società

A Edimburgo non chiamateli "Neets"

Articolo pubblicato il 03 giugno 2014
Articolo pubblicato il 03 giugno 2014

L’Eu­ro­pa li eti­chet­ta come “Neets” (acro­ni­mo per Not in Edu­ca­tion, Em­ploy­ment or Trai­ning). In Ita­lia sono bol­la­ti come “Né-Né”. Sono gio­va­ni che hanno de­ci­so di ab­ban­do­na­re l’i­stru­zio­ne prima del tempo, bru­cian­do­si così il fu­tu­ro. Di­pin­ti come di­spe­ra­ti o drug-ad­dic­ted, i Neets di Edim­bur­go non ap­pa­io­no dav­ve­ro come una lost ge­ne­ra­tion, anzi.

Non è stato fa­ci­le dare la cac­cia ai "Neets" in una città come Edim­bur­go. Dopo aver preso con­tat­ti con il Pre­si­den­te di To­mor­row’s Peo­ple, un’as­so­cia­zio­ne che li aiuta a dare in qual­che modo un “senso” alle loro gior­na­te senza scuo­la, rie­sco ad in­ter­vi­sta­re tre ra­gaz­zi. La sede si trova nella pe­ri­fe­ria della città, lon­ta­no dai fred­di quar­tie­ri isti­tu­zio­na­li del­l’E­din­bur­gh City Coun­cil. Al­l’ap­pa­ren­za un edi­fi­cio gri­gio e di ce­men­to, che al­l’in­ter­no esplo­de in muri co­lo­ra­ti e graf­fi­ti. Hea­ther, la re­spon­sa­bi­le, mi ac­co­glie con una tazza di caffè e mi ac­com­pa­gna nel sog­gior­no dove si tro­va­no i ra­gaz­zi che la­vo­ra­no e ser­vo­no ai ta­vo­li. Ad aspet­tar­mi c’è Da­niel­le, 18 anni, un cap­pel­lo che le copre i lun­ghi ca­pel­li e le brac­cia in­cro­cia­te. La sen­sa­zio­ne è che non avrà molta vo­glia di par­la­re con me. In­ve­ce rom­pia­mo il ghiac­cio, men­tre mi rac­con­ta della sua espe­rien­za per­so­na­le. Dopo aver ter­mi­na­to la scuo­la ha avuto un bam­bi­no e la gra­vi­dan­za l’ha co­stret­ta ad ab­ban­do­na­re il col­le­ge. Oggi par­te­ci­pa a un pro­gram­ma di vo­lon­ta­ria­to con To­mor­row’s Peo­ple. No­no­stan­te non fre­quen­ti più a scuo­la, tiene a pre­ci­sa­re che le at­ti­vi­tà che svol­ge ora la stan­no aiu­tan­do a cre­sce­re, a ca­pi­re cosa le piace dav­ve­ro. Le chie­do cosa pensa dei gio­va­ni school-lea­vers e mi col­pi­sce la sua de­ci­sa ri­spo­sta: “al­l’e­tà di 16 anni è giu­sto che la­sci­no la scuo­la (l’età mi­ni­ma della scuo­la del­l’ob­bli­go in Sco­zia, ndr) e fac­cia­no le loro scel­te. In più, sot­to­li­nea, “penso che do­vreb­be es­ser­ci la stes­sa va­rie­tà di scel­ta anche quan­do si de­ci­de di ab­ban­do­na­re l’i­stru­zio­ne”.

"Una volta che sei fuori è fi­ni­ta"

Al­l’in­ter­vi­sta si ag­giun­go­no altri due ra­gaz­zi: Shawn,16 e Dean, 23. I due gio­va­ni fre­quen­ta­va­no isti­tu­ti sco­la­sti­ci di un certo li­vel­lo ma sono stati boc­cia­ti. “Forse, se aves­si stu­dia­to di più, avrei po­tu­to an­dar­ci ma dopo aver perso l’an­no non mi sono state date altre so­lu­zio­ni. Una volta che sei fuori è fi­ni­ta”, com­men­ta Dean. A se­gui­to della boc­cia­tu­ra, la scuo­la l’ha in­di­riz­za­to verso un corso mi­li­ta­re. “Non che vo­les­si en­tra­re nelle forze ar­ma­te”, con­fes­sa, “ma vo­le­vo re­sta­re al­l’in­ter­no del si­ste­ma edu­ca­ti­vo”. E la que­stio­ne coin­vol­ge di­ret­ta­men­te la scuo­la scoz­ze­se. “Non sono stati solo i pro­ble­mi sco­la­sti­ci a de­ter­mi­na­re la mia scel­ta”, pro­se­gue il ra­gaz­zo, “pro­ve­nia­mo da co­mu­ni­tà in cui non ab­bia­mo un buon esem­pio e non basta l’im­pe­gno dei pro­fes­so­ri a con­vin­cer­ci ad an­da­re a scuo­la. Rag­giun­ta una certa età, le per­so­ne non hanno più la forza di ri­co­min­cia­re a im­pa­ra­re dac­ca­po”. Siamo se­du­ti in cer­chio e sono cu­rio­sa di sa­pe­re cosa pen­sa­no del­l’e­ti­chet­ta che gli viene af­fib­bia­ta dal­l’Eu­ro­pa, ov­ve­ro quel­la di NEET (Not in Edu­ca­tion, Em­ploy­ment or Trai­ning). Se­con­do Da­niel­le “non aiuta il pieno svi­lup­po della per­so­na” ed in ef­fet­ti l’e­sclu­sio­ne e la stig­ma­tiz­za­zio­ne non sem­bra­no la stra­da giu­sta. “Il go­ver­no e l’Eu­ro­pa do­vreb­be­ro im­pe­gnar­si nel pro­muo­ve­re mag­gio­ri at­ti­vi­tà anche per chi la­scia la scuo­la, in modo da avere mag­gio­ri pos­si­bi­li­tà in caso di boc­cia­tu­ra. In­som­ma avere qual­co­sa da scri­ve­re sul cur­ri­cu­lum”. E in que­sto e ri­guar­do la po­si­ti­va espe­rien­za in To­mor­row’s Peo­ple tutti i ra­gaz­zi sono d’ac­cor­do. Un’e­spe­rien­za del ge­ne­re ha per­mes­so loro di tro­va­re nuovi amici e non sen­tir­si soli.

Edim­bur­go li co­no­sce uno per uno

L'am­mi­ni­stra­zio­ne di Edim­bur­go, The Coun­cil, ha in real­tà in­tra­pre­so nu­me­ro­se ini­zia­ti­ve in me­ri­to. De­ci­do di farmi un’i­dea an­dan­do alla sede del Con­si­glio, in East Mar­ket Street, nel cen­tro della città. Il pa­laz­zo co­mu­na­le è mo­der­nis­si­mo e un via vai di gente che si af­fol­la con car­tel­li­ni al collo mi tra­vol­ge. Per for­tu­na c’è un punto di ri­fe­ri­men­to: Mr.​Shaw, il re­spon­sa­bi­le del pro­gram­ma The Edim­bur­gh Gua­ran­tee, idea­to pro­prio per i Neets. Mi rim­pro­ve­ra quasi per la prima do­man­da e que­sto mi fa in qual­che modo pia­ce­re. “Non par­le­rei af­fat­to di Neets”, dice, “pre­fe­ria­mo par­la­re dei gio­va­ni nella loro com­ples­si­tà, in Sco­zia li de­fi­nia­mo come co­lo­ro che hanno bi­so­gno di più scel­te e più pos­si­bi­li­tà”. Già. È que­sta la vi­sio­ne lun­gi­mi­ran­te che hanno gli scoz­ze­si in me­ri­to: “nes­su­na eti­chet­ta, solo guar­da­re avan­ti e crea­re nuove pos­si­bi­li­tà”. L’im­pres­sio­ne sui Neets è che la mag­gior parte venga quasi con­trol­la­ta. È quan­to mi con­fer­ma Pa­tri­cia Thom­son, re­spon­sa­bi­le di un’al­tra as­so­cia­zio­ne. Si chia­ma Skills De­ve­lo­p­ment Sco­tland ed è part­ner go­ver­na­ti­vo fon­da­men­ta­le per l’oc­cu­pa­zio­ne dei gio­va­ni Neets. Se­con­do Pa­tri­cia l’a­gen­zia sa esat­ta­men­te chi sa­ran­no i gio­va­ni a ri­schio Neet. Que­sto per­ché hanno un feed­back dalle scuo­le e lad­do­ve no­ta­no i ral­len­ta­men­ti degli stu­den­ti, in­ter­ven­go­no su­bi­to con azio­ni mi­ra­te. In real­tà, i dati eu­ro­pei non sem­pre par­la­no chia­ro: “ è vero che ogni anno 3500 ra­gaz­zi la­scia­no la scuo­la ma solo una pic­co­la per­cen­tua­le va verso de­sti­na­zio­ni ne­ga­ti­ve come van­da­li­smo e al­co­li­smo”. Nuo­va­men­te, il punto di vista ini­zia­le è ca­po­vol­to. Solo quel gior­no la sede è piena di ra­gaz­zi che cer­ca­no le po­si­zio­ni la­vo­ra­ti­ve più adat­te per loro. 

"È giu­sto che la Sco­zia ascol­ti le loro opi­nio­ni"

Vo­glio sa­pe­re di più. In­con­tro il pro­fes­sor David Raffe, al­l’Isti­tu­to di Edu­ca­zio­ne e So­cio­lo­gia. Gli chie­do di com­men­ta­re una ci­ta­zio­ne di François Mit­ter­rand che mi aveva col­pi­to, anche pen­san­do alla si­tua­zio­ne ita­lia­na: “se i gio­va­ni non sono sem­pre nel giu­sto, la so­cie­tà che li igno­ra e li esclu­de è, in­ve­ce, sem­pre in torto”. Sor­ri­de e mi dice che è d’ac­cor­do. Non è un caso che i se­di­cen­ni vo­ti­no per la prima volta al re­fe­ren­dum di set­tem­bre sul­l’in­di­pen­den­za scoz­ze­se. “Vanno re­spon­sa­bi­liz­za­ti, la crisi li ha messi alla prova più di tutti gli altri”. Sono cit­ta­di­ni, fanno parte della so­cie­tà ed “è giu­sto che la Sco­zia ascol­ti le loro opi­nio­ni e la loro voce. In que­sto mo­men­to chie­do­no una cosa: eman­ci­pa­zio­ne”. Ed Edim­bur­go sem­bra avere le orec­chie ben aper­te.

Questo articolo fa parte della nostra edizione speciale EU-IN-MOTION dedicata a Edimburgo, con la collaborazione del Parlamento Europeo e della fondazione Hippocrène.