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A Siviglia come in Sud America, nel calcio femminile vincono le immigrate

Articolo pubblicato il 04 aprile 2012
Articolo pubblicato il 04 aprile 2012
Il calcio femminile tra immigrate sudamericane a Siviglia è oggetto di studio di sociologi e antropologi. Ha ribaltato i rapporti tra i generi e favorito l'emancipazione di giovani e infaticabili lavoratrici. Inchiesta su un formidabile strumento di integrazione.

Nel quartiere di Macarena, lungo il viale davanti al pronto soccorso, uomini boliviani sulla trentina spingono i passeggini. Camminano lentamente, annoiati, scuotono la testa. Da circa due anni, da quando è scoppiata la crisi, molti di loro sono disoccupati. Le mogli torneranno tardi, giusto in tempo per andare a dormire. Oppure le rivedranno durante il weekend. Sono impegnate come “internas”, collaboratrici domestiche al servizio di una famiglia sei giorni su sette, oppure si occupano di persone anziane e disabili.

Alicia è la terza da destra

«A La Paz, o a Cochabamba, una cosa del genere non la vedresti mai. Lì gli uomini non osano toccare culle e passeggini. Il maschilismo è imperante. Qui siamo più libere, lavoriamo, abbiamo una vita sociale, giochiamo a calcio». Alicia, 26 anni, è centrocampista della squadra “Bolivia", detentrice di una decina di trofei, nonché nucleo principale della selezione boliviana ai "mundialitos", che si svolgono una volta all'anno a Siviglia. «Chiedo un permesso di due-tre ore ai miei datori di lavori per poter giocare il weekend», spiega.

Pensando ai pomeriggi di Quito e La Paz

Siviglia è il più grande stadio di calcio femminile per immigrate in Europa. Calcio a 11, a 7, a 5: ci sono una decina di squadre sudamericane, per un totale di circa 150 giocatrici. Sono anni che le boliviane dominano la scena, insidiate dalle ecuadoriane e, recentemente, battute dalle spagnole nei campionati municipali. Il fenomeno, comune in altre città spagnole e ovunque sia forte l'immigrazione andina, è esploso a inizio anni 2000, quando migliaia di boliviani, ecuadoriani e colombiani sono arrivati in Andalusia per cercare lavoro e mandare denaro ai figli piccoli rimasti dai nonni. Dei circa 30.000 immigrati nella provincia di Siviglia, la metà – il 46% - sono sudamericani. Normale che abbiano ricreato nella capitale andalusa la convivialità dei pomeriggi domenicali di Quito o La Paz: tornei di calcio e pallavolo, spesso seguiti da arrostite e balli.

Grazie al calcio, le donne riescono ad avere una vita sociale, in una comunità dove gli uomini si vergognano a spingere i passeggini

Calcio femminile: un nuovo mondo?

«I campionati di calcio sono stati certamente un ottimo modo per entrare in contatto con la popolazione locale - spiega Francisco Cuberos, antropologo dell'Università di Siviglia ed esperto di strategie associative degli immigrati - Sono l'ideale per incontrare le altre comunità in un ambiente gradevole, di tempo libero e in un rapporto di relazioni orizzontali». Non è giusto considerarlo un tentativo di isolarsi per stare tra sudamericani, come fanno alcune ong locali: «Per molti di loro la priorità è giocare tra compatrioti – continua Cuberos - E' normale, vai in un nuovo paese, non conosci la società e i suoi costumi, hai voglia di stare con la tua gente. Questi tornei creano sopratutto reti professionali e di solidarietà». Gli immigrati sudamericani lavorano infatti in settori specifici, abbandonati dagli spagnoli negli anni '90 e ora i primi a risentire della crisi economica: la manovalanza, le costruzioni, la raccolta agricola.

A giudicare dal salto, è la più forma della squadra.

Va meglio alle donne, impegnate in lavori domestici che non conoscono crisi, sopratutto in una regione che ha una popolazione di anziani e pensionati molto numerosa. «Le mie compagne di squadra sono tutte mie amiche, sono arrivate con me nel 2006», spiega Alicia, originaria di Potosì. Lei durante la settimana è 'interna' mentre il weekend accudisce una persona anziana. «Ci aiutiamo molto per trovare lavoro perché è facile venire a conoscenza di altre famiglie che cercano lavoratrici. E questo vale anche per le avversarie, ovviamente».

Il pioniere del calcio femminile a Siviglia

Dal piccolo studio di 'Radio Integracion', sul soppalco di un bar-discoteca nel nuovo quartiere industriale Parque Empresarial Torneo, Walter Vivanco Torres si vanta di essere «el pionero». Pioniere del calcio femminile, dei campionati organizzati in diversi parchi della città, oltre che delle radio di immigrati a Siviglia. «Siamo arrivati a 125.000 ascoltatori giornalieri nell'area di Siviglia, abbiamo superato alcune radio nazionali», spiega il fondatore della radio, nonché presidente dell'Associazione degli ecuadoriani di Andalusia.

La prima domenica di marzo commentava in diretta la finale della 'Liga Gool' tra le boliviane del club 'Sudamerica' e le ecuadoriane del club 'Willstermann' al Parco Miraflores. Centinaia di uomini a tifare per le mogli, e alla fine, come al solito, vincono le boliviane. «Tutto iniziò a San Jeronimo, nel 2004», spiega Walter, riferendosi alla borgata a nord di Siviglia, dove un piccolo centro sportivo municipale ha ospitato i primi tornei di calcio tra immigrati e di ecuavolley, la pallavolo ecuadoriana. «Poi c'è stato un avvicendamento nella gestione amministrativa dei campi e ce ne siamo andati».

Lo speaker è stato tra i primi a organizzare i campionati di calcio femminile

Mancato successo dei tornei misti

L'ong Anima Vitae gestisce da qualche anno quei campi e ha lanciato una sfida per l'integrazione: tornei solo per squadre miste (giocatori e giocatrici di nazionalità diversa) e promozione della partecipazione degli immigrati ai campionati municipali, per facilitare l'incontro con i locali. «Trovavamo assurdo che il Comune finanziasse con soldi pubblici i cosiddetti Mundialitos, campionati con sole squadre sudamericane», spiega María Ángeles Huete García, sociologa e volontaria nell'associazione. Le nuove regole hanno sopratutto messo fine agli eventi collaterali che si verificavano in alcuni tornei: vendita di cibo e alcol attorno al campo, scommesse sulle partite di Ecuavolley. L'esperimento dei tornei misti è riuscito solo in parte, per due motivi: i mundialitos restano i tornei più attesi dai partecipanti, perché le squadre sono vere e proprie selezioni nazionali, e sopratutto perché il campionato municipale ha tempi e orari non adatti al lavoro delle donne boliviane, ecuadoriane o paraguayane. «Molto spesso partecipiamo alle amichevoli organizzate da Anima Vitae - spiega Alicia - ma in qualche modo ci hanno chiuso le porte. Ad esempio non possiamo più fare campionati di calcio a 5 a San Jeronimo, perché l'associazione non lo consente».

Secondo l'antropologo Francisco Cuberos, il calcio tra immigrate «è tutto fuorché un ostacolo all'integrazione». I risultati in termini di reti sociali e lavorative sono evidenti, e i progressi nelle relazioni tra i sessi altrettanto sorprendenti: «Molte mie amiche si sono separate perché non si sentivano più rispettate - conclude Alicia - Ma con i mariti e i fidanzati conosciuti giocando a calcio le cose vanno decisamente meglio!».

Questo articolo fa parte della quarta edizione di Multikulti on the Ground, una serie di reportage organizzati da cafebabel.com sul multiculturalismo in Europa. Si ringrazia il Cafebabel team di Siviglia.

Grazie a Juliane Moeller, antropologa tedesca, ex giocatrice del team Bolivia e autrice del saggio La práctica del fútbol entre mujeres bolivianas en Sevilla. Redes sociales, trayectorias migratorias y relaciones de género. Il pdf completo è consultabile qui.

Foto nel testo delle squadre di calcio: gentile concessione di © Liga Gool Sevilla; Alicia e Walter: © Nicola Accardo.