Politica

Ue e politica energetica: poco equa e solidare

Articolo pubblicato il 17 giugno 2008
Articolo pubblicato il 17 giugno 2008
Dal 29 giugno al 3 luglio Madrid ospita il diciannovesimo Congresso Mondiale del Petrolio, a cui partecipano i rappresentanti dei Governi del pianeta, le compagnie petrolifere e gli organismi internazionali. Uno sguardo sulla politica energetica europea. Focus sulla Guinea.

Mentre a Madrid chi controlla le fonti di energia del pianeta discute sul futuro dell’industria, il prezzo del Brent supera i 130 dollari al barile e la crisi alimentare minaccia di protrarsi fino al 2010, mettendo in ginocchio i paesi più poveri, ai quali l’Unione Europea e i principali donatori internazionali sono in grado di offrire sempre meno soluzioni.

I leader politici e i magnati dell’industria si riuniscono per discutere della «sfida che rappresenta per l’industria, in un mondo in continua trasformazione il riuscire ad assicurare un’offerta costante, sicura e a prezzi vantaggiosi, che soddisfi le aspettative della società in una forma sostenibile, trasparente, etica ed ecologica». Una dichiarazione di intenti che si discosta molto dalla realtà delle relazioni energetiche fra i Paesi importatori di petrolio e i Paesi produttori, che, nella stragrande maggioranza, appartengono al gruppo delle nazioni meno sviluppate.

Il petrolio centroafricano è vitale per l’Europa

Il 75% del petrolio consumato in Europa proviene dall’estero e quasi il 19% viene importato dal continente africano. Nonostante il potenziale petrolifero africano rappresenti solo l’1,6% delle riserve mondiali, la sua importanza strategica è inestimabile, vista l’instabilità endemica del Golfo Persico.

Di fatto, la principale esportazione verso l’Ue di cinque dei sette Paesi della regione centroafricana (Camerun, Ciad, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale) è proprio il petrolio. Il greggio rappresenta praticamente l’88% delle esportazioni della Guinea verso l’Ue.

L’Ue e la cooperazione internazionale

Il nuovo trattato di Cotonou mette fine al sistema delle preferenze commerciali non reciproche che permetteva ai Paesi in via di sviluppo firmatari dell’accordo di esportare i propri prodotti nell’Unione Europea senza dover pagare dazi doganali. La firma dei nuovi Accordi di Collaborazione Economica fra Unione Europea e sei aree geografiche del pianeta – in maggioranza ex colonie o territori europei – mette fine a un modello di cooperazione che aveva fatto della Ue il campione mondiale della cooperazione allo sviluppo.

Ulteriore priorità per l’Europa è la diversificazione della fornitura di petrolio, e da questo punto di vista l’Africa sembra fare proprio al caso suo. Tuttavia, quando nel 2000 la Commissione Europea pubblicò un libro verde sugli approvvigionamenti di petrolio, l’Africa non venne nemmeno menzionata. Del continente africano si parla solo rispetto ai temi della cooperazione allo sviluppo.

Così, quando l’Ue si decide ad avviare relazioni energetiche con i Paesi africani, lo fa lanciando l’Iniziativa Energetica per lo Sradicamento della Povertà e per lo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg (2002), che aveva lo scopo di portare l’energia elettrica nelle aree rurali. Non affrontava, quindi, il problema centrale della conversione della ricchezza petrolifera di Paesi sottosviluppati come la Guinea Equatoriale in sviluppo economico e umano sostenibile.

L’Europa sfrutta la Guinea?

In Guinea Equatoriale, unico paese ispanofono d’Africa, il reddito pro-capite arriva, grazie al petrolio, a 20.510 dollari, uno dei più alti del mondo. Eppure, in questo piccolo Stato centroafricano, la speranza di vita non raggiunge i 43 anni, il 44% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e la maggioranza degli abitanti, soprattutto il 61% che è concentrato nelle aree rurali, vive nella più assoluta povertà. Non meraviglia dunque che la Guinea sia al 127esimo posto, su 177, nell’indice di sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp).

In Guinea, solo il Presidente, Teodoro Obiang, e i membri della sua famiglia – che occupano tutti posizioni di rilievo nell’amministrazione statale e gestiscono la ricchezza del Paese – beneficiano dei profitti del petrolio, che costituiscono il 94% del Pil. Nelle presidenziali del maggio di quest’anno, Teodoro Obiang è stato nuovamente rieletto con quasi il 100% dei voti.

Mentre la continuità del regime, screditato dalla comunità internazionale, sembra assicurata, alcuni Paesi dell’Unione Europea, in testa Francia e Italia, hanno deciso alcune settimane fa di ritirare gli aiuti ai paesi poveri, rinunciando così all’obiettivo di destinare, entro il 2010, lo 0,7% del Pil europeo alla cooperazione allo sviluppo.

Pare che la sola cosa che interessi all’Europa sia il petrolio della Guinea.