Politica

Un intervento militare in Siria non potrebbe salvare la popolazione civile

Articolo pubblicato il 29 febbraio 2012
Articolo pubblicato il 29 febbraio 2012
L'esercito di Bashar al-Assad spara sui civili e bombarda interi quartieri; ogni giorno ci sono nuove vittime. Già una volta l'Occidente ha messo fine a un massacro, intervenendo in Libia a sostegno dei ribelli contro Muammar Gheddafi. Anche in Siria sarebbe opportuno un intervento della Nato? Secondo la nostra autrice, no. Un intervento militare non aiuterebbe il popolo siriano.

Un sovrano che ordina lo sterminio del suo stesso popolo: le milizie del presidente siriano Bashar al-Assad sparano ai dimostranti dai tetti delle case, torturano e violentano, affamano la popolazione, proprio come si fa col nemico in guerra. In un anno più di 7.500 siriani hanno pagato con la vita le proprie aspirazioni democratiche. La comunità internazionale ne è consapevole, basta seguire la scia degli orrori: confusi video pubblicati su YouTube, testimonianze dirette, articoli degli inviati stranieri. La scorsa settimana, due reporter hanno perso la vita sotto le bombe di Assad. Le Nazioni Unite sono consapevoli della loro colpevole inattività. Condannano fermamente Assad e le continue violazioni dei diritti umani, ma non sanno decidersi a intraprendere il passo successivo: l'intervento militare. Ciò che ha favorito la transizione verso la democrazia in Libia non potrebbe avere lo stesso effetto anche in Siria? Il principio della “Responsability to protect” vale solo quando i carri armati marciano contro la popolazione?

La risposta non è facile da accettare. Tanto più l'Occidente vorrebbe intervenire a sostegno dei ribelli siriani, quanto meno le circostanze lo permettono. In Libia è bastato un intervento dell'aviazione per proteggere la ritirata dei ribelli dall'incombere delle forze di Gheddafi. Compromettendo il sistema logistico del regime, la Nato ha coperto la ritirata dei ribelli.

In Siria non c'è una posizione da difendere o un esercito da fronteggiare. Assad conduce la sua guerra sottotraccia: ovunque e in nessun luogo. Le bombe possono colpire un quartier generale o un centro politico, ma le camere di tortura restano intatte. La cosa peggiore è che, in un paese densamente popolato come la Siria, le forze della NATO non potrebbero evitare di coinvolgere anche la popolazione civile. Assad, che definisce le forze della resistenza “nemici dello stato”, non si preoccupa certo di questo.

Le sue ritorsioni non colpirebbero soltanto i dissidenti, ma anche gli alleati dell’Occidente: sarebbe molto semplice per il despota rivolgere la propria vendetta contro Israele. E in questo non sarebbe certo solo: Hezbollah in Libano e l'Iran sono pronti a fiancheggiarlo. Un intervento militare in Siria non solo sarebbe inefficace, ma potrebbe gettare l'intera regione nel caos.

Al mondo non resta che pronunciare severi moniti e isolare il dittatore. La Lega Araba ha espulso Assad e anche l'Unione Europea ha annunciato sanzioni contro il regime. Ora sta alle Nazioni Unite convincere Russia e Cina ad avallare una risoluzione. Assad cederà, è solo questione di tempo. I bombardamenti potrebbero accelerare la sua caduta, un intervento a salvaguardia della popolazione civile, no.

Foto: (cc) ssoosay/flickr)