società

AIDS: i sieropositivi sono dei criminali?

Articolo pubblicato il 23 novembre 2010
Articolo pubblicato il 23 novembre 2010
In Scozia 10 anni di prigione a Marc Devereaux, idem in Guyana per Alain Prosper, 5 anni di cui 18 mesi di detenzione senza condizionale in Francia. Criminali con un punto in comune: avere trasmesso coscientemente il virus dell’AIDS.
In Europa processi così eclatanti riguardano casi particolari, ma rischiano di portare a una nuova stigmatizzazione dei sieropositivi e in secondo piano a rafforzarne la repressione… A spese della prevenzione, dal momento che il preservativo resta lo strumento più valido contro il contagio.

«È una persona diabolica. Un gran manipolatore», accusa una delle querelanti al processo di Marc Devereaux. La donna, per fortuna,  non è stata contagiata dall’imputato, un sieropositivo che intratteneva rapporti non protetti con diverse donne malgrado avesse contratto il virus dell’HIV nove anni prima. Una donna francese, Angelica, è stata invece contagiata, vittima con sua figlia di quattro anni del medesimo comportamento a rischio da parte di un uomo sieropositivo, condannato il 17 novembre a 5 anni di cui 18 mesi di detenzione senza condizionale. Di casi eclatanti come questo ce ne sono tutti i giorni: 600 processi in più di 40 paesi, con pene che vanno da qualche mese alla prigione a vita, secondo la BBC. Casi giudiziari delicati per i quali la giustizia nazionale fa quel che può con la normativa in vigore.

Come è giudicato un sieropositivo in Europa?

In Germania, le pene vanno da sei mesi a dieci anni nei casi di un’infezione rivelata. Quando Nadja Benaissa, la cantante della girl band tedesca "No Angels" viene perseguita per avere trasmesso il virus, il tribunale d’istanza di Darmstadt la ritiene colpevole, nell’agosto del 2010, di “percosse e lesioni gravi” e di “tentate percosse e lesioni aggravate”, la condanna a 2 anni di prigione col beneficio della condizionale e a 300 ore di lavori socialmente utili presso un'associazione che opera contro il virus dell’HIV/AIDS.

I sieropositivi che sanno di esserlo rischiano la prigione se infettano terziNiente a che vedere con la Scozia, dove, per il processo di Marc Devereaux, è un interpretazione ampliata delle norme riguardanti la condotta a rischio che ha permesso di criminalizzare la trasmissione dell’AIDS e di condannare l’uomo a 10 anni senza condizionale. Dieci anni è la pena massima inSvizzera se l’imputato sa di essere sieropositivo, e viene accusato di “lesioni corporali gravi e contagio di malattia”. Ma la sottigliezza elvetica permette a un sieropositivo che ignora la propria malattia di non essere condannato e sappiamo che in Gran Bretagna un quarto delle persone infettate non sanno di esserlo. In Inghilterra e nel Galles la sentenza inflitta a Marc Devereaux sarebbe impossibile secondo Catherine Murphy, dell’associazione caritatevole Terrence Higgins Trust, in ragione dell’assenza di una simile interpretazione sul reato per condotta a rischio. In Francia, come in Svizzera, i sieropositivi non sono perseguiti per tentato omicidio o avvelenamento, ma per “somministrazione di sostanze nocive”. Logico, dal momento che la triterapia permette, se somministrata per tempo, di vivere una vita lunga e dignitosa… E dunque di evitare la morte per AIDS.

Siamo “in”, affidiamo alla giustizia le nostre vite!

Il resoconto legislativo è noioso ma inevitabile, dal momento che oggi le persone infettate hanno nelle proprie mani uno strumento che fino a dieci anni fa non avevano, ovvero la possibilità di fare causa al responsabile delle loro disgrazie. Una tendenza minacciosa nei confronti dei sieropositivi secondo la Commissione Nazionale AIDS, organo consultivo indipendente creato in Francia vent'anni fa. Le politiche di prevenzione dei comportamenti a rischio non si dimostrano valide per due ragioni: la stigmatizzazione dei sieropositivi attraverso processi eclatanti e fortemente emotivi fa dimenticare che l’AIDS si contrae in due - è necessario farvi un disegno? - e sebbene la legge permetta di punire e neutralizzare certi reati, non sarà mai efficace quanto un preservativo nella lotta contro il contagio. Ci si può anche chiedere se il carcere sia il luogo migliore per pentirsi, visto che «è noto come la prigione sia un luogo di pratiche a rischio, che si tratti di iniezioni di droghe o di relazioni sessuali».

Lady AIDS

L'obiettivo? Evitare la stigmatizzazione dei sieropositivi come avvene per le comunità gay negli anni '80

Un caso fuori dalla norma in Italia rivela la difficoltà di giudicare certe situazioni e quanto sia assurdo cercare un capro espiatorio nel sieropositivo. A Ravenna, la prostituta Giuseppina Barbieri è stata soprannominata “Lady AIDS” dopo essere stata ricoverata in ospedale a causa della malattia nel 1998. E si, perché per due anni ha ricevuto gli uomini di tutta la città e avrebbe contagiato circa 5000 individui, ecco dunque il perché di quel soprannome. Condannata a un anno di prigione senza condizionale con Ferdinando Pognani, l’uomo che l’avrebbe obbligata a prostituirsi, ha subìto la pubblica umiliazione nonché gli insulti e le minacce di morte delle mogli degli uomini contagiati. Ma nessuno ha pensato di prendersela con i mariti infedeli che si divertivano a fornicare senza protezione alle spalle delle proprie consorti?

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