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A Berlino coi tedeschi di Russia: Germania-Siberia A/R

Articolo pubblicato il 14 dicembre 2007
Articolo pubblicato il 14 dicembre 2007
Avevano lasciato la loro terra natale nel 1760 per lavorare in Russia. Dopo la caduta del Muro i loro discendenti sono tornati in Germania. Reportage.

Eastgate’. Le grosse lettere si stendono sull'insegna del centro commerciale. Il nome spicca tra gli innumerevoli palazzi. Nelle vie si sente parlare la lingua di qui: il russo. A Marzahn, un quartiere berlinese di 103mila abitanti, 28mila persone vivono nel ricordo, più o meno sfocato, della Russia. I russo tedeschi o i ‘tedeschi di Russia’ come vengono più comunemente chiamati, possiedono per la maggior parte la nazionalità tedesca. Espatriati per molto tempo, l’hanno ereditata.

Caterina II, il punto cardine

La loro storia risale al 1760 quando «l'invito di Caterina II di Russia» incoraggiò lo spostamento di 30mila tedeschi verso l'Est del Continente. «Per sviluppare le zone agricole nel Sud della Russia, e particolarmente nell’attuale Ucraina allora sotto dominio russo, Caterina II chiese ai tedeschi, stimati lavoratori, di intervenire nel quadro della colonizzazione», racconta Frank Tétart, geopolitologo e ricercatore presso il Laboratorio di Studi Politici e Cartografici(Lepac).

Questi tedeschi vivono insieme, beneficiano di numerosi privilegi e preservano così la loro ‘germanità’. Anche se più tardi l'Urss di Lenin dà loro uno stato, la Repubblica socialista sovietica dei tedeschi del Volga, con la Seconda Guerra Mondiale (che oppone l'Urss alla Germaniandr), questa situazione precaria raggiunge l’apice. La popolazione tedesca viene deportata verso la Siberia e le Repubbliche dell'Asia minore, oggi il Kazakistan e l'Uzbekistan.

Un eldorado tedesco

Dalla caduta del Muro di Berlino, la popolazione inizia a sperare. La nazionalità tedesca, avuta in eredità, dà loro il diritto a due vite nel Paese dei propri antenati. Dal 1990 iniziano a far valere il loro statuto di «Aussiedler», (rimpatriatindr). Siccome in Germania vige il diritto di sangue, beneficiano sempre della doppia nazionalità. Per questo decidono di ritornarvi.

Che cosa vengono a cercare, secoli dopo la partenza dei loro antenati? Nella maggior parte dei casi, hanno perso ogni legame con la Germania. Ma per alcuni di loro questo viaggio è un ritorno alle proprie radici. Una decisione motivata dal desiderio di una vita migliore, in un Paese d'adozione.

Eduard Walz, un droghiere stabilito a Lichtenberg, ha lasciato le montagne degli Urali dopo il 1990 per stabilirsi a Berlino. Ha preso al volo questa occasione: «La doppia nazionalità ci ha permesso di ripartire, perché in Russia, le prospettive future erano limitate». Vassili Sagasdachny, membro dell'associazione russa Schalasch, ha fatto parte della seconda ondata di rimpatriati, quella del Duemila. Vivendo umilmente nel Kazakistan, Vassili ha voluto «vedere come era la vita a Berlino». Oggi, non ripartirebbe per nulla al mondo.

«Non si può vivere facendo il falegname

Se negli anni Novanta le autorità tedesche non erano molto vigilanti, ora sono diventate più severe: la legge sull'immigrazione è stata rafforzata. La procedura amministrativa è pesante e può durare degli anni. Oggi chi vuole far valere i propri diritti deve essere nato prima del 1993. I russo tedeschi hanno, fin dall'inizio, cercato di raggiungere i membri della loro famiglia, nei quartieri dove lo Stato aveva installato le prime comunità russe. A Berlino, Marzahn è la colonia più grande della capitale. Facendo un passo indietro, per favorire la loro integrazione, lo stato tedesco impone dopo il 2002 delle quote per Land. Tuttavia i bambini vanno a scuola, i giovani studiano, gli adulti lavorano o cercano offerte di lavoro. L'integrazione è in atto, anche se, a Berlino, il mercato del lavoro offre poche opportunità. È così che Eduard, dopo un periodo di formazione per falegnami finanziato dall'agenzia per l'impiego, ha cambiato molto rapidamente ramo perché «non si può guadagnare da vivere correttamente lavorando come falegname a Berlino. È un lavoro troppo mal pagato», ci racconta. Il suo giro tiene duro grazie ai frequentatori abituali ed agli amici russi che abitano nel quartiere: «Qui, non posso competere con le grandi catene di distribuzione come Kaufland», spiega.

Il 70% dei primi rimpatriati parla tedesco

Parlare il tedesco è la condizione fondamentale per trovare lavoro. Se il 70% dei primi rimpatriati parlano questa lingua, gli ultimi arrivati non sono che un quarto a essere germanofoni, stima Frank Tétart.

«I giovani sono più fortunati perché vanno a scuola. Imparano il tedesco, anche se non lo parlano in casa», spiega Valentina Zapp, capo progetto a Schalasch. Valentina aiuta quotidianamente numerosi giovani a trovare un posto di formazione in apprendistato o a redigere una lettera di candidatura: «Dopo un anno di recupero, continuano il loro normale cursus. Ma il sistema scolastico tedesco è troppo elitario. Berlino offre poche prospettive», continua.

Anna Mamonov ha 25 anni, è arrivata in Germania con sua madre quando ne aveva nove. Per lei, come per tutti i giovani, la questione dell’identità non è sempre di facile risoluzione. «Ho l'impressione di essere stata strappata alla mia infanzia ed al mio Paese». Si sente integrata nella società, ma si sente prima di tutto russa.

Ed i nuovi, quelli nati in terra tedesca? Per loro è il contrario. Se sentono parlare russo in casa, si rifiutano di capirlo perché sia a scuola che con gli amici non fanno che parlare tedesco. L'associazione di Valentina propone allora un ritorno alla lingua russa per più piccoli.

Malgrado tutti questi sforzi, i tedeschi conservano troppo spesso in testa l’immagine dell’Asi’, il beneficiario dell’aiuto sociale, quando incontrano questa popolazione russa rimpatriata, percepita come una folla di cittadini di seconda mano.

Una situazione di cui i russo tedeschi soffrono, come spiega Eduard. «Dal punto di vista economico, la situazione è migliore rispetto alla Russia. Ma per il resto…, non siamo tanto liberi. Siamo sotto pressione. Ci sono troppe leggi. Per quanto mi riguarda, la Russia è la mia unica Patria».

LA FOLLIA DELLE SERATE RUSSENDISKO OLTRE RENO

Foto nel testo: Marzahn (LutzSchramm/flickr); mostra sui russi a Berlino (new9678/flickr)