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Acque torbide in Serbia: il crimine non abbocca

Articolo pubblicato il 15 novembre 2012
Articolo pubblicato il 15 novembre 2012
Con Radovan Karadžić e Ratko Mladić, i pezzi più grossi sono stati catturati. Un gran numero di presunti criminali di guerra serbi vive però ancora oggi indisturbato. E pare sia necessario aspettare ancora un bel po' prima che abbocchino all'amo.

Gli stessi detrattori del discusso Ufficio per i crimini di guerra e la criminalità organizzata di Belgrado sostengono che compia un buon lavoro. I processi sono conformi agli standard internazionali. Quasi 400 imputati sono stati finora giudicati dalla costituzione dell'Ufficio nel 2003. "Ma il nostro lavoro è lungi dall'essere terminato", dice Svetislav Rabrenović, consulente del direttore dell'Ufficio Vladimir Vukčević, all'ex coordinatore dei servizi segreti serbi. Sotto la sua guida sono stati scovati e consegnati nelle mani della giustizia gli ultimi pesci grossi, tra cui Karadžić et Mladić.

L'auditorium è stato separato da una teca di vetro in seguito a un tentativo di omicidio di un giudice.

I presunti criminali sono però ancora oggi considerati eroi dalla maggioranza della popolazione serba. Allo stesso tempo il processo di rinnovamento è iniziato. Accanto alle istituzioni statali, come l'Ufficio per i crimini di guerra e la criminalità organizzata, questo processo viene sostenuto anche dalle organizzazioni della società civile.

Le verità non è una sola

Una di queste, Youth Initiative For Human Rights, fondata nel 2003, è attiva in tutti gli stati della ex-Jugoslavia con oltre 30 collaboratori e più di cento attivisti. Il ramo serbo dell'organizzazione ha la sua sede in un luminoso ufficio ai margini del centro di Belgrado. La direttrice, Maja Mićić, arriva in ritardo all'appuntamento ma non lesina le informazioni.

Secondo Mićić, l'organizzazione si è posta come obiettivo,tra le altre cose, di ricostruire i contatti tra le generazioni del dopoguerra e coinvolgere i giovani nel processo di rinnovamento. Una montagna di lavoro. Perché la memoria viene plasmata dai genitori, dai media, dalla formazione scolastica. "Bisogna badare ai fatti, non alle verità, perché di verità ce n'è già abbastanza!", dice la direttrice. Tra i fatti contano soprattutto i nomi e il numero delle vittime, che le guerre dell'ex-Jugoslavia hanno lasciato in eredità.

L'organizzazione giovanile è impegnata tra le altre cose a sostenere la causa di "Recom". Recom è l'abbreviazione del nome esteso, ben più ingombrante, della "Regional Commission for establishing the facts about war crimes and other gross violations of human rights committed on the territory of the former Yugoslavia". Un passo avanti verso la riconciliazione.

Per questa ragione vanno per la strada, raccolgono firme - finora sono più di mezzo milione nell'intera regione - informano le persone. Mićić stessa è stata sorpresa dalle reazioni positive. "Se si conquista l'attenzione delle persone, si ottiene la loro firma", ha costatato. "In particolare quando si parla di persone disperse, la gente è disposta subito ad aiutare". Questo succede meno con i giovani, al contrario molto di più tra le persone sopra i quarant'anni. "Non voglio nemmeno dire che fino ad ora le persone non fossero ancora pronte", dice. "Finora semplicemente non c'è stata data la possibilità".

Inoltre l'organizzazione è in trattativa con i politici in carica. "Vogliamo portarli a intraprendere qualcosa di concreto e a fissarlo anche per iscritto", spiega Maja Mićić. Ma è come aprire una breccia in una corazza d'acciaio. Boris Tadić, l'ex presidente della Serbia, aveva anche promesso il suo simbolico sostegno. Ma non aveva voluto firmare nulla. Cosa succederà con il nuovo Presidente Tomislav Nikolic? Lo vedremo. "Ci metteremo a sedere tutti insieme e parleremo", dice Maja Mićić.

L'Europa non mostra più alcun interesse

"Dovrebbero praticamente indagare contro se stessi"

Il nuovo presidente ha promesso, come minimo, di continuare a sostenere finanziariamente l'Ufficio per i crimini di guerra e la criminalità organizzata, secondo quanto riferisce il consulente giuridico del direttore dell'Ufficio, Svetislav Rabrenović. Non è stato stabilito alcun limite di tempo entro cui terminare il lavoro. Oltre alle risorse finanziarie, l'Ufficio, costituito da soli sei uomini, ha bisogno anche di risorse umane, non per ultimo per la protezione dei testimoni.

I testimoni sono, secondo Rabrenović, la fonte più importante, poiché la maggior parte dei documenti negli ultimi 20 anni è andata distrutta. La stessa protezione dei testimoni ha avuto in questi anni una parte tutt'altro che onorevole, soprattutto quando venne fuori che dei funzionari avevano maltrattato un testimone del Kosovo invece che proteggerlo. La procedura fu criticata con forza anche dall'Ufficio per i crimini di guerra.

Ma, nonostante tutto, la critica si è scagliata contro il lavoro dell'Ufficio. "Aspettiamo sempre che si occupino non solo dei casi minori, ma anche che prendano nella rete i pesci di media grandezza", si dice nella cerchia degli osservatori internazionali. Cosa che ancora non si verifica per una certa mancanza di volontà da parte sia dell'accusa che della polizia nelle indagini. Si parlerebbe di una censura autoimposta. "Loro dovrebbero praticamente indagare contro se stessi". E si intravede anche un altro problema: "Non appena Mladić è arrivato all'Aia, la pressione della comunità internazionale era scomparsa". In parole povere: "L'UE ormai ne ha abbastanza dei criminali di guerra".

Autore: Sebastian Garthoff

Foto: copertina (cc)*Seth/flickr; nel testo© Sebastian Garthoff