Roma

Cent'anni di Unione Sovietica nel mondo

Articolo pubblicato il 25 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 25 ottobre 2017

Nei Paesi Baltici e nel Caucaso l’identità europea si scontra con quella sovietica dando adito ad un confronto ideologico e generazionale del quale non conosciamo ancora gli sviluppi

Appena arrivato in Lettonia capì che c’era qualcosa che non andava. Riuscì a dare un nome a questo sconosciuto dopo poche settimane: Unione Sovietica. La mia generazione, in Europa occidentale, non la conosce nella sua grandezza e nella sua complessità. Associa un nome ad una realtà vuota, sconosciuta, idealizzata o infamata. Non sappiamo quanto pesasse questa realtà nel mondo e quali effetti ha ancora oggi in molti paesi.

Berlusconi in Italia salì al potere, anzi “scese in campo” per usare le sue parole, utilizzando una semplice retorica anti-comunista. Quindi negli anni ’90 in Italia c’erano i comunisti?

Nel frattempo i Paesi Baltici e il Caucaso si liberavano dal giogo dell’oppressore, ritrovando le proprie lingue e culture, perdendo la maggior parte delle industrie e del lavoro che li legava alla Russia. Lo stesso avveniva nei paesi dell'Asia Centrale.

La Polonia di Solidarność e di Papa  Wojtyła si avviava ad essere una delle principali democrazie europee, prendendo la testa dei paesi dell’est all’interno dell’Unione Europea.

In Cina il Partito Comunista era ed è l’unica scelta possibile.

Negli Stati Uniti il comunismo invece non è mai esistito: ecco perché in Europa Occidentale non conosciamo e non capiamo la storia e l’importanza economica, culturale e sociale dell’Unione Sovietica. Il pregiudizio esiste ancora oggi, se parlate inglese nessuno ha nulla da ridire, se vi esprimete in russo invece, in certi contesti, riceverete critiche. Il vecchio mito, per quanto usurato, dei buoni e cattivi esiste ancora. Tale mito peraltro non tocca solo le nazioni, ma anche le religioni. I buddhisti ad esempio sarebbero i “pacifici” e i musulmani i “guerrafondai”, salvo poi scoprire il caso del Myanmar che rimette in questione questo fittizio sistema di valori dove, di fatto, alle ragioni etniche e religiose si sostituiscono quelle politiche ed economiche.

In Spagna, dopo il franchismo, nel 1977, in piena transizione democratica, Santiago Carrillo gioiva del rinato Partido Comunista de España (PCE). Dopo decenni di illegalità tornavano i comunisti. Negli stessi anni in Italia c’era Berlinguer, in Francia Mitterand, nei Balcani Tito, a Cuba Castro. L’America Latina tuttavia era in mano alle dittature di destra volute dalla CIA e dagli Stati Uniti grazie all'Operación Cóndor. Il patio trasero era stato assoggettato, ma in molti guardavano all’Unione Sovietica come modello sociale.

Scrittori, artisti e poeti credevano nel modello russo che si dicevano pronti a imitare. In Messico Frida Kahlo e Diego Rivera abbracciarono gli ideali del comunismo. Pablo Neruda sosteneva che il modello sovietico fosse la sola via possibile per portare pace e prosperità in America Latina. Jose Carlos Mariategui era convinto che il socialismo fosse l’unica speranza per il Perù e in generale per tutti i paesi latinoamericani assoggettati agli Stati Uniti. Gabriel Garcia Marquez con il suo realismo mágico mostrava di amare molto poco la realtà dell’ America Latina sfruttata, sottomessa, violentata. Nella Bolivia di Suazo, dopo  vent’anni di dittatura militare, si creavano i compromessi per i futuri governi di Lula, Evo Morales e Chavez.

L’Unione Sovietica non era impegnata solo ideologicamente in America Latina, ma anche militarmente. Appoggiava Cuba e le guerriglie in Nicaragua e Bolivia. Lo stesso avveniva in molti moti rivoluzionari in svariate parti dell’Africa alle prese con la decolonizzazione, dove la CIA si scontrava con la  Čeka.

I Russi dimostrarono per alcuni decenni di essere superiori agli americani da un punto di vista tecnico e scientifico. Controllavano 1/6 dell’interno pianeta ed il loro prodotto interno lordo, nel 1969, rappresentava il 15% di quello globale. Ecco perché la caduta dell’Unione Sovietica è stato il trauma più grande dell’epoca moderna.

Alcuni anni dopo in Russia Gorbachev inaugurava un periodo passato alla storia come perestroika e glasnost. Finiva formalmente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ma la strada da fare era ed è ancora immensa. E per rendersene conto basta osservare i Paesi Baltici e il Caucaso, dove l’identità europea si scontra con quella sovietica, dando adito ad un confronto ideologico e generazionale che ancora non sappiamo dove ci porterà.