Politica

Un anno dopo il 15 Maggio. "Siamo riusciti a non far morire il movimento"

Articolo pubblicato il 14 maggio 2012
Articolo pubblicato il 14 maggio 2012
Sabato scorso più di centomila persone hanno manifestato a Madrid, e in altre città spagnole, a un anno di distanza dalla Spanish Revolution. Due ragazzi, esperti di sociologia e scienze politiche, in quei giorni a Puerta del Sol, hanno accettato di discutere con noi i risultati delle manifestazioni e i loro possibili sviluppi.
Ricordi e riflessioni su un movimento che non si è fermato, e che lavora per una democrazia europea.

Raccontare un movimento, nato spontaneamente e sviluppatosi nel segno dell’imprevedibilità, che ha raccolto consensi quanto critiche, non è facile, a un anno di distanza. Ancora di più è difficile definirlo, mettendo da parte tutte le emozioni, le speranze e le aspettative che ha suscitato. Ci provo, dopo l'articolo scritto un anno fa per cafebabel.com, quando insieme a migliaia di persone ci apprestavamo ad occupare le strade di Madrid e la sua piazza più famosa, Puerta del Sol. Ignari che qualcosa stesse nascendo, su quelle giornate abbiamo riflettuto incessantemente. E se da quel 15 Maggio abbiamo preso la strada (letteralmente, dallo slogan della manifestazione Toma la calle), un anno dopo c’è ancora tanto cammino da fare. Per provare a spiegare il percorso intrapreso e il senso di quelle giornate ribelli e utopicamente rivoluzionarie, ho scelto due ragazzi, un sociologo e un politologo. Perché la primavera spagnola ha davvero cambiato la percezione che abbiamo della società, e il cambio è stato soprattutto di natura sociale e politica. E riguarda la nostra partecipazione nella vita di una democrazia sempre più europea.

cafebabel.com: iniziamo con ordine, cosa ci faceva tutta quella gente, quel giorno, nelle strade della capitale?

Louis, 26 anni, sociologo madrileno e dottorando presso l’Università Complutense: “da una parte, un malessere generale, dovuto soprattutto alla situazione economica, ci ha portato a scendere in piazza e a urlare 'noi la crisi non la paghiamo'. Dall’altra, il fattore economico era un sintomo di qualcosa più profondo, e c’era chi protestava contro i partiti, la politica in generale, l’assenza di un futuro godibile con una casa e un lavoro dignitoso. Ma è stato dopo gli scontri con la polizia nella notte del 15 che abbiamo messo in dubbio definitivamente la democrazia nella quale viviamo. La solidarietà con i compagni fermati e presi a botte ha fatto nascere un’opinione pubblica attiva e partecipativa, diventata poi movimento 15M. D’altra parte, sarebbe interessante, come filo conduttore di una riflessione più ampia, scoprire anche i motivi per cui molta altra gente non sia scesa in piazza…”.

cafebabel.com: hai partecipato a quei giorni, cosa provavi, cosa pensavi stesse nascendo e cosa realmente si stava facendo?

Gianluigi, 24 anni, italiano, dopo l’Erasmus è rimasto in Spagna e si è laureato in Scienze Politiche: “Mi sono sentito un cittadino attivo. Ho pensato che stesse tornando in vita quell'attività basica della politica che è il discorso, la partecipazione, la critica. Senza grandi illusioni ovviamente, ma felice di vedere piccoli passi nella gente comune. In una società individualista come è la spagnola (o come si sta cercando di convertire) e più in generale l'occidentale, vedere come valori di fondo la solidarietà e la cooperazione è stato più che emozionante”.

cafebabel.com: qual è stato il maggior successo e quale il peggior fracasso del movimento?

Gianluigi: “vedere la gente lavorare sul significato di un valore come la democrazia è stato, dal mio punto di vista, il maggior successo. Questo movimento ci ha dimostrato che i cittadini esistono e se vogliono sono capaci di utilizzare la loro voce critica e 'creare'. Personalmente lo vedo come qualcosa che è inevitabile nella cultura politica di una società, ma allo stesso tempo spero che si sappia controllare nella giusta maniera”.

Louis: “una nota positiva è stata sicuramente l’organizzazione e la messa in moto delle assemblee e degli incontri di quartiere: luoghi politico-pubblici dove la gente si riunisce, si confronta. La nota stonata è stata aver voluto mettere tutte le idee, tutte le proposte in una sola canzone, senza tenere conto delle varie espressioni e melodie, stonate e non”.

cafebabel.com: un anno dopo, cosa è cambiato?

"Ci siamo addormentati, poi ci siamo svegliati. Ora non vogliamo né possiamo dormire".

Gianluigi: “a un anno di distanza tante cose sono cambiate. La politica statale ha cambiato direttore d'orchestra, la crisi economica è drasticamente peggiorata. Poi ci piaccia o no era inverno, e come è comprensibile le cose possono andare in letargo: se è vero per le manifestazioni di massa, lo stesso non si può dire riguardo al lavoro di base. I comitati di quartiere e le assemblee funzionano sempre, anche se con molta meno gente. L'importante è stato riuscire a non farle morire. Ora mi auguro che con l'arrivo della primavera si possa tornare a raccogliere consensi e che le assemblee tornino a riempirsi di opinioni e discussioni. Altra cosa che è cambiata col passare del tempo è un po' l'organizzazione interna del movimento, dove, come in qualsiasi processo politico democratico, si stanno formando fazioni ben differenziate”.

Louis: “rispondo con una frase che capeggiava su un cartello fin dal primo giorno dell’accampamento: 'ci siamo addormentati. Poi ci siamo svegliati. Ora non vogliamo né possiamo dormire'”.

Non lo pensano solo Gianluigi e Louis. C’è una generazione intera, europea, che è sonnambula. Ubriaca di Erasmus e progetti internazionali di studio e di vita. Una generazione che non ha fatto la guerra, diversa da quella che è al potere, e che per questo scalpita e deve cambiare un sistema che sta morendo, a colpi di primavere europee.

Foto di copertina: (cc) davidbuedo/flickr; testo: (cc) Julio Albarran/ flickr e © Laura Fois. video: elpaiscom/youtube.