società

Ahiska: esodo in una terra sconosciuta

Articolo pubblicato il 20 settembre 2007
Articolo pubblicato il 20 settembre 2007
Nel gennaio 2004 è iniziato il programma di trasferimento dei turchi Ahiska dalla Russia agli Stati Uniti. Ma cosa c'è ad attanderli dall'altra parte dell'Atlantico?

L'America fa ancora sognare. Dopo anni di preparazione, nel gennaio 2004 è iniziato un programma per trasferire la minoranza turca degli Ahiska, discriminata dalla Russia di Putin, dal territorio di Krasnodar (nel Caucaso russo) verso gli Stati Uniti. Il programma terminerà il 1° ottobre 2007, ma non tutti gli Ahiska hanno raggiunto la serenità negli Usa e molti continuano a vivere in una situazione di incertezza e ingiustizia.

Il terzo esodo in meno di un secolo

Per i più anziani tra gli 11mila Ahiska emigrati finora, questo viaggio rappresentava il terzo esodo in una terra sconosciuta. Nel Ventesimo secolo la storia dei 300mila Ahiska è stata caratterizzata da esodi e espulsioni. Fino alla Seconda Guerra Mondiale vivevano nel Sud della Georgia (parte dell'Urss) come musulmani di lingua turca, nella provincia di Meskheti al confine con la Turchia. Joseph Stalin ne fece deportare in un solo colpo 90mila nella valle centroasiatica Fergala, che si estende per buona parte in Uzbekistan (sempre parte dell'Urss). Nell'Unione Sovietica, a causa della vicinanza con i turchi, erano considerati un «popolo inaffidabile». Fino alla seconda fase della Perestroika, alla fine degli anni Ottanta, non ebbero alcuna possibilità di tornare indietro. Negli anni 1989 e 1990 si giunse a scontri cruenti di stampo nazionalistico in cui morirono più di cento Ahska e più di mille rimasero feriti. Iniziava la seconda emigrazione nella quale 20mila Ahiska fuggirono dall'Asia centrale. L'amministrazione sovietica temeva ulteriori contrasti tra gli Ahiska e le popolazioni locali dovuti ad un possibile ritorno in Georgia e li spinse quindi nelle zone interne della Federazione Russa. Ma molti Ahiska non si fermarono nei domicili assegnati, ma tornarono velocemente nella vecchia patria all'interno della (per loro) inaccessibile Georgia, il territorio di Krasnodar a Sud della Russia.

Gli Ahiska, cittadini senza Patria

«A Krasnodar», così raccontava alla tavola rotonda Vadim Karastelev, membro del Comitato per i Diritti Umani di Novorossiisk, «vissero da emarginati e furono spesso discriminati dalle autorità». In contrasto con le leggi esistenti, a molti di loro venne negata la cittadinanza russa. In Russia esiste l'obbligo di registrare ogni persona nel suo luogo di soggiorno, ma senza cittadinanza gli Ahiska non ottengono alcuna registrazione. Senza registrazione i bambini non possono frequentare la scuola gratuitamente come i bambini russi. Senza registrazione non c'è alcun lavoro legale o in qualche modo ben pagato. E senza lavoro non c'è denaro per pagare le rette scolastiche. Senza registrazione la milizia, durante i frequenti controlli di documenti, distribuisce multe a tutti i «non slavici».

Fino a quando nel 2004 Vadim Karastelev e i suoi colleghi del Comitato per i Diritti Umani di Novorossiisk, sono riusciti a creare con i rappresentanti statunitensi un programma attraverso cui la maggioranza degli Ahiska potesse trasferirsi dal territorio di Krasnodarer negli Stati Uniti. Il diciottenne Mustafa Konnijew ha potuto trasferirsi due anni fa con i suoi genitori e suo fratello nello Stato federale dell'Arizona. In visita ai parenti nel territorio di Krasnodarer racconta delle sue esperienze ai partecipanti alla tavola rotonda: «In America un manager speciale ci aiuta con tutti i documenti, con la scuola e per trovare lavoro. Ora sono all'ultimo anno della Cortés High School di Phoenix. Se i miei risultati fossero buoni vorrei diventare un banchiere o un avvocato.» Ciò che gli piace particolarmente è che «In America sono tutti uguali, mentre in Russia ero l'unico di colore in tutta la scuola e l'insegnante di russo mi umiliava».

Speranza appesa ad un filo

Circa 2mila Ahiska non hanno ancora raggiunto gli Stati Uniti, ma continuano a vivere nel territorio di Krasnodar. Alcuni volevano rimanere, ma sono stati rifiutati dalle autorità statunitensi. Tra questi anche la trentunenne Kamila Lamidze che durante la tavola rotonda ha colto l'occasione per rivolgersi al rappresentante dell'amministrazione Wladimir Nikolajewitsch Koschel: «Ci è stato detto: avrete la cittadinanza solo quando comprerete una casa, quando vi verrà intestata. Ma noi viviamo in un appartamento e non abbiamo una registrazione. Come facciamo a vivere? Ditecelo.» Koschel si segna il nome della signora, ma per la Lamidze questa non è più solo una questione di registrazione. I suoi genitori, entrambi i suoi fratelli e sua sorella vivono negli Stati Uniti, mentre lei è rimasta qui sola con il figlio di sei anni. La famiglia è importante per lei e vorrebbe raggiungerli negli Usa, ma finora ha ricevuto solo dei rifiuti. È confusa: «Non sappiamo più a chi rivolgerci».

Un colloquio privato tra Vadim Karastelev e gli Ahska ha luogo dopo la tavola rotonda. Solo qui possono discutere senza paura dei loro prossimi provvedimenti: quali documenti possono ancora raccogliere per sfruttare le piccole chance di andare negli Stati Uniti anche dopo la fine del programma ufficiale il prossimo 1° ottobre, attraverso regolamentazioni di casi isolati. Il filo a cui molti si appendono si chiama "speranza". Kamila Nadzira dice: «La nostra speranza è riposta nel Comitato sui Diritti Umani.» Una speranza che è rivolta ad un luogo nel mondo in cui gli Ahiska possono vedere riconosciuto il diritto umano fondamentale: il diritto di avere dei diritti.