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Addio Bruxelles: la fuga dei giovani cervelli dal Belgio

Articolo pubblicato il 21 novembre 2012
Articolo pubblicato il 21 novembre 2012
Il tasso di disoccupazione nell’eurozona ha battuto il record dell’11.6% con 18.5 milioni di persone senza lavoro, secondo i dati di Eurostat. Il Belgio non figura tra i più alti o i più bassi di questa lista (si posiziona intorno al 12.4%), ma è colpito da una mancanza di opportunità. Nel 2010, 28.000 giovani belgi altamente qualificati hanno lasciato il paese, il 70% in più dell’anno precedente.
Cosa si nasconde dietro questa nuova tendenza migratoria? Quattro chiacchiere su lavoro, famiglia e appartenenza con i giovani cervelli di Bruxelles.

Al riparo dalla pioggia autunnale, si discute di nuove misure fiscali per promuovere la crescita e l’occupazione nell’attuale crisi finanziaria, nel summit del Consiglio d’Europa a Bruxelles. Xavier Rossey, un giornalista belga freelance sulla trentina e musicista, lascia il summit con me. È nato in Burkina Faso e ha vissuto negli Stati Uniti prima di ritornare in Belgio. È scettico sul futuro della situazione economica: niente cambierà a meno che i potenti d’Europa non vogliano fare qualcosa di costruttivo. Il Belgio è un piccolo paese, ripete diverse volte, e non ha una grande influenza. Eppure molti cittadini come lui hanno già deciso di lasciare i loro paesi oppressi dal debito in cerca di lavori migliori. La fuga del capitale umano, più comunemente chiamata “fuga dei cervelli”, è l’emigrazione su larga scala di individui altamente qualificati.

Lasciare Vilvoorde per andare a Hong Kong

La cosa difficile per una persona che vive a Vilvoorde e vorrebbe andare a Hong Kong non è effettivamente andare a Hong Kong, ma lasciare Vilvoorde, così diceva il cantante belga Jacques Brel. La questione per Ruben Loodts, un 26enne specialista dell’Unione Europea, è andarsene via. “A novembre ho comprato un biglietto di sola andata per Istanbul,” dice in un coffee shop artistoide lungo la Rue de Laeken. “Quando ho preso la specialistica nel 2010, eravamo proprio nel mezzo della crisi finanziaria; non c’erano lavori disponibili. Come i miei colleghi di corso, sono stato a caccia di un lavoro per mesi, controllando tutti i siti e gli annunci. La maggior parte dei miei amici ha continuato gli studi con una seconda specializzazione, ma io volevo fare il salto nel mondo reale. Non ho ancora trovato un lavoro in Turchia, ma so che ci sono molte opportunità lì".

Le stime riguardo l’esodo della fuga dei cervelli sono imprecise, ma ogni anno milioni di belgi altamente formati come Ruben si spostano in altri stati europei come il Regno Unito e la Francia, o verso destinazioni internazionali come gli Stati Uniti, il Brasile, la Russia o il Giappone, dove i lavori sono tanti e gli incentivi finanziari buoni. Frédéric Docquier dell’università cattolica di Louvain conferma che il Belgio sta perdendo principalmente lavoratori qualificati in scienza e tecnologia. È probabile che in futuro perda molti imprenditori e investitori dovuto agli alti carichi tributari e ai bassi beni pubblici e trasferimenti. “I paesi europei investono meno degli Stati Uniti e del Giappone nel settore ricerca e sviluppo (R&D, Research and Development)", dice. “L’Europa produce più dottori in scienze e tecnologia degli Stati Uniti, ma offre loro meno lavoro. Questo include R&D pubblico e privato, per esempio le spese per gli studiosi accademici e per le attività di ricerca a livello industriale. I ricercatori che vivono in Belgio non sono ben pagati e lavorano con infrastrutture povere e scarso supporto amministrativo”. Il ricercatore di biologia Jeroen Ingels sta pianificando di lasciare il Belgio a dicembre con la sua ragazza. “La più grande motivazione che ci spinge a trasferirci nel Regno Unito è l’ampia gamma di opportunità di lavoro”, spiega. “Il campo della ricerca scientifica è molto competitivo e c'è bisogno di molta esperienza. Il Regno Unito soddisfa tutte le nostre esigenze. In fin dei conti, vivere bene è il segreto”.

Tasse, fisco e ostacoli affini

Fino a che punto il governo belga possa intervenire sul problema della disoccupazione giovanile è un problema che interessa non solo gli economi. Nel Café René al centro di Ghent, una piccola città vicino Bruxelles, Axel Clissen e Laura Bown cercano di spiegarmi un sentimento comune nella loro generazione. “C’è la sensazione condivisa da molti giovani belgi per cui se vuoi davvero fare qualcosa, devi andare via dal paese", spiegano i due architetti ventenni. “Se non hai ambizioni, la vita in Belgio è bella; abbiamo un sistema di sicurezza sociale molto ben organizzato. Ma se vuoi fare qualcosa di visionario, devi metterti in gioco con un’esperienza all’estero". Axel enfatizza la mancanza di una competizione genuina nel mercato del lavoro locale. Lui ha studiato sia in Europa che negli Stati Uniti e sta pensando di andare a Tokyo per lavorare in uno degli studi di architettura più importanti al mondo, mentre Laura sta pensando di trasferirsi in uno dei paesi in via di sviluppo come il Brasile. “Le troppe autorizzazioni e la burocrazia in Europa mi distraggono in continuazione dalla parte creativa del lavoro", dice, indicando una costruzione incompleta nelle vicinanze.

Se non hai ambizioni, la vita in Belgio è bella. Ma se vuoi fare qualcosa di visionario, devi metterti in gioco con un’esperienza all’estero

In Belgio, quando provi a fare qualcosa e non ci riesci, sei un “fallimento”. Se fai la stessa cosa nella Silicon Valley, sei uno “con esperienza,” dice il 26enne Andrew Fecheyr, il quale porta una voce diversa al tavolo dei “cervelli in fuga”, ovvero il desiderio di essere all’avanguardia nell’innovazione tecnologica. Andrew, dopo aver studiato a Ghent, Lisbona e Valencia, trovando l’Europa poco competitiva a livello di ricerca IT e di sviluppo, si è unito alla LawGives in California, una start-up creata da un amico belga. “Di giovani che vogliono cambiare il mondo ce ne sono ovunque, ma in California sono veramente incoraggiati ad andare avanti e provarci. Questa è la grande differenza culturale tra il Belgio e la Silicon Valley”. Per Xavier Rossey, il giornalista belga che ho conosciuto al summit, questo letargo ha origine nei severi aumenti delle tasse. “Se devi togliere intorno al 50% del tuo stipendio per le tasse, alla fine perdi la voglia di imboccare la strada dell’imprenditoria in questo paese".

Xavier dice che non può lasciare Bruxelles così facilmente, poiché la sua famiglia è tutta qui, mentre Philip Ciesla dice che ritornerebbe in Belgio per metter su la sua di famiglia. “Ogni paese ha i suoi ostacoli legati all’economia e alle barriere linguistiche”, dice Philip, con in tasca una laurea in Affari e management presa a Barcellona. “Penso di andare negli Stati Uniti l’anno prossimo, temporaneamente. Nessuno vuole allevare un figlio in un paese in cui ogni cosa è privatizzata, abbiamo un sistema di aiuti piuttosto buono qui". Alla fine, la fuga di cervelli belga potrebbe trasformarsi piuttosto in una “circolazione dei cervelli”. “Melbourne ha condizioni di lavoro buone”, dice Noémie Wouters, una 29enne belga con un dottorato in Biologia marina, mentre camminiamo lungo le strade di Ghent. “Questo non significa che non tornerò indietro. Amo la mia città, ma si apprezza di più la qualità del proprio paese quando si sperimentano anche altri sistemi". Per il professor Docquier, il modo migliore affinché la fuga di cervelli possa fare del Belgio un paese di arrivo e non solo di partenze nel paese, è che lo stato belga investa di più nel settore Ricerca e Sviluppo e offra incentivi per le attività di ricerca svolte in Belgio. Così facendo richiamerebbe in patria i suoi giovani cittadini ben educati e altamente formati.

Questo articolo fa parte della settima edizione del progetto 2012 di cafebabel.com, il sequel di “Orient Express Reporter II” che ha inviato giornalisti provenienti dai Balcani in città europee e viceversa, per una mutua osservazione e un punto di vista altro sulle capitali europee. Grazie a Carole Viaene e all'équipe di cafebabel Bruxelles.

Foto: © Cansu Ekmekcioglu per Orient Express Reporter II, Bruxelles, 2012