura Costituzione europeaPhoto, Commission européenne. Numerosi documenti ufficiali usavano la formula «Noi, il popolo di…». Ma se parliamo di Europa, non dovremmo esitare a pronunciare: «Noi, popoli d’Europa.. »: ci siamo giustamente uniti per garantire la particolarità e l’unità dell’Unione europea attorno ad un certo numero di principi che si va tentando di definire. Essere cittadini europei ci riporta alle tre D: “Democrazia”, “Dialogo”, “Diritti” dell’uomo e della solidarietà, valori che costituiscono davvero il motore di una potenza europea, generosa ed universale nei suoi messaggi. Per divenire una “Potenza Europea” è necessario affermarsi in quattro ambiti: militare, economico, tecnologico e culturale. Non siamo soltanto un’entità economica. E per diventare una potenza globale, bisogna avere una guida, quindi un’unione politica. Il progetto del Trattato Costituzionale ci offre la possibilità di avere un Ministro degli esteri. E non è cosa da poco: fin quando non avremo qualcuno che ci rappresenti nel mondo, non potremo parlare di “potenza europea”. Infine, ciò che rende grande una potenza è la società, la voglia di appartenere ad un modello. Si sente parlare di “american way of life”. Ora tocca a noi promuovere un “european way of life”, cercando di trovare nella nostra cultura, nei nostri maestri del passato e in ciò che ci definisce, le idee per creare un nuovo modello di società. In risposta alla globalizzazione, “un modello sociale europeo” sarebbe un buon esempio.

Mancanza d’identità o nazionalismi?

Per farcela dobbiamo liberarci dai modelli altrui ed uscire da quel complesso d’inferiorità che ci paralizza e non ci permette di guardare avanti. Dobbiamo esser padroni del nostro futuro, non rinunciarvi.

IFoto: Consiglio europeol secondo ostacolo è il ritorno al nazionalismo ed ai regionalismi. Di recente, in Austria, Romania e Polonia abbiamo assistito ad una ripresa di discorsi nazionalisti. Malgrado ciò, un discreto numero di progetti sono già stati realizzati grazie ai fondi strutturali dell’Ue. Paesi come la Spagna o il Portogallo hanno conosciuto un sostanziale sviluppo economico e sociale proprio grazie a questi fondi. Si può tracciare un bilancio positivo dei progetti economici dell’Europa, che ha incoraggiato dodici paesi ad unirsi a noi per partecipare ad un progetto di unione economica. Ma ora siamo in 27! Se non pensiamo all’elaborazione di un “forte nucleo” come avanguardia dell’Unione politica ed elemento trainante dell’integrazione, rimpiangeremo la diluizione della Comunità in un’unione allargata. Attraverso un profondo rinnovamento istituzionale e la progettazione di un forte nucleo, eviteremmo gli ostacoli accumulati in seguito alla firma del Trattato di Maastricht e smetteremmo di condannare l’Europa all’impotenza. Sfuggiremmo ad una crisi che, mettendo a nudo le nostre debolezze, potrebbe chiarire l’indebolimento e forse anche lo smembramento in seguito ai

Trattati di Roma nel 1957. L’Europa deve proporre una civiltà unificatrice e l’elaborazione di una nuova società. La sua Costituzione, se vuole essere compresa ed accettata, deve far propria questa idea. Dobbiamo proporre un progetto che combatta la precarietà, che rispetti l’ambiente e che permetta ad ogni cittadino di perseguire la ricerca della propria felicità. Dobbiamo ammettere in modo pragmatico che l’economia di mercato è la sola cosa che funzioni, ma si può riformarla perché sia l’economia a servire l’uomo e non viceversa.

Olivier Vedrine è professore del gruppo Inseec Team Europe (Rete di conferenzieri della Commissione europea) e presidente del Collegio Atlantico-Urale. Qui il suo blog.