Politica

Un'intervista (impossibile) con Schengen

Articolo pubblicato il 20 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 20 gennaio 2016

L'anno scorso l'accordo di Schengen ha festeggiato il suo trentesimo compleanno. A dirla tutta, non è stato un felice anniversario e il 2015 ha rappresentato uno degli anni più turbolenti dalla sua nascita. Per questo motivo abbiamo incontrato Schengen di persona, per parlare insieme del suo passato e del suo futuro. Intervista (impossibile).

di Natalie Welfens

Schengen, l'anno scorso lei ha compiuto 30 anni. Un'età importante! Dal doppio espresso che sta bevendo in questo momento, possiamo dedurre che stia ancora smaltendo la sbronza dopo i festeggiamenti dello scorso anno?

(Sorride) Magari! A dire la verità di festa ce n'è stata ben poca, perché sono stato occupato tutto il tempo dai continui litigi in famiglia e con i vicini di casa. E purtroppo mi mettevano quasi sempre in mezzo. Come lei forse sa già, il mio lavoro per la nostra famiglia è importantissimo, eppure non si trova un accordo su come debba essere svolto nel modo migliore. Nell'ultimo anno questa disputa è cresciuta enormemente. A un certo punto temevo persino per la mia stessa esistenza. Capirà quindi che non ero certo in vena di festeggiamenti. 

Mi dispiace molto. Quando lei è nato, nel 1985, la sua famiglia era decisamente più piccola e nessuno sapeva esattamente quale sarebbe stato il suo destino.

È vero. Allora era tutto più semplice. Il 14 giugno 1985 sono venuto alla luce in un piccolo paesino del Lussemburgo, da cui ho preso il nome: Schengen. La mia famiglia non era che la Germania, la Francia, il Belgio, il Lussenburgo e i Paesi Bassi. Volevano che iniziassi gradualmente a occuparmi dello smantellamento dei confini tra questi Paesi. Le frontiere tra gli Stati europei avrebbero dovuto, passo dopo passo, scomparire. 

Cosa significa esattamente?

Significa che avrei potuto visitare liberamente la mia famiglia, sempre più numerosa. Se, per esempio, lei fosse voluta andare dalla Germania alla Francia, non avrebbe più dovuto sottoporsi a controlli in frontiera.

E questo è tutto?

Detto così, sembra più semplice di quello che era e che ancora è. Per smantellare questi controlli ai confini, allo stesso tempo bisogna assicurarsi che tutte le parti in causa rispettino le regole in termini di immigrazione e sicurezza. Poco dopo i miei primi 5 anni, il 19 giugno 1990, sono stati firmati gli Accordi di Schengen, che hanno stabilito esattamente qual è davvero il mio compito: standardizzare i regolamenti di ingresso e creare un visto unico per l'area Schengen; far collaborare le forze dell'ordine dei Paesi partecipanti; coordinare la giustizia e i provvedimenti contro il traffico di sostanze stupefacenti; e delineare una politica chiara in termini di asilo politico. In questo mondo sarebbe dovuto nascere uno spazio comune di diritti e sicurezza.

Sicuramente non c'era da starsene con le mani in mano. Non è una missione da poco ad una così giovane età, non è vero?

Esatto. Allora mi mancava soprattutto il know-now tecnico e giuridico. Gli Accordi di Schengen sono entrati in vigore il 1° settembre 1993, ma da un punto di vista pratico l'applicazione delle convenzioni comuni è stata realizzata solo grazie alla cosiddetta "messa in vigore" del 26 marzo 1995. Per quanto riguarda i dati bancari e i relativi regolamenti sul segreto bancario, la mia squadra ha avuto bisogno di un po' più di tempo. All'inizio erano chiamati in causa solo i confini all'interno dell'Unione europea, poi però ovviamente hanno pensato di estendermi anche al di fuori dell'UE. Con il Protocollo di Schengen, del trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997, sono diventato ufficialmente parte dell'UE. (Sorride.)

In questo modo, la sua famiglia si deve essere allargata considerevolmente...

E quanto! Ho quasi perso la visione d'insieme. (Lo sguardo in alto, le sopracciglia nervosamente corrucciate, si tamburella la fronte con il dito indice). Sì, penso di riuscire a ricordarli tutti: Italia nel 1990, Spagna e Portogallo nel 1991, Grecia nel 1992 e l'Austria si è aggiunta nel 1995. Danimarca, Finlandia, Svezia e persino dei Paesi non membri dell'UE, Islanda e Norvegia, hanno voluto partecipare dal 1996. A partire dal 2007 sono arrivate Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Malta, Ungheria, Slovenia e Slovacchia. Per ultimo il Lichtenstein, tra l'altro un altro membro extra-UE. Bulgaria, Romania, Cipro e Croazia non ne fanno ancora parte, ma ci stanno arrivando. Penso di non aver dimenticato nessuno.

Davvero notevole...

Sì, negli ultimi anni siamo cresciuti, ma Gran Bretagna e Irlanda non sono ancora membri. In ogni caso abbiamo rapporti molto stretti con loro. Per esempio i nostri sistemi giuridici e le nostre forze dell'ordine collaborano nel mio "Sistema di informazioni di Schengen", il SIS. Ma non rilasciano nessun visto Schengen e continuano a controllare le proprie frontiere. 

È per questo che all'arrivo in un aereoporto di Londra bisogna ancora mettersi in fila per il controllo passaporti. Ma l'anno scorso anche in altre zone si è ripreso a controllare le frontiere. Si mormorava persino che, davanti al continuo flusso di rifugiati, lei non fosse più in grado di svolgere bene il suo compito.

Un momento. Facciamo le dovute distinzioni. Con la mia nascita e il mio lavoro, che riguarda la libertà di movimento all'interno dell'UE, era sottinteso che i confini esterni dell'UE sarebbero dovuti essere controllati in modo più efficiente. Come ha detto lei prima, quando sono nato io nessuno poteva prevedere come si sarebbero evoluti l'Europa, il flusso di immigrati e i conflitti mondiali, né quali conseguenze avrebbero avuto sul mio lavoro. La domanda su come reagire a questi nuovi sviluppi e a queste nuove sfide ha portato appunto ai litigi che dicevo all'inizio. Io ritengo che di questi tempi bisogna rimanere uniti e cercare insieme soluzioni efficaci. 

E quale sarebbe, concretamente, la sua idea?

Sa, dopo 30 anni di vita e di esperienza lavorativa sono giunto alla conclusione che è importante non prendere decisioni da soli. Bisogna anche essere un po' interdisciplinari e innovativi, ovvero con competenze a livello economico, pratico e politico, e tenere in considerazione anche il modo di pensare delle generazioni più giovani.

Schengen, grazie per la chiacchierata!

(1. Continua.)

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Cafébabel in collaborazione con Polis Blog pubblica una serie di contributi del think tank Polis180, tutti incentrati sui diversi aspetti e interrogativi di Schengen e sull'idea di un'Europa senza confini.