Politica

Traffico di parole: da “adagio” a “cul-de-sac”

Articolo pubblicato il 21 settembre 2011
Articolo pubblicato il 21 settembre 2011
In linea di principio è impossibile che un cittadino europeo parli solo la propria lingua madre. In quasi tutte le lingue europee, infatti, ci sono una, due o più parole derivanti da altre lingue europee, prese in prestito in parte o quasi alla lettera.

Perché si prendono in prestito le parole? Una nazione sviluppa un nuovo concetto per il quale le altre nazioni non possiedono (ancora) un termine. E’ andata così con la nota parola tedesca "Kindergarten", ormai immigrata in tutta Europa: un concetto sviluppatosi in Teutonia, che si è poi diffuso in Inghilterra e infine è stato esportato in Italia. Gli inglesi hanno continuato a svilupparlo, tanto che usano anche il verbo “to kindergarten” ("tenere i bambini all’asilo") e il sostantivo "kindergartner" ("scuola materna" o "asilo infantile").

Una parola si diffonde così com’è soprattutto quando la sua nazione di origine è dominante in un certo settore e viene imitata dalle altre nazioni. Così le lingue europee si sono arricchite negli ultimi decenni dei termini musicali italiani (es. “piano”, “adagio”), del vocabolario militare francese (ad esempio, “batterie” per un’unità di artiglieria e “brigade” per un'organizzazione militare) e delle parole tecniche tedesche (ad esempio "Wirtschaftswunder" per un rapido sviluppo economico e "Volkswagen" per i furgoni più piccoli). Attualmente si stanno diffondendo le espressioni inglesi dell’informatica, come “bit” e “bug”, e le espressioni relative alla gestione dell’impresa “manager” e “marketing”. Anche i termini di cucina nazionale si trovano nei menu nella loro lingua originale: quasi tutti conoscono lo smørrebrød (pane scuro) danese, il wurst e il bretzel tedesco, la baguette e il cafè francese, la pizza e la pasta italiana, i pierogi polacchi e la vodka russa...

I prestiti provengono per lo più dal settore in cui la nazione esportatrice è innovativa, sono spesso (presumibilmente) espressioni tipiche per la nazione d’origine. Possono trasmettere un'immagine positiva, come quando gli europei utilizzano la parola russa “intelligenzija” per parlare delle elite istruite, quando gli italiani e i francesi usano l'inglese week-end per parlare del fantastico tempo libero nel fines-ettimana o come quando la britannica Bridget Jones usa la parola intellettuale tedesca “Zeitgeist”(“Spirito del tempo”). Ma non sempre le parole esportate trasmettono un quadro lusinghiero. Molti europei utilizzano infatti il “macho” spagnolo intendendo uno sciovinista,oppure ancora peggio, la parola russa “pogrom” per definire la violenza di massa contro una qualsiasi minoranza. Anche i tedeschi hanno la loro meritata punizione: i danesi parlano di “Bundesliga-har" ('Bundesliga-haar") per il taglio di capelli mullet (a forma di triglia, sfoggiato negli anni 80 dai calciatori del campionato tedesco, come Rudi Völler ), gli inglesi di “Angst” (la paura, stress), gli svedesi usano il termine “besserwisser” per definire i sapientoni fastidiosi, i cechi usano il termine “hochstapler” per definire gli imbroglioni e anche i francesi, da sempre orgogliosi della propria lingua, usano il tedesco “waldsterben” per indicare l’abbattimento delle foreste.

Durante i loro viaggi per l’Europa, non sempre le parole rimangono intatte, di solito almeno un accento cambia. Così è successo al francese “cul de sac” ("vicolo cieco"), preso in prestito dall’inglese, ma con una "l" detta in più rispetto alla pronuncia originale. Sono comuni anche i cambiamenti di significato, che possono diventare anche molto piccanti: i norvegesi usano i termini tedeschi "Vorspiel” e "Nachspiel" ma non intendono le tenerezze prima e dopo il rapporto sessuale, bensì il consumo di alcol prima e dopo la festa. Quindi occhio al traffico delle parole!

Tra le lingue europee esiste un costante dare e ricevere, pur con parecchie differenze: l’inglese e il tedesco sono assidui esportatori, mentre il francese è certamente l’importatore più riluttante.