Politica

UE vs USA, la soluzione "continentale" di Alexander Hamilton

Articolo pubblicato il 08 ottobre 2012
Articolo pubblicato il 08 ottobre 2012
La crisi economica americana e un uomo: Alexander Hamilton. Fautore dell’indipendenza americana prima e padre costituente poi, fu il primo ministro dell’economia nella storia degli Stati Uniti. Tutto questo e molto di più nella terza parte della nostra serie sulla crisi transatlantica.

Da ministro, nel 1790, presenta al Congresso il primo report sul credito pubblico. E’ un uomo intelligente, che sa che gli Stati più solidi sono restii a concedere il credito accumulato per finanziare gli altri Stati in crisi. Ma Hamilton è ben consapevole anche della paura atavica degli americani per il centralismo, che d’altra parte hanno già combattuto liberandosi dal dominio inglese. Durante la stesura della costituzione americana, Hamilton è affiancato da Jefferson e Madison, strenui oppositori del centralismo statale. 

Il primo tentativo di accordo fallisce nell’aprile del 1790, quando il Congresso respinge il progetto di legge, facendo piombare il Paese in una crisi economica devastante, che colpisce anche i veterani di guerra e le loro famiglie. Tre mesi dopo, per risollevare le sorti del paese, i padri fondatori si incontrano per proporre un nuovo programma: firmeranno il piano Hamilton, a patto che la capitale venga spostata da Philadelphia a Washington D.C. In uno stato del sud, quindi. Il piano di Hamilton prevede che il Governo americano si faccia carico dei debiti di tutti gli stati federali e paghi agli investitori il 4% di interesse; così facendo, riscuote le tasse doganali e aumenta l’autonomia della spesa.

"It's not tyranny we desire; it's a just, limited, federal government"

Per il rimborso del credito ogni Stato deve essere economicamente autonomo e in grado di garantire nel futuro il pareggio di bilancio, evitando di accumulare debito. La tattica di Hamilton risulta vincente: il debito viene risanato generando un dilagante ottimismo, che di lì a poco porterà a una forte crescita economica.

L’Hamilton Light nell’Europa di oggi

Una recente proposta tedesca sembra andare nella stessa direzione: prevede infatti un fondo di cancellazione del debito sopra una soglia del 60% del PIL di un Paese; ogni Stato dovrebbe quindi già da ora risanare i propri debiti intervenendo sulle tasse e sul prezzo dell’oro. A questo poi dovrebbe aggiungersi l’intento di infondere di nuovo fiducia negli investitori e portare ad un minore tasso di interesse, altrimenti detto, a un Hamilton Light.

Così facendo, gli Stati in crisi avrebbero più tempo a disposizione per varare delle riforme mirate che dovrebbero portare, come negli Stati Uniti, all’auspicata crescita economica. L’esempio storico di Hamilton dovrebbe però far riflettere anche su un altro aspetto della questione: ai singoli Stati è richiesto di rinunciare a una parte sostanziosa della propria sovranità. Chi aderisce deve accettare un compromesso impegnativo.

Proprio per questo, prima d’ora, queste ambiziose proposte erano state accuratamente evitate dagli Stati economicamente più stabili. In una situazione economicamente non ottimale, la cancelliera Angela Merkel ha ottenuto un grosso risultato in questo senso, vale a dire l’attuazione da parte degli Stati più indebitati di riforme di grande rilievo, affiancate anche dalla riduzione del debito pubblico, dalla maggiore competitività dei Paesi emergenti ma soprattutto da una legislazione degli Stati membri più pronta ad accogliere le indicazioni che arrivano dall’Europa.

Big deal o No deal?

Ciò che ancora manca all’Europa è però irrimediabilmente la stabilità dell’Euro (lender of last resort). I fondi salva stati EFSF e il MES sono a disposizione degli Stati ma con restrizioni significative. Fin quando l’Unione non si prenderà la responsabilità di gestirli, verrà delegato a farlo un organismo di cui si sente parlare spesso in questi giorni: la Banca Centrale Europea.

Il presidente della BCE Mario Draghi ha continuato a ripetere per settimane la "necessità“ di difendere l’Euro, un ruolo che la BCE sta sostenendo strenuamente negli ultimi mesi, anche alla luce delle riforme varate dagli Stati più a rischio e al fine ovviamente di stabilizzare una situazione sempre più complicata. Il contributo della Bce, che ha un raggio d’azione a 360° anche sulla legislazione degli Stati membri, potrebbe rivelarsi estremamente importante, occupandosi della loro gestione finanziaria e lasciando quindi loro il tempo di trovare anche delle valide soluzioni politiche alla crisi. 

Di tempo avrà bisogno anche la Cancelliera tedesca, che mira ad un Trattato europeo che preveda finalmente un’Unione politica e una BCE più attenta alle istanze dei Governi.

A Dicembre avrà luogo un incontro fondamentale per le sorti dell’Eurozona, in cui si discuterà il tema della sovranità nazionale e del controllo esercitato dall’Unione, e si tracceranno le linee guida per un fondo comune di prestito e un budget comune, senza dimenticare però una maggiore partecipazione democratica dei cittadini, con elezioni dirette, un governo centrale e un Parlamento Europeo più influente. Alexander Hamilton spronerebbe i cittadini europei a "imparare a pensare continentale“!

La seconda parte di questa serie di approfondimento! UE vs USA, nella crisi meglio le mele californiane o il prosiutto italiano?

Immagine di copertina: ©Adrien Lecoärer/http://plcrr.com/; nel testo: (cc)Gamma Man/flickr