Roma

Il Marocco è un paese per turisti

Articolo pubblicato il 16 giugno 2017
Articolo pubblicato il 16 giugno 2017

Nonostante l'aflusso turistico non si sia arrestato, il Marocco è sprofondato in una grande crisi politica negli ultimi mesi

Il Marocco è un paese per turisti, non per cittadini. Così lo vivono e lo conoscono molti occidentali, ammaliati dalla bellezza dell’oceano o dalla magia del deserto. Felici di godere di una natura ancora parzialmente incontaminata, dei prezzi bassi, dei divertimenti preparati ad hoc per loro.

Ed è così che lo conobbi anch’io la prima volta che ci andai. Avevo imparato bene il ritornello “Il Marocco è uno dei paesi più aperti e democratici del mondo arabo”. Il monarca è moderato, l’islam è moderato, il paese è moderato.

Ma sotto il velo della tanto sbandierata moderazione si cela la realtà di una nazione caratterizzata da fortissime tensioni sociali. Dopo la morte di Hassan II nel 1999 il paese ha vissuto un decennio di maggiori libertà. Una lieve apertura nei confronti del giornalismo d’inchiesta e della libertà di manifestazione hanno dato speranza in un futuro migliore. Questo periodo è durato fino alla primavera araba del 2011. Da quel momento sa majesté le roi ha ripreso la situazione in mano.

Eppure anche un semplice turista dotato del più elementare senso di curiosità può cogliere una realtà sociale non del tutto tranquilla. La prima volta che andai a sud di Marrakech il bus sul quale mi trovavo fu fermato dalla polizia: non aveva i documenti, ma corrompendo le forze dell’ordine il problema si risolse in un baleno. Poco dopo la strada era bloccata a causa di una manifestazione, un cartello recitava “Tout l’argent a sa majesté le roi et nous?”

Alcuni mesi dopo tornai. Ero determinato a partecipare alla manifestazione del primo maggio. Chiesi ad alcuni amici dove e quando mi sarei dovuto recare per prendere parte al corteo della festa dei lavoratori. Ricevetti un coro di “da nessuna parte”. Non mi rassegnai, presi un taxi e chiesi di portarmi al luogo della manifestazione. C’erano una decina di persone con delle bandiere dei sindacati. Il deserto. “Il corteo non è stato autorizzato dal re” dice il taxista. Va bene, torniamo a casa allora.

Però Mohammed VI si ostina ad autoproclamarsi artefice di un islam illuminato e di una democrazia sana e improntata ai valori occidentali. Il paese ha stretto rapporti di vicinanza con i maggiori paesi europei, Francia in primis, e con gli Stati Uniti. Parigi è il maggiore venditore d’armi a Rabat, Washington è interessata allo sviluppo turistico del Marocco sia in funzione economica sia in funzione geopolitica antialgerina.

Questo neoilluminismo politico però non ha impedito gli attentati di Casablanca del 2003 né gli arresti di giornalisti, omosessuali, lavoratori e dissidenti politici. Sono 6 mesi che nel Rif si susseguono manifestazioni. Un pescatore morì inghiottito dalle pale di un camion della spazzatura. Lui chiedeva lavoro e dignità, il governo certificò l’illegalità della vendita e del trasporto del suo pesce.

A margine delle manifestazioni di sostegno alla vittima sono state arrestate 200 persone. I marocchini chiedono a gran voce la loro liberazione. Alcuni, come Mohammed, giovane impiegato nel settore delle risorse umane a Casablanca, riconoscono una concorrenza di colpe nell’accaduto. Egli afferma che la morte del pescatore è stata accidentale e che da una parte la polizia non avrebbe dovuto effettuare un controllo non permesso, dall’altra è pur vero che il trasporto del pesce è risultato essere illegale. Però sostiene le proteste perché “aderisce come tutti i marocchini alle rivendicazioni che, oltre ogni separatismo o insurrezionalismo, sono di ordine sociale”.

Si dice infine positivo affermando che “La soluzione del conflitto tra Stato e Rif dovrebbe essere vicina. Sembra che, rigorosamente dopo il Ramadan, il re libererà coloro che sono stati arrestati e poi si recherà nei luoghi della protesta”

“In Marocco il ramadan vince sui diritti sociali” esordisce Mariam, insegnante a Casablanca. Tra i cinque pilastri dell’islam il Marocco ha scelto di privilegiare il digiuno durante tutto il mese di Ramadan. Nessuno si permette di infrangere la Legge, sarebbe troppo pericoloso. “Il controllo della religione investe tutta la vita pubblica e sociale di una persona, specialmente se si tratta di una donna. Non ci si può baciare per strada, non si può invitare un uomo in casa propria, bisogna nascondersi se si mangia o beve nelle ore diurne durante il Ramadan. Il codice penale e civile è ancora intriso della Legge coranica. Anche gli aspetti più semplici della vita quotidiana, come prendere un taxi o sedersi a bere un thé in un bar, risentono della morale patriarcale e religiosa dalla quale il paese non riesce a liberarsi”

Infine incontro Mehdi, impiegato in uno dei più prestigiosi hotel di Marrakech.

“Qua regnano il turismo e la prostituzione”. Non sarà il massimo, ma almeno creano lavoro. E non gli sembra giusto che poco tempo fa sia uscito un film che denuncia il marcio della sua città. “Compromette la reputazione del nostro paese”

Poi gli chiedo cosa pensa delle manifestazioni del Rif.

Mi guarda un attimo, sempre sorridendo, e dice:

“In Marocco non si parla di politica”