Politica

Un'imminente tragedia greca: il tira-e-molla con l'UE

Articolo pubblicato il 30 giugno 2015
Articolo pubblicato il 30 giugno 2015

Basta un attimo per perdersi l'ultima notizia. Sì, perché questa è la velocità con cui si è evoluta la crisi greca negli ultimi giorni. La scorsa settimana eravamo "lontani anni luce dall'accordo". Oggi discutiamo e ci chiediamo se la Grecia sarà ancora un membro dell'Eurozona. Ma cosa sta accadendo esattamente?

La crisi del debito greco imperversa dal 2009. Da allora la Grecia è stata spettatrice di molteplici avvenimenti e ha ascoltato infinite voci sul suo futuro. Mentre i livelli di disoccupazione e di povertà si alzavano e il popolo greco mestamente cercava di mandare avanti la propria vita, politici e celebrità erano accusati e rimproverati di voler salvaguardare i propri interessi, senza badare invece agli interessi del paese. Violenti disordini, manifestazioni, rivolte e continui scioperi sono diventati la norma in un Paese che si autodefinisce una "culla di civiltà e democrazia".

Un 2015 traumatico: dall'euforia al rischio "Grexit"

Nel gennaio 2015 si è insediato il nuovo governo di sinistra con il compito di rinegoziare le condizioni del pacchetto di salvataggio e della durissima austerità. Ma solo qualche mese più tardi, invece, il Primo ministro greco, Alexis Tsipras, si è visto costretto a cedere alle pressioni dei creditori internazionali e ad accettare un'estensione di quattro mesi del pacchetto di salvataggio. Nei mesi a seguire la Grecia si è trovata a fronteggiare un pesante piano di rimborso del debito, e persino un default, se i suoi creditori non avessero sborsato ulteriori somme del pacchetto di salvataggio.

Già a metà giugno la situazione si presentava drammatica. La Grecia è riuscita a posticipare un enorme pagamento al Fondo monetario internazionale (FMI) collegandolo al pagamento di 1,6 miliardi di euro in scadenza il 30 giugno.

Nemmeno le interminabili negoziazioni tra autorità greche, Commissione europea, Banca centrale europea (BCE) e FMI hanno portato ad una soluzione. Puntualmente, i media riportavano che i vertici avevano quasi portato ad un accordo, mentre altri informavano che le trattative erano fallite. Si sono susseguiti scambi di proposte tra la Grecia e i suoi creditori, tuttavia le proposte di Atene sono state sempre giudicate insufficienti. Il Ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, ha dichiarato che non gli è stato nemmeno concessa l'opportunità di presentare il "caso greco" durante uno degli incontri dell'Eurogruppo.

25-26 giugno: il Consiglio europeo e l'annuncio del referendum

L'accusa principale mossa alla Grecia dai suoi creditori è che il Paese non ha mai predisposto misure concrete per attuare le riforme necessarie al raggiungimento di un accordo. Invece i greci considerano le misure proposte delle istituzioni europee come dure, "assurde", recessive, atte a portare avanti la linea di austerità e a ridurre un popolo già impoverito alla "schiavitù".

Con l'avvicinarsi della scadenza del 30 giugno, le banche elleniche sono rimaste a galla grazie alla BCE, la quale ha continuato ad innalzare il tetto massimo per l'erogazione della liquidità di emergenza (ELA). Ciò nonostante, colto da paura ed incertezza, il popolo greco ha cominciato a ritirare liquidità dalle proprie banche.

Circa a mezzanotte del 26 giugno 2015, il Primo Ministro Alexis Tsipras ha colto tutti di sorpresa annunciando che le proposte avanzate dall'ormai ex Troika sarebbero state messe al voto, tramite un referendum, nella giornata di domenica 5 luglio. L'annuncio del referendum è arrivato, com'era prevedibile, solo poche ore dopo un duro scontro verbale tra Tsipras e il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il quale – stando a quanto riportato dalla stampa – dopo aver annunciato al Primo ministro greco la «fine dei giochi» si è sentito rispondere di «non sottovalutare ciò che può fare un popolo umiliato».

La posizione di Tsipras: no al "ricatto" dell'UE

Tsipras ha chiaramente espresso che il governo è contrario a queste proposte e ha invitato il popolo a rifiutare tali «assurde» misure. Così si è scatenata tutta la frenesia dei media greci, che hanno equiparato il referendum sulle proposte delle istituzioni europee alla questione “Euro o Dracma”. Il popolo si divide: ci sono coloro i quali pensano che Tsipras sia stato coraggioso a mettere al voto un aspetto così importante del futuro del Paese, anche per dimostrare ai creditori che il rifiuto delle loro "brutali" proposte trova l'appoggio di un'intera popolazione. E poi ci sono quelli che considerano il suo atto come una mossa disperata per non ammettere il suo fallimento e quello del suo governo nelle negoziazioni, e altresì per allontanarsi da ogni forma di responsabilità.

Già dalle prime ore di sabato i cittadini greci, colti dal timore delle speculazioni e dall'incertezza per i giorni a seguire, hanno preso d'assalto gli sportelli delle banche, i supermercati e le pompe di benzina. Tsipras ha richiesto ai Ministri delle finanze dell'Eurozona, che si sono riuniti con urgenza lo scorso sabato, di concedere al suo paese un'estensione dell'attuale programma di pochi giorni, fino al referendum.

La richiesta non è stata accettata. Il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem e molti altri ministri delle finanze hanno espresso la loro sorpresa per «la volontà unilaterale della Grecia di interrompere le negoziazioni». 

(Aggiornamento del 30 giugno, ore 18: oggi pomeriggio è stato reso noto che la Grecia ha chiesto un nuovo prestito ai paesi dell'Eurozona, proponendo il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (ESM). La proposta di Atene sarà valutata nelle prossime ore dall'Eurogruppo).

Il giallo dell'accordo UE-Atene

In seguito all'annuncio del referendum greco, alcuni paesi dell'Eurogruppo hanno inoltre dichiarato che le proposte non erano state finalizzate e che un accordo esauriente non era stato ancora raggiunto. Ma una simile mossa «ha chiuso la porta ad altre ulteriori negoziazioni». Il Ministro delle finanze francese ed il Commissario degli affari economici dell'UE, poco dopo, hanno affermato che ci sarebbe stato ancora tempo per raggiungere un accordo se solo la Grecia fosse tornata al tavolo delle negoziazioni, e lo stesso è stato espresso in seguito da anche altri ministri europei, così come dalla Cancelliera tedesca Merkel e dal Presidente francese Hollande.

Le istituzioni hanno poi ritirato le loro proposte, lasciando così il referendum greco vuoto di significato. Domenica la Commissione europea ha pubblicato le proposte «nell'interesse della trasparenza e dell'informazione del popolo greco», proposte che ormai non potevano più essere finalizzate a causa dell'abbandono delle trattative da parte della Grecia. Il governo ellenico ha risposto immediatamente, dichiarando che tale testo non era quello effettivamente ricevuto come ultimatum.

Domenica 28 giugno: Tsipras parla alla TV

Intanto i cittadini greci continuavano ad affollare gli sportelli automatici bancari e i supermercati. Domenica sera Tsipras appariva di nuovo in televisione, dichiarando che il rifiuto dell'estensione richiesta rappresenta un «insulto senza precedenti» alla democrazia e alla sovranità popolare da parte dell'Eurogruppo, oltre che un tentativo di ricatto verso i greci.

Tsipras aggiunge che tale ricatto risulta evidente dal mantenimento (ma non nell'aumento) da parte della BCE dei livelli ELA (di liquidità di emergenza della zona euro, n.d.r.), e dall'obbligo per la Banca centrale greca di imporre il controllo dei capitali, riducendo l'ammontare di prelievo a 60 euro giornalieri e chiudendo la borsa e le bache elleniche per una settimana.

Lunedì 29 giugno: l'appello di Juncker per il "Sì"

Lunedì a mezzogiorno, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha tenuto una conferenza stampa dove ha ricapitolato gli ultimi avvenimenti e ha dichiarato che le proposte avanzate dalle istituzioni UE rappresentavano un pacchetto di misure bilanciate, atte a stimolare riforme e ad incoraggiare la crescita (tuttavia tutte le riforme attuate fino ad ora hanno provocato l'effetto opposto). Ha sottolineando che esse non contemplano tagli a pensioni e stipendi (ciò, comunque, è stato confutato sia dal governo greco così come da giornalisti stranieri).

Juncker ha invitato il Governo greco a dire la verità al suo popolo e ha incoraggiato i cittadini greci a votare "Sì" al referendum. Ha negato di aver posto un ultimatum e ha accusato il governo greco di aver improvvisamente abbandonato le negoziazioni, ripetendo di aver fatto tutto il possibile per il raggiungimento di un accordo. «Ma questa non è la fine del percorso» ha dichiarato.

La Grecia non è un giocattolo

Mentre noi continuiamo a cercare l'ultima notizia dalla Grecia o dall'UE, i media ci assicurano una copertura degli sviluppi non stop, dipingendo il tetro scenario e l'incertezza predominante. Attraverso titoli e prime pagine, ci raccontano come la Grecia si stia avvicinando all'uscita dall'Euro e verso un "territorio inesplorato".

Chiamatelo "gioco del coniglio", tiro alla fune o roulette russa. Qualsiasi nome si scelga, una cosa è sicura: questo non è un gioco. Non si può mettere a rischio la vita di 11 milioni di persone. E forse la Grecia, alla fine, potrebbe ritornare alla sua vecchia moneta, ma la cicatrice che tutto ciò lascerà su una così fragile, e ancora incompleta, unione monetaria resterà a lungo.