Roma

L'insensatezza della vita: riappropriamoci del mondo magico

Articolo pubblicato il 10 maggio 2017
Articolo pubblicato il 10 maggio 2017

Beati coloro che si prendono il lusso di annoiarsi, di non sapere, di non cercare, di non studiare. Dannati noi che amiamo il nostro lavoro, che ci divertiamo con poco, che godiamo dell'imprevisto

Ieri a Rezekne c'è stato un concerto fantastico. Una band statunitense si è spinta fin qua, all'estrema periferia europea, per deliziarci con le sue melodie. Una serata semplice, un contrabbasso, una batteria e una tromba. Una decina di amici, qualche birra e del thé, due chiacchiere con i musicisti.

In tutto eravamo una ventina. Mi chiedo dove fossero gli altri abitanti di questa piccola cittadina; come si siano potuti perdere un'occasione così. Tutto gratis, atmosfera bellissima, relax completo a fine giornata.

Erano a casa a guardare delle serie. Oppure stavano chiedendo a google "come evitare la solitudine?" o "come diventare ricchi in una settimana?". Però l'opportunita di condivisione vera se la sono giocata davanti alla tv o al pc.

Chissà perche l'uomo contemporaneo ha scelto di puntare sull'individualismo, sul denaro e sulla tecnica.

Perché non usciamo di più? A caso, senza sapere dove andiamo. Per la gioia della scoperta, per vivere la meraviglia del mondo di cui Aristotele fu il cantore. Per vedere cosa tiene in serbo per noi la giornata.

Beati coloro che si prendono il lusso di annoiarsi, di non sapere, di non cercare, di non studiare. Beati coloro che si alzano la mattina già arrabbiati, memori della loro misera vita, consapevoli dell'obbrobrio e del tedio che li aspetterà oggi. Beati coloro che sanno già dove vanno e perché. Beati coloro che hanno sempre una ragione per agire. Beati coloro che ridono di noi, ignari viandanti, stupidamente felici e sorridenti davanti all'imprevedibilità del destino.

Dannati noi quando ci chiedono "dove vai?" e non sappiamo rispondere. Dannati noi quando ci chiedono "lo fai per denaro?" e vorremmo rispondere no, ma annuiamo perché ci vergogniamo un po' della nostra puerile spontaneità. Dannati noi perché di fronte alla domanda "perche ci vai?" vorremmo rispondere "per pura curiosità", ma sapendo che l'interlocutore riderebbe forniamo una motivazione socialmente accettabile.

Dannati noi che amiamo il nostro lavoro, che ci divertiamo con poco, che godiamo dell'imprevisto. Dannati noi che usciamo in bicicletta cantando. Dannati noi che ci circondiamo di amici, rischiando di amarli, di litigarci, di necessitare la loro compagnia. Dannati noi che ridiamo dell'idea secondo la quale l'uomo sarebbe antiquato di fronte alle macchine. Dannati noi che usciamo a passeggiare senza una meta, solo per sapere se piove o no, per sentire il vento sulla faccia. Dannati noi che vogliamo scoprire una nuova via tornando a casa, magari perdendo dieci minuti, sacrilegio. Dannati noi che non assumiamo sempre un'espressione seria e consapevole, ma che ci lasciamo irretire dalla situazione in cui ci troviamo senza opporre resistenza.

Dannati noi che crediamo che non tutto debba avere un perché.

Dannati noi che balliamo senza saperlo fare.

Dannati noi che riscopriamo la magia della comunicazione ogni giorno.

Dannati noi che esprimiamo il nostro daemon, la nostra unicità e la nostra indipendenza nei confronti delle rigidità sociali.

Dannati noi che siamo convinti che si possa stare benissimo senza cedere alla tristezza del consumo.

Dannati noi che crediamo che il problema non sia la conoscenza o la modificazione del reale, quanto piuttosto il fondarlo, il garantirlo, il renderlo presente.

Dannati noi che vogliamo riappropriarci del mondo magico.