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5 cose da sapere per capire l'ascesa dell'ISIS

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 16 febbraio 2016

Come combattere lo Stato islamico in modo efficace? Il primo passo: accettare che questo gruppo jihadista non sia sorto dal nulla. Nel suo libro, Le piège Daech (La trappola ISIS), lo storico Pierre-Jean Luizard si sofferma sulle ragioni della sua ascesa. Abbiamo individuato 5 punti essenziali per capire meglio di cosa si tratta.

Ancora sconosciuto fino a due anni fa, in pochi mesi il gruppo terroristico dello Stato islamico (ISIS o Daesh, secondo l'acronimo usato in arabo) è diventato il nemico pubblico numero uno. Oggi il moltiplicarsi dei suoi attacchi in tutto il mondo aumenta sempre di più la pressione che grava sulla coalizione anti-ISIS. Il dibattito si concentra spesso sul modo di combattere l'autoproclamato Califfato. Bombardamenti? Truppe di terra? 

Prudenza. Come ricorda Pierre-Jean Luizard, storico e direttore della ricerca al CNRS, «la disfatta militare dell'ISIS non risolverà niente, se non si prendono in considerazione le cause del suo successo iniziale». Il suo libro Le piège Daech (La trappola ISIS, n.d.t.), pubblicato in Francia appena un mese dopo l'attacco contro Charlie Hebdo, analizza giustamente le cause della folgorante ascesa di questo gruppo. Un'analisi che, un anno dopo, risulta ancora più attuale.

1. Un successo che non è di "ordine militare"

Se oggi si ha la tendenza ad associare l'ISIS alla Siria, non si deve dimenticare che la culla di questo gruppo jihadista si trova in Iraq. Ed in particolare nelle regioni a maggioranza sunnita del nord del Paese. Per capire bene la sua crescita, occorre ricordare che «gli ingredienti del successo iniziale dell'ISIS non sono di ordine militare,» insiste Pierre-Jean Luizard.

Occorre fare un rapido passo indietro. Nel 2014 arrivano le prime vittorie dell'ISIS, in un clima di tensione tra le comunità sunnite e sciite dell'Iraq. Lo storico colloca all'origine di queste tensioni il brusco cambiamento dei rapporti di forza seguito all'occupazione militare americana. Gli sciiti, in maggioranza nel Paese, si sono ritrovati al potere dopo essere stati a lungo discriminati dal regime (sunnita) di Saddam Hussein. Dopo la sua caduta, sono stati i sunniti, a loro volta, ad essere stati marginalizzati o epurati dalle sfere di potere.

Risultato: in alcune città a maggioranza sunnita come Mosul, Tikrit o Falluja, ci si sente svincolati dal potere centrale sciita di Baghdad, conosciuto d'altronde per essere fondato sul clientelismo e la corruzione. L'esercito iracheno, in quanto rappresentante del Governo sul terreno, è odiato dalla popolazione. Facile capire il perché: «I militari hanno represso con dei bombardamenti alla cieca i sit-in organizzati per protestare contro la marginalizzazione politica della comunità araba sunnita,» riferisce Pierre-Jean Luizard.

2. L'ISIS è visto come un "esercito di liberazione"

È dunque più facile capire perché una buona parte di queste popolazioni abbia (almeno all'inizio) accolto in maniera positiva i combattenti di Daesh. Ben cosciente della situazione, l'ISIS si è presentato come il «protettore dei sunniti». Una strategia vincente, visto che lo storico arriva persino a dire che a Mosul, Tikrit, Falluja e altrove, l'arrivo dei miliziani di Daesh è stato visto da molti come quello di «un esercito di liberazione».

Mappa: le città irachene di Falluja, Mosul e Tikrit

Una volta insediatosi in un'area, l'operazione di questo esercito si spinge oltre. Daesh si presenta come una specie di giustiziere che elimina le disuguaglianze del passato. A Mosul per esempio, «i miliziani giustiziano pubblicamente le persone che sono ritenute responsabili della corruzione,» spiega Pierre-Jean Luizard. Risultato: per mano dell'amministrazione dell'ISIS, «si vedono riapparire sui mercati prodotti che erano stati oggetto di speculazione (e limitati nella loro distribuzione, n.d.r.), con prezzi a volte dimezzati per i prodotti alimentari di base».

Allo stesso modo, Daesh restituisce il potere ad altri attori locali a condizione, certo, di uniformarsi ai costumi dei jihadisti. È per queste ragioni che, nei luoghi sotto il controllo dell'ISIS, la maggioranza degli arabi sunniti, «passivamente per alcuni, più attivamente per altri», accetta lo Stato islamico.

3. L'aiuto di Assad

Alle porte dell'Iraq, la guerra in Siria è l'occasione d'oro per concretizzare l'ambizione del gruppo jihadista di creare un nuovo Stato transnazionale, ignorando le frontiere attuali: l'autoproclamato Califfato. C'è da dire che, dal 2011 (quando il regime di Bashar al-Assad ha iniziato a reprimere le prime rivolte) ad oggi, il conflitto è diventato sempre più uno scontro settario tra le diverse comunità e forze in campo. Da allora, all'interno dell'opposizione anti-governativa, sono rapidamente emersi gruppi salafiti e jihadisti come il Fronte Al-Nusra, costola di Al Qaeda in Siria. Nel protrarsi del conflitto, poi, lo smembramento dello Stato siriano si è intensificato precipitosamente ed ha permesso a questi gruppi di colmare un vuoto sempre più pesante. 

Tutto ciò senza considerare l'aiuto di un alleato inaspettato. Un alleato che altri non è che... Bashar al-Assad, lui in persona. Inaspettato? È davvero così? Pierre-Jean Luizard evoca in realtà una convergenza tra gli obiettivi delle forze jihadiste e quelli del regime. Per esempio: «Con la volontà deliberata di indebolire le tendenze più laiche e pacifiste dell'opposizione, le autorità siriane liberano nel 2011 un centinaio di prigionieri salafiti e jihadisti,» spiega lo storico. «Tra loro, figura in particolare Abu Musab al-Suri, considerato come il nuovo ideologo del jihad globale.»

Inoltre, aggiunge, «il regime si cura anche di bombardare prioritaramente le posizioni e le unità dell'Esercito siriano libero (ESL)», l'opposizione che lotta per la democrazia. Il messaggio di Assad è chiaro: «O me o il caos!». Così facendo, il territorio controllato dalle milizie salafite si espande. E la Siria si sbriciola...

4. Daesh più credibile di Al Qaeda

Rivalità e scontri non risparmiano le milizie salafite che continuano a combattere tra loro. Detto questo, «si riscontra la migrazione di una parte delle truppe di Al-Nusra e di altre milizie salafite verso le file dello Stato islamico,» scrive Pierre-Jean Luizard. Perché? La risposta è semplice: Daesh apporta una prospettiva più credibile. È in effetti la prima volta che un gruppo salafita raggiunge chiaramente l'obiettivo «di occupare un territorio geografico con l'ambizione di costruire uno Stato» e di applicare la sharia. Uno Stato con un sovrano, un vero esercito, delle imposte e addirittura una moneta.

Di denaro, giustamente, l'ISIS ne ha in abbondanza. Grazie certamente ad alcuni donatori privati, ma anche (ed è importante) grazie alla loro logica di conquista territoriale. Sul terreno, Daesh ha potuto recuperare somme astronomiche. Nel corso della «razzìa» della banca centrale di Mosul, ad esempio, si parla di un bottino di guerra che ammonta a 313 milioni di euro. Ma le banconote e l'oro non sono l'unica fonte di ricchezza di Daesh: anche il petrolio e l'equipaggiamento militare americano sottratto all'esercito iracheno giocano un ruolo decisivo.  

5. Seduzione e richiami coloniali

Anche se resta ancorata ad un territorio specifico, Daesh cerca infine di trascendere il suo carattere arabo-sunnita e mediorentale. Vuole indirizzarsi ad una comunità mondiale. E per sedurla, adotta una strategia universalista. Poiché questo conflitto, assicura Paul-Jean Luizard, non è tra «Oriente e Occidente», ma tra la «loro» visione dell'Islam e i non credenti o i "falsi" credenti. Sapendo che secondo l'Islam, «tutti sono i benvenuti: tanto (sono accettati) gli europei biondi di origine cattolica (che si convertono, n.d.r.), quanto tra i miscredenti ci sono anche arabi e cattivi musulmani».

Per raggiungere più persone possibili, quale migliore strategia se non far risorgere le frustrazioni coloniali, argomento alquanto sensibile? Disprezzando le frontiere della regione ereditate dal passato colonialista, Daesh strumentalizza simbolicamente gli elementi della storia a suo vantaggio. Come spiega Paul-Jean Luizard, «l'ISIS tocca un tema "sentito" in Paesi come la Francia, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Presentando i musulmani come eterne vittime di un Occidente dominatore e miscredente, cristallizza il sentimento di ingiustizia diffuso tra alcuni giovani».

"Non cadere nella trappola"

Oggi si conosce l'orrore di Daesh. Non vi è alcun dubbio. Ma, come avverte Pierre-Jean Luizard, non bisogna cadere nella sua «trappola». Un anno fa, alla pubblicazione del suo libro, lo storico si preoccupava del fatto che la coalizione anti-ISIS non avesse «assolutamente nessuna prospettiva politica da offrire alle popolazioni che avevano aderito all'ISIS ». Si deve constatare che oggi la situazione non è cambiata molto.

Eppure, vittoria militare o no, una pacificazione a lungo termine è impensabile se non si prendono in considerazione le cause dell'ascesa di Deash. E così Pierre-Jean Luizard si chiede: «Quando Laurent Fabius (ministro degli esteri francese, n.d.r.) parla di aiuto al Governo di Baghdad per ristabilire la sua sovranità, si rende conto che questa è esattamente l'ultima cosa che vorrebbero gli abitanti di Mosul, di Tikrit e di Falluja?». Si potrebbe dire lo stesso a proposito di Bashar al-Assad, il famoso "male minore" che si inizia a preferire al caos totale. In questa nuova guerra contro il terrorismo, l'essenziale è non dimenticare che, come scrive Pierre-Jean Luizard, «in realtà lo Stato islamico è forte solo a causa della debolezza del suo avversario».

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Da leggere: Le piège Daesh, di Pierre-Jean Luizard (edizioni La Découverte, 2015)