società

A Belfast in un black taxi: l'ultima città divisa d'Europa

Articolo pubblicato il 22 febbraio 2010
Articolo pubblicato il 22 febbraio 2010
Il 6 febbraio, l'organizzazione paramilitare dell'Irlanda del Nord, la INLA, ha deposto le armi, e la provincia ha fatto un ulteriore passo avanti verso la stabilità sociale. Ora che la prima zona di guerra è stata riaperta, i turisti affollano l'ultima città divisa d'Europa. Un assaggio dell'esperienza nord-irlandese

«Non preoccupatevi. È solo una precauzione» spiega il nostro tassista in modo non proprio rassicurante. «Alcune nostre auto sono state colpite dagli spari poco fa». Tira fuori una targa di riserva dal portabagagli del suo taxi nero e la pone velocemente sopra la sua. Una procedura standard, dice, in vista del nostro giro attraverso il quartiere protestante di Belfast, Shankill. «Ci sono abitanti del posto a cui non piace che compagnie di taxi cattoliche girino nella zona - dice - ci riconoscono dalla targa».

I black taxi, come quello in cui siamo adesso, si sono adoperati quando i bus, essendo potenziali barricate, furono vietati nella parte ovest di Belfast. Ancora oggi, questa metà della città non ha ancora i trasporti pubblici. Molti tassisti hanno fungono anche da guide turistiche e l'esperienza dei black taxi è diventata una delle principali attrazioni della città. All'età di 24 anni, è la prima volta che attraverso il confine.

Black taxi

el_floz/flickrSebbene il nord non disti più di qualche miglio, per molti il sud rimane un altro pianeta. Mentre la Repubblica d’Irlanda ha goduto di una edonistica decade di esplosione economica, diventando un magnete per orde di lavoratori e visitatori europei , il nord per molti è rimasto una zona vietata che raccoglie i suoi cocci dopo trent'anni di guerra. Qui il 60% della popolazione dipende dal Governo Britannico per qualunque tipo d’impiego. Ora che gli spari sono cessati, la gente è decisa finalmente a ricominciare la propria vita. Il nostro tassista si appassiona parlando della sua città natale dal suo posto di guida, con il forte suono nasale tipico di Belfast. Accompagnato da un amico ucraino-svizzero, fingo di non parlare Inglese. Voglio lasciar fuori dall'equazione la mia nazionalità meridionale e lasciarlo raccontare la sua storia.

L'Irlanda del Nord è bella da togliere il fiato. I suoi laghi e le sue montagne sono celebrate dalla mitologia Celtica; questa un tempo era il regno di Cú Chulainn, l'Ercole Gaelico. L'agitazione è iniziata quando i britannici costruirono qui, nel sedicesimo secolo, piantagioni coloniali come parti della loro conquista programmata dell'Irlanda. Centinaia di presbiteriani inglesi e scozzesi furono inviati a fondare vaste colonie nell'Ulster, col conseguente spostamento di numerosi nativi. 400 anni dopo, la provincia conserva una doppia cultura unica, impressa nel paesaggio stesso. Dopo la guerra d'indipendenza della Repubblica dalla Gran Bretagna, nel 1920, il Regno Unito ha mantenuto il controllo della maggior parte del nord industriale e protestante, dividendo l'isola in due. Mentre la Repubblica ha costruito con grande impegno il suo nuovo Stato, il nord è stato gettato in un conflitto etnico, religioso e politico. Negli anni Sessanta, l’oppressa comunità cattolica della regione, ispirata dal movimento di Martin Luther King, marciò per i diritti civili in una società dove praticamente tutte le posizioni di potere (come l'intera forza politica) erano mantenute esclusivamente dai protestanti.

Il Muro della Pace

PPCC Antifa/flickrLa reazione fu violenta e, alla fine, l'esercito britannico fu inviato a ristabilire l'ordine. Non è più ripartito per i successivi trent'anni. Un sanguinoso conflitto tra l’esercito, l'IRA (Irish Republican Army) e diversi altri gruppi paramilitari hanno dominato la vita quotidiana del nord finché non è iniziato nel 2008 il processo di pace. Oggi, il cosiddetto “Muro della Pace”, taglia senza alcuna pietà la città in due; con i suoi 7,6 metri d’altezza, questa struttura di ferro è alta oltre il doppio di quello che fu il Muro di Berlino. Può essere oltrepassato solo durante le ore del giorno; di notte le luci dei falò dei residenti rendono arroventato il ferro battuto.. Belfast ha il proprio muro di fuoco. Abbondano i murali politici, le uniche espressioni culturali nate dalle frustrazioni e dalle indignazioni del confitto. Gli abitanti della zona abbelliscono gli innumerevoli monumenti ai morti, i cui omicidi sono troppo spesso rimasti senza risposta. I muri dei quartieri cattolici proclamano la lealtà verso la Catalogna, la Palestina, i Paesi Baschi; le strade protestanti sono tappezzate di Union Jack (la bandiera della Gran Bretagna), con dipinti murali della regina fiancheggiata da uomini mascherati con una mitragliatrice.

Il mio amico mi dice a bassa voce, in francese: «non credo che esistano ancora dei posti come questo in Europa». Più di una volta, il nostro autista è sopraffatto e deve fermarsi, le atrocità di cui parla avvengono tra i suoi amici, tra suoi vicini, tra i suoi colleghi. È sinceramente ferito, affranto per ciò che è diventata la sua città, pieno di speranza per il futuro. Per un tour di due ore personalizzato, che non manca di brividi, chiede solo 20 sterline (22 euro all’ora): il prezzo di un pranzo mediocre ai margini di Dublino. Sta tornando a farsi buio nel centro città distrutto, dove i nuovi edifici sbucano fuori come funghi. Belfast si sta svegliando da un incubo e la sua gente, con la sua tipica risolutezza, ha la mente rivolta decisamente verso un nuovo giorno.