Roma

Solo la cultura ci salverà dal terrorismo stradale  

Articolo pubblicato il 12 luglio 2017
Articolo pubblicato il 12 luglio 2017

Dovremmo tutti cominciare a non scusare i nostri amici quando guidano "dopo 3 bicchieri", troppo stanchi o dopo aver fumato. Dovremmo considerare l'auto per quel che è: un semplice mezzo stradale, non un simbolo di potere o ricchezza, non un gioco con cui gingillarsi, non un'esperienza da vivere mettendo a rischio l'incolumità altrui

Quando ero piccolo ebbi un grave incidente stradale. Mia madre quel giorno decise di non venire in montagna, non era ancora la sua ora. Mio padre ci salvò tutti con una prontezza di riflessi che non dimenticherò mai. Mio fratello subì i danni maggiori. Io non capivo come tutto quello potesse essere successo. Lui abbozzava un sorriso perché io ero il fratello minore, quello da proteggere, da non lasciare solo con il suo dolore.

L'uomo che ci venne addosso era ubriaco, oltre i limiti di velocità e senza patente. Ricordo che in ospedale mi salutò e io lo guardai sconvolto, non capivo perché avesse voluto farci così male. La legge stradale ai tempi era una specie di barzelletta. Niente galera, nessun problema, due soldi di assicurazione e a casa come nulla fosse successo. Era una specie di far west, esisteva solo la vendetta privata. Ma né mia madre né mio padre la presero mai in considerazione, mio fratello ancora giovanissimo passava di ospedale in ospedale, io quell'uomo lo dimenticai subito. Non so chi sia, come si chiami né perché abbia cercato di sterminare una famiglia. Noi siamo andati avanti, sempre con il tabù dell'incidente, con la paura di andare a toccare un dolore troppo grande, con la consapevolezza che in macchina basta un secondo per cambiare tutto.

L'altro giorno quando ho letto dell'omicidio della giovane motociclista in Val susa è riuscito tutto ciò che teniamo da parte per andare avanti come nulla fosse. Penso alla legge stradale che si adegua sempre di più alla realtà. Al fatto che un'auto è uno strumento di morte quanto una bomba. E che chi compie atti del genere non va considerato una vittima perché ubriaco, drogato o appena separato. La possibilità di finire la propria vita in strada è infinitamente maggiore a quella di terminarla sotto la mitraglia di un terrorista. Quindi giornalisti e società civile dovremmo tutti indignarci per questi atti e combattere perché cambi.

Dovremmo tutti cominciare a non scusare i nostri amici quando guidano "dopo 3 bicchieri", troppo stanchi o dopo aver fumato. Dovremmo sostituire la sgommata in auto con il sorriso sul bus.

Dovremmo attuare una grande opera culturale che sostituisce l'immagine dell'uomo duro munito di macchina veloce con quello con la bici piccola e sgangherata. In poche parole dovremmo far tornare l'auto a essere ciò che è: un semplice mezzo stradale, non un simbolo di potere o ricchezza, non un gioco con cui gingillarsi, non un'esperienza da vivere mettendo a rischio l'incolumità altrui.

Perché solo la cultura ci potrà salvare dal terrorismo stradale.