Politica

YouthCan, il riscatto della gioventù tunisina                              

Articolo pubblicato il 06 marzo 2014
Articolo pubblicato il 06 marzo 2014

Il problema principale della Tunisia? Creare un futuro per i suoi giovani. È anche il compito che si è prefissata YouthCan, un'organizzazione che cerca di unire e formare le nuove generazioni al di là delle differenze ideologiche. Una sfida impossibile?

"A Cité Et­ta­d­ha­menNo". Il tas­si­sta si ri­fiu­ta di rag­giun­ge­re l’ag­glo­me­ra­to ur­ba­no si­tua­to nella zona pe­ri­fe­ri­ca di Tu­ni­si, fa­mo­so per la sua po­ver­tà e mar­gi­na­li­tà. Nel gen­na­io 2014 que­sta area è stata og­get­to di forti agi­ta­zio­ni. I ma­ni­fe­stan­ti hanno bru­cia­to pneu­ma­ti­ci per bloc­ca­re l’ac­ces­so alle stra­de e la po­li­zia ha do­vu­to ri­cor­re­re ai gas la­cri­mo­ge­ni per di­sper­de­re la folla.

Un altro taxi ac­cet­ta di con­dur­ci in que­sto luogo. Le stra­de si riem­pio­no di fango, la pelle e i resti degli ani­ma­li in ven­di­ta sono ap­pe­si al­l’en­tra­ta delle ma­cel­le­rie. Cen­ti­na­ia di per­so­ne vanno avan­ti e in­die­tro e si sie­do­no nei nu­me­ro­si bar e nelle sale da tè. Ha­fe­dh Oue­led Saad aspet­ta a un in­cro­cio. Ha 23 anni e non ha an­co­ra tro­va­to la­vo­ro da quan­do è tor­na­to a Tu­ni­si.  Ci offre del caffè e qual­che be­van­da fre­sca. Ci ac­co­mo­dia­mo in una stan­za piena di di­va­ni bian­chi e do­ra­ti. Ha­fe­dh co­min­cia a rac­con­tar­ci per­ché ha de­ci­so di emi­gra­re il­le­gal­men­te in Ita­lia nel 2011.

L’e­co­no­mia che ar­ran­ca e un fu­tu­ro ine­si­sten­te per i gio­va­ni: sono que­ste le prin­ci­pa­li mi­nac­ce che si trova ad af­fron­ta­re il suo Paese in quel­la che è una tran­si­zio­ne verso una de­mo­cra­zia ef­fet­ti­va. Sono pas­sa­ti 3 anni da quan­do Ben Ali è scap­pa­to in Ara­bia Sau­di­ta, ma i nuovi po­li­ti­ci non sono stati ca­pa­ci di tro­va­re una so­lu­zio­ne ai pro­ble­mi so­cia­li. Sono trop­po vec­chi e non ca­pi­sco­no i pro­ble­mi della gio­ven­tù. È que­sto che pen­sa­no i mem­bri di You­th­Can, una nuova or­ga­niz­za­zio­ne senza alcun orien­ta­men­to po­li­ti­co che ha rac­col­to oltre 25.000 firme in poco più di un mese. Il suo obiet­ti­vo è chia­ro: so­ste­ne­re i gio­va­ni tu­ni­si­ni tra i 20 e i 35 anni, af­fin­ché ot­ten­ga­no po­te­re de­ci­sio­na­le nelle isti­tu­zio­ni, qual­sia­si par­ti­to o ideo­lo­gia di­fen­da­no.

Un futuro in­cer­to

"Non ve­do­no alcun fu­tu­ro. Stu­dia­no ore su ore, e poi? È que­sta in­cer­tez­za che li porta nelle mani di chi li vuole sem­pli­ce­men­te ma­ni­po­la­re. Lo spi­ri­to di You­th­Can è ren­der­li co­scien­ti del pro­prio po­ten­zia­le e della ne­ces­si­tà di agire!", spie­ga Mehdi Gue­b­zi­li, mem­bro fon­da­to­re del­l’or­ga­niz­za­zio­ne. Lui e Besma Mha­m­di, la pre­si­den­te di You­th­Can, sie­do­no all'Étoi­le Du Nord, una mo­der­na caf­fet­te­ria-bar-li­bre­ria che si trova nel cen­tro di Tu­ni­si. È qui che You­th­Can ha or­ga­niz­za­to la sua prima riu­nio­ne: se al­lo­ra erano sol­tan­to in 70, oggi l’or­ga­niz­za­zio­ne conta più di 4.500 mem­bri su Fa­ce­book; ne fanno parte anche per­so­ne pro­ve­nien­ti dall’Ita­lia, dalla Fran­cia, dalla Ger­ma­nia e dal Regno Unito. "You­th­Can è nata alla fine del 2013 – spie­ga Besma – nel corso di ciò che è stato chia­ma­to il 'Dia­lo­go Na­zio­na­le' [l’ex Primo mi­ni­stro, Ali Laa­raye­dh, si era di­mes­so e i po­li­ti­ci non riu­sci­va­no a met­ter­si d’ac­cor­do per no­mi­na­re un nuovo capo del go­ver­no, nda.]. La gente era molto fru­stra­ta. Noi ab­bia­mo dato spe­ran­za e ot­ti­mi­smo in un mo­men­to in cui tutto stava crol­lan­do".

I gio­va­ni tu­ni­si­ni at­tra­ver­sa­no tempi in­cer­ti. Nel 2011 hanno dato l’av­vio alla Pri­ma­ve­ra araba e sono ri­ma­sti in prima fila nelle stra­de quan­do Ben Ali ha sguin­za­glia­to i suoi fran­chi ti­ra­to­ri. Se­con­do l’ONU, i tu­ni­si­ni con meno di 24 anni rap­pre­sen­ta­no il 40% della po­po­la­zio­ne na­zio­na­le e tra loro la di­soc­cu­pa­zio­ne è pari al 30%. Non im­por­ta se si pos­sie­de un ti­to­lo di stu­dio uni­ver­si­ta­ri, o meno: "Il 40% dei lau­rea­ti non ha un la­vo­ro, ri­spet­to al 24% di chi non pos­sie­de alcun ti­to­lo", ri­fe­ri­sce il World Eco­no­mic Forum. Inol­tre, i gio­va­ni sono com­ple­ta­men­te esclu­si dalle isti­tu­zio­ni. Come af­fer­ma Mehdi: "So­prat­tut­to per i gio­va­ni, l’As­sem­blea Na­zio­na­le Co­sti­tuen­te è stata una de­lu­sio­ne per­ché non si è par­la­to di nulla: non co­no­sco­no i pro­ble­mi che ab­bia­mo a cuore!".

You­th­Can è un’or­ga­niz­za­zio­ne nata da poco. Non ha uf­fi­cio e la mag­gior parte del la­vo­ro si svol­ge on­li­ne, dove il mo­vi­men­to è nato in ma­nie­ra spon­ta­nea. "Bas­sem Bou­guer­ra ha con­di­vi­so il pro­prio cur­ri­cu­lum su Fa­ce­book of­fren­do­si di aiu­ta­re il Mi­ni­ste­ro degli In­ter­ni. L’ho visto e l’ho con­tat­ta­to, come hanno fatto anche altri", ri­cor­da Besma, prima di con­ti­nua­re: "Sa­pe­va­mo di non voler for­ma­re un par­ti­to po­li­ti­co tra­di­zio­na­le". Il suo è un obiet­ti­vo a lungo ter­mi­ne, ma non c’è tempo da per­de­re. Il primo giro di boa sono le ele­zio­ni po­li­ti­che pre­vi­ste per la fine del 2014200 can­di­da­ti si pre­pa­re­ran­no in­sie­me a loro: "Gio­va­ni che ri­ce­ve­ran­no una for­ma­zio­ne su come si parla in pub­bli­co, su come pre­sen­tar­si e su come tro­va­re fi­nan­zia­men­ti", di­chia­ra la pre­si­den­te.

I mem­bri di You­th­Can si tro­va­no in tutto il paese. Ya­zi­di Boul­be­ba è uno di loro. Vive a Si­lia­na, una pic­co­la città ru­ra­le tu­ni­si­na. Un di­plo­ma in Fi­si­ca e Chi­mi­ca non è ba­sta­to a que­sto gio­va­ne di 28 anni per tro­va­re la­vo­ro. Era iscrit­to a un par­ti­to po­li­ti­co, ma quan­do ha avuto la pos­si­bi­li­tà di unir­si a You­th­Can, non ci ha pen­sa­to due volte. "La ri­vo­lu­zio­ne l’han­no fatta i gio­va­ni e per 3 mo­ti­vi pre­ci­si: di­gni­tà, li­ber­tà e la­vo­ro. La li­ber­tà è fon­da­men­ta­le, ma non ci può es­se­re di­gni­tà senza la­vo­ro", rac­con­ta. Gli piace l’i­dea di You­th­Can di for­ma­re nuovi po­li­ti­ci e ri­tie­ne che que­sta or­ga­niz­za­zio­ne possa av­vi­ci­na­re i gio­va­ni alla po­li­ti­ca. "Lo spero per­ché oggi vi­via­mo un boi­cot­tag­gio po­li­ti­co da parte dei gio­va­ni", di­chia­ra. A Si­lia­na la po­ver­tà avan­za: "C’è sol­tan­to una fab­bri­ca nella pro­vin­cia e i pro­dot­ti che col­ti­via­mo ven­go­no la­vo­ra­ti in altre città". Di con­se­guen­za molta gente si tra­sfe­ri­sce nelle zone eco­no­mi­ca­men­te più at­ti­ve come Tu­ni­si. "L’al­ter­na­ti­va è l’e­stre­mi­smo e il ter­ro­ri­smo. Quasi tutti i ter­ro­ri­sti pro­ven­go­no dalle aree più po­ve­re del Paese", con­clu­de Ya­zi­di.

Esilio o terrorismo

In real­tà anche il cen­tro di Tu­ni­si si sta svuo­tan­do men­tree le pe­ri­fe­rie della ca­pi­ta­le cre­sco­no: le stra­de cao­ti­che di Cité Et­ta­d­ha­men ne sono la di­mo­stra­zio­ne. Tut­ta­via, anche qui i gio­va­ni hanno un fu­tu­ro in­cer­to. "Nel bar ac­can­to po­trai tro­va­re altre 20 o 25 per­so­ne che hanno ten­ta­to di an­da­re in Ita­lia", spie­ga Ha­fe­dh. Lui, dopo es­se­re sbar­ca­to a Lam­pe­du­sa, è riu­sci­to ad ar­ri­va­re in Sviz­ze­ra, ma il suo sogno eu­ro­peo è fi­ni­to quan­do non hanno ac­cet­ta­to la sua ri­chie­sta d’a­si­lo e lo hanno ri­spe­di­to a casa. La spe­ran­za che ca­rat­te­riz­za­va la ri­vo­lu­zio­ne è lon­ta­na. Ha­fe­dh rac­con­ta: "Io non si­gni­fi­co nien­te per que­sti po­li­ti­ci e loro non si­gni­fi­ca­no nien­te per me. Non credo che la si­tua­zio­ne sia mi­glio­ra­ta". Ha in pro­gram­ma di im­pa­ra­re l’i­ta­lia­no per poter la­vo­ra­re in un call cen­ter, "ma non penso che mi pa­ghe­ran­no bene". La prima volta che è an­da­to via da Tu­ni­si ha speso 1.500 di­na­ri (circa 725 euro). "Se oggi aves­si di nuovo l’op­por­tu­ni­tà, lo farei di nuovo".

 – Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li del pro­get­to Eu­ro­med-Tu­ni­si, finanziato dalla Fondazione Lindh e realizzato grazie al partenariato con iWatch Tunisia –