Politica

Un fantasma si aggira in Europa: le lobby

Articolo pubblicato il 11 marzo 2008
Articolo pubblicato il 11 marzo 2008
L’eurodeputato conservatore Alex Stubb, ha in progetto di presentare una proposta di regolamentazione per controllare l’attività delle migliaia di lobbisti che frequentano i corridoi dell’Europarlamento.

Lo aveva già detto il commissario Siim Kallas: il 2008 sarà effettivamente l'anno in cui si regolamenterà il finanziamento dei lobbisti a Bruxelles. «Per rendere più trasparente il lavoro dei politici di fronte all’elettorato», ha ribadito. Senza dubbio non sono i commissari europei, con la loro legione di funzionari, che più utilizzano l’aiuto e il consiglio dei lobbisti. È un fenomeno che riguarda soprattutto gli europarlamentari, che contano appena un paio di assistenti. Il progetto: un registro volontario per le lobby.

Un eterno sospetto

«È volontario, ma di fatto è come se fosse obbligatorio. Vediamo chi è il furbetto che non si iscrive a rischio di screditarsi e di non interagire più con gli eurodeputati!», dice il francese Charles de Marcilly, 27 anni,consulente dell’Esl, un’agenzia di consigli strategici presente a Bruxelles dal 1993. Nonostante sia ufficialmente un consulente in commercio, proprietà intellettuale e energie, ammette che il suo lavoro «è quello della lobby».

È questa l'ambiguità che porta il cittadino medio a diffidare del rapporto tra i politici europei e gli interessi privati. Il registro serve proprio ad anticipare la possibilità di uno scandalo di corruzione come quello che si verificò negli Usa nel 2006 con il caso Abramoff (scandalo che ha portato alla luce una fitta rete di interessi e corruzione, soprattutto all'interno del Partito Repubblicano, ndr). Cose di questo genere farebbero diminuire l'interesse e il sostegno per la costruzione europea, già basso tra la cittadinanza.

«Bisogna distinguere chi fa lobby e chi no», prosegue de Marcilly, d’accordo con la creazione di questo registro nel quale bisognerà segnalare le fonti del finanziamento e i candidati di ogni lobby. «I lobbisti devono autoregolarsi per distinguersi da coloro che utilizzano metodi illegali per influenzare i legislatori comunitari», ribatte de Marcilly, riferendosi soprattutto a gruppi di pressione dei Paesi dell’Est «con una cultura democratica ancora giovane». «Il registro dovrebbe essere obbligatorio», puntualizza il lobbista tedesco Tobias Troll, che lavora attualmente all'inziativa Developement Education Exchange in Europe Project (Deeep), cicina alla piattaforma europea delle Ong Concorde.

Un quinto potere?

Insieme ai tre poteri classici dello Stato di Diritto e al cosiddetto “quarto potere” (i mezzi di comunicazione), in questo momento le lobby possono essere considerate il quinto. «Non so se si possa sostenere una cosa del genere. Siamo certo un “potere”», spiega Troll, «ma, mentre gli altri sono abbastanza trasparenti, le lobby continua a giocare a porte chiuse».

Il problema è che gli europarlamentari non possono avere conoscenze specifiche su tutte le materie che trattano «e sempre di più si ricorre ai consulenti e ai lobbisti per misurare il polso degli interessi locali e alle aziende private», afferma de Marcilly. Soprattutto quelle. I lobbisti, «sono veri e propri rappresentanti di aziende o di rami industriali, e non tanto ai consulenti. È facile capire che il rappresentante di Michelín ne sa più di pneumatici di un semplice consulente».

Ciò significa che le lobby segnano l’agenda della politica europea? «Io voglio che i miei temi abbiano una concretizzazione politica», afferma il tedesco Troll, «ma so che lo strumento per ottenerla sono i buoni argomenti. Inoltre il potere decisionali alla fine è nelle mani del politico, è lui che decide».

«La nostra opinione è forte solo se è costante»

Malgrado l’opacità esistente sull’identità dei lobbisti (sono molti quelli che hanno rifiutato di rispondere alle domande o che non hanno accettato di svelare il proprio nome), e la loro influenza, esistono molti falsi miti intorno alla questa figura. «Certamente per esercitare questo lavoro bisogna socializzare con una certa facilità, ma il nostro contatto diretto con i parlamentari è minimo», chiarisce Troll. I lobbisti devono scorrazzare nei corridoi parlamentari, farsi vedere tutti i giorni, per poi «stabilire un primo contatto in cinque minuti con un parlamentare e portare avanti il rapporto con i suoi assistenti, via posta elettronica».

«L’impatto delle nostre opinioni è forte solo se sono serie e costanti», ci dice de Marcilly, che aggiunge: «questo lavoro è incrocio di più mestieri: giurista, avvocato, giornalista, comunicatore, politico...».

«In fondo il lavoro è più semplice di ciò che sembra», conclude Tobias Troll, «quindi i parlamentari ci sono grati. È più complicato saper reagire in tempo al lavoro dei politici: la mail che oggi posso inviare per suggerire una modifica in un emendamento, è possibile che arrivino già troppo tardi il giorno dopo».