Politica

Viktor Orban, il boia di Budapest

Articolo pubblicato il 02 giugno 2015
Articolo pubblicato il 02 giugno 2015

Pena di morte: tre parole che hanno fatto consumare molto inchiostro e acceso numerosi dibattiti anche nelle più altolocate sfere della politica europea. Le opinioni sono divergenti, a partire da quella di Viktor Orban, primo ministro ungherese.

La Bielorussia, l'ultimo (o quasi) giustiziere d'Europa

La situazione in Europa non vi stupirà: quasi tutti i paesi europei hanno abolito la pena di morte. Vi è però un'eccezione alla regola: la Bielorussia. In effetti, questo Paese, non membro dell'UE e governato da Aleksandr Lukašenko, uno degli ultimi dittatori europei (sì, esiste ancora e non è molto distante da noi), autorizza ancora la pena di morte.

A Minsk, la pena capitale è infatti regolarmente applicata ed è eseguita in una maniera che la rende ancor più atroce: una giuria di 3 persone (un giudice e due giurati) delibera e approva la condanna a morte. Subito dopo, il Presidente rifiuta la concessione di un'eventuale grazia e, in quel preciso istante, il condannato s'inginocchia e viene ucciso con una pallottola nella nuca. Si tratta quindi d'una pena di morte "a sorpresa", psicologicamente insostenibile per il prigioniero e i suoi cari.

Inoltre è utile ricordare la posizione della Russia in questa particolare graduatoria: Mosca, ufficialmente, non ha mai abolito la condanna di morte. Tuttavia una moratoria ne sospende la sua applicazione dal 1996, data d'ingresso del Paese nel Consiglio d'Europa. La scelta di una moratoria anziché dell'abolizione tout court può spiegarsi col fatto che questo strumento gode di molti consensi tra la popolazione russa. Nel 2014, secondo uno studio del Centro di ricerca russo Levada, il 52% del campione era favorevole al ritorno della pena capitale.

La Cina, "campione" del mondo

La situazione mondiale è molto più preoccupante. Secondo Amnesty International, sono 140 i Paesi ad aver abolito la pena di morte mentre 58 Stati continuano a mantenerla. Questo dato potrebbe sembrare non allarmante, ma è illusorio: questi 58 paesi rappresentano ben due terzi della popolazione mondiale.

Secondo il rapporto di Amnesty, 5 Paesi sono in testa alla classifica poco invidiabile di chi ha giustiziato il maggior numero di prigionieri nel 2014: Stati Uniti (35), Iraq (almeno 61), Arabia Saudita (più di 90) e Cina (più di 1.000). Si tratta di cifre approssimate per difetto, perché queste ultime 3 Nazioni non sono molto propense a comunicare i dati reali, e molte zone d'ombra ancora esistono. Questo è ancor più vero quando si parla della Cina, dato che il suo Governo non pubblica nessun numero ufficiale e ne fa un segreto di Stato.

In Europa, sarà la volta dell'Ungheria?

Come premessa, è importante segnalare che la situazione dell'Ungheria, Paese membro dell'Unione Europea, è radicalmente diversa da quella della Bielorussia, paese non membro dell'UE. Avendo firmato la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, l'Ungheria si impegna a rispettare l'articolo 2 che dichiara: «Ogni individuo ha diritto alla vita. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato». Ciò non ha impedito a Viktor Orbàn, Primo ministro ungherese, di riaprire il dibattito. Effettivamente, Orbàn ha recentemente dichiarato che sta riflettendo sulla reintroduzione della pena di morte, anche in seguito all'omicidio di una commessa in un negozio nella cittadina di Kaposvar, 185 chilometri a sudovest di Budapest

Queste dichiarazioni hanno ovviamente sollevato un polverone in Europa e Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, ha reagito immediatamente dichiarando che potrebbe avviare una battaglia se l'Ungheria si azzardasse a ristabilire la pena di morte. Da allora, Orbàn ha ritrattato proponendo una consultazione pubblica in cui interpellare gli ungheresi a proposito della politica comunitaria in materia d'immigrazione, segnale di una certa radicalizzazione della politica del premier ungherese. Quest'ultimo ha comunque riacceso la discussione dichiarando di credere profondamente alla pena di morte, e che l'UE dovrebbe accettare ogni tipo di dibattito in quanto difensore della democrazia. (Questo ha spinto Juncker ad accogliere Viktor Orban con un «Salve dittatore!» in occasione del vertice di Riga. Che atmosfera…).

Cosa dicono la Costituzione ungherese e i trattati europei

Sarebbe tuttavia interessante chiedersi se l'Ungheria abbia il diritto di ristabilire la pena capitale. In teoria, sì. La pratica è molto più contorversa, poiché se desidera farlo, dovrebbe prima lasciare l'Unione Europea. Per di più, la Costituzione ungherese, benché largamente rimaneggiata da Viktor Orbàn e dal suo partito nel 2012, non lo permetterebbe perché precisa che «la dignità dell'Uomo si basa sulla sua vita umana».

Inoltre, se l'Ungheria decidesse di ristabilire la pena di morte, i rischi sarebbero considerevoli. In effetti, secondo l'articolo 7 del Trattato sull'Unione Europea: «Il Consiglio […] può decidere di sospendere alcuni dei diritti spettanti allo Stato membro che derivano dall'applicazione dei trattati, compresi il diritto di voto del rappresentante del Governo di tale Stato membro in seno al Consiglio». Si tratterebbe quindi di sospendere il diritto al voto dei 7 deputati ungheresi presenti nel Consiglio dell'Unione europea. E se l'Ungheria continuasse a conservare la pena di morte dopo averla ristabilita, il Consiglio potrebbe decidere anche di escludere il Paese dalla sua assemblea.

Prendendo atto di tutti questi elementi, c'è da scommettere che l'Ungheria e Viktor Orbàn faranno marcia indietro, visto che il gioco non sembra valere la candela.