società

A Palermo sbarca il dolore ma vince la solidarietà 

Articolo pubblicato il 28 agosto 2015
Articolo pubblicato il 28 agosto 2015

La nave Poseidon sbarca nel porto di Palermo con 571 migranti tratti in salvo e 52 salme. Così, un giorno di fine estate si trasforma nell'ennesima tragedia di chi sfida il mare e la violenza, per trovare libertà e un futuro migliore. Reportage di una notte intensa trascorsa al porto di Palermo, dove ha vinto ancora una volta la solidarietà.  

Solleva la sua bambina di pochi mesi e con le mani fa il segno della vittoria: «È salva, è salva!», grida in arabo. È questa instantanea di incontenibile felicità di una madre siriana, che si affaccia dalla nave Poseidon e si concede ai riflettori, a sintetizzare la forza della vita di fronte all’ennesima tragedia nel "Mare mostrum".

È la sera del 27 agosto. Finalmente le 571 persone soccorse in un barcone vedono terra, ce l’hanno fatta. Adesso per loro cominciano altri viaggi pieni di difficoltà. Ma sono salvi: né il mare profondo e ostile, né le percosse degli scafisti o il viaggio in condizioni disumane li hanno piegati. Ma le tute bianche anticontaminazione e le gru che sollevano i container bianchi ricordano l’altra faccia della medaglia, quella più crudele e spietata: le 52 salme che presto saranno scaricate sul molo come se fossero merci e prese in consegna dalle camionette della polizia mortuaria. Sono i corpi dei migranti morti asfissiati, probabilmente per le esalazioni dei motori dell’imbarcazione di legno, dove erano stipati in cerca di un approdo, in cerca della vita.   

Palermo, capitale della solidarietà

Il Poseidon, uno dei pattugliatori europei impegnati nell'operazione Triton, arriva lentamente al porto di Palermo, scivola tra le acque scure con estrema puntualità, forse perché batte bandiera svedese. I migranti provengono dalla Siria, dal Maghreb, ma anche dal Pakistan, dal Corno d’Africa, dall’Africa subsahariana. Impossibile fare una mappa di tutte le nazionalità. 

Ad accoglierli sulla banchina c’è ancora una volta la grande macchina della solidarietà messa in moto dalla città di Palermo. Ci sono la Croce Rossa, la Caritas, Medici Senza Frontiere, Save the Children, l'azienda sanitaria provinciale e i ragazzi di Emmaus con le loro magliette gialle. Si intravedono anche le pettorine azzurre dell’UNHCR, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, che avrà parecchio lavoro da fare per occuparsi di chi scappa dalle bombe.

I volontari, i mediatori culturali, i medici e gli psicologi distribuiscono kit per i pasti, delle scarpe di plastica, forniscono supporto, cercano di regalare conforto a chi ha solo la certezza di essere rimasto vivo. Nonostante non sia la prima emergenza che si trovano a fronteggiare non riescono proprio ad abituarsi. «Anche questa volta ho pianto,» racconta Giorgia Butera, volontaria della Caritas e presidente dell'associazione Mete. Ad esprimere la loro solidarietà non mancano le autorità, dal Prefetto Francesca Cannizzo, al sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l’arcivescovo Paolo Romeo.

Tra i migranti si vedono invece tanti bambini, e anche molti minori non accompagnati. Le famiglie sono le prime a scendere sul molo. Un bambino di uno o due anni è accolto con un pallone colorato e gioca felice con i volontari, tra le braccia della madre e i flash dei giornalisti. È lui il simbolo della lotta per la vita e per la libertà. Una volontaria invece tiene per mano una coppia di anziani in una sorta di "passeggiata" nel perimetro dell'area di accoglienza, quasi per rassicurarli che il peggio è passato e che ora non devono più temere.

A gruppi trascinano zaini e sacchetti con i pochi averi che gli restano. Poi siedono ai tavoli preparati per loro, si stringono e si concedono un pasto al sacco, forse per ricordare la cena nella propria casa che adesso potrebbe essere ridotta in un cumulo di macerie a causa della guerra. Poi è il turno di molti ragazzi. Si radunano per nazionalità. Sembrano confusi, storditi. Hanno l’aria di chi ancora non si è reso conto di cosa sia successo, come se fossero sbarcati da un altro pianeta. Solo i volontari e gli psicologi, con la loro dedizione, riescono a strappare qualche sorriso. 

"Viene una gran voglia di abbracciarli"

«This is Palermo, the Capital of Sicily,» spiega molto lentamente e con ampi gesti una mediatrice culturale. «Adesso è importante che mi diciate chi siete, da dove venite e quanti anni avete. Mi raccomando dovete dire la verità,» prosegue. Succede infatti che molti si dichiarino minorenni anche quando non lo sono. La lotta per la sopravvivenza continua anche a terra. 

Alcuni ragazzi africani indossano le T-shirt dei campioni di calcio, la casacca azzurra di Vieri o quella spagnola di David Villa. Uno di loro resta seduto in un angolo. Ha dei pantaloni del Barça. Non parla, si guarda intorno con aria assente tra le luci dei flash: si prova quasi un profondo senso di colpa nel "rubare" qualche scatto della sua posa spenta. Intanto un esperto collega dell'area stampa si chiede cosa ci faccia in un posto del genere e cosa stia facendo. «Viene voglia di abbracciarli, di rincuorarli», commenta il responsabile della comunicazione dell'imbarcazione svedese, da mesi impegnata in operazioni di salvataggio nel canale di Sicilia. Non si dà pace neanche il padre Sergio Mattaliano, direttore della Caritas diocesana di Palermo: «La sofferenza maggiore è quella di rimanere impotenti di fronte alla tragedia». 

Poi, all'improvviso, un gruppo di migranti esce dal cordone scortato dalle forze dell'ordine. Sono circa una decina e si tratta dei testimoni delle violenze degli scafisti, pedine spietate del traffico di esseri umani che ha ormai assunto i contorni di un crimine contro l'umanità. Tirano dritti verso una camionetta della Polizia e si nascondono dai giornalisti. Secondo quanto raccontano, nella stiva della morte sarebbero stati in 200, in un vano alto circa 1 metro e mezzo. E anche grazie alla loro testimonianza che più tardi saranno arrestati 6 presunti scafisti di nazionalità libica, marocchina e siriana.

La "Spoon River" dei migranti 

Ma il momento più doloroso deve ancora arrivare. Verso le 22:30 le gru cominciano a sollevare dei container bianchi. Dentro ci sono i 52 cadaveri che vengono caricati su un TIR-frigorifero per essere trasportati al cimitero dei Rotoli, sul lungomare cittadino: troveranno pace in questa "Spoon River" senza nome dell'isola siciliana, che si aggiunge a quella sconfinata che giace sul fondo del mar Mediterraneo. L'operazione è drammatica e nell'aria, a folate, si sente il forte odore della morte, mentre un grande container, su cui si legge chiara la scritta "Triton", cela la delicata fase di trasbordo delle salme.   

Nel frattempo i migranti sono in fila e proseguono il riconoscimento gestito da funzionari e interpreti di Frontex. I pullman già pronti li aspettano per portarli nei centri di accoglienza. È quasi mezzanotte e la città dorme, senza sapere di trovarsi sulla sottile linea rossa che divide la "Fortezza Europa" dai "disperati": uomini, donne e bambini che si apprestano ad affrontare altre sfide difficili ora che sono sul suolo dell'Unione europea, ancora indecisa ed esitante su come affrontare una delle più grandi tragedie di questo secolo. 

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Palermo.