Politica

Sulle tracce di Hashim Thaçi

Articolo pubblicato il 21 marzo 2011
Articolo pubblicato il 21 marzo 2011
Il primo ministro kosovaro riflette immagini discordanti: politico serio, ex guerrigliero, presunto padrino di una trama mafiosa...
Tramite la sua figura si possono capire le ferite più profonde dei Balcani, perciò siamo andati nella sua terra a seguirne le tracce: da un incontro faccia a faccia passando per i fumosi locali di Pristina, fino alle viscere della campagna e il limbo serbo; vi presentiamo un ritratto a trecentosessanta gradi di Hashim Thaçi.

Appena arrivato a Pristina vengo a sapere che nel Grand Hotel dovrebbe esserci un cocktail tra politici o qualcosa di simile. Entro in sala senza passare nessun controllo e mi ritrovo davanti una folla di gente incravattata, con auricolare all'orecchio e champagne in mano. Uno di loro ha un aspetto più orgoglioso e superbo: è lui, Hashim Taçhi, Primo ministro del Kosovo, ex capo politico dei guerriglieri e, secondo una relazione del Consiglio d'Europa ex padrino di una rete di traffico di organi ed eroina. Il mio collega fotografo mi dà una gomitata: “Se vuoi fargli delle domande, è il momento giusto”, quindi mi infilo tra un gruppo di tizi con vestiti eleganti a cui Taçhi sta stringendo la mano. Quando arriva il mio turno si blocca, fissa la mia mano, con lo sguardo scende fino ai piedi (scarpe da tennis) e risale lentamente (jeans sgualciti, felpa con cappuccio) verso la faccia (latina, con un po' di barba e stressata), poi corruga la fronte come a voler dire: “e tu chi cazzo sei?”

“Signor primo ministro, lavoro per cafebabel.com e vorrei farle due domande.” “Domande? Ora?” dice sorpreso. “No, no...”, si volta lentamente verso una donna vestita di rosso, abbassa un po' le palpebre, alza le sopracciglia e apre la bocca con uno schiocco quasi impercettibile; gesto tipico di chi adora essere osservato. La forma del viso confermava il suo l'atteggiamento: occhi infossati (fa fatica ad ascoltare), fronte stretta (poche idee ma fisse), e mento pronunciato ma non rivolto verso l'alto (nonostante la prorompente volontà, sa adattarsi alle situazioni).

Pristina

Questo è un paese (o una regione secessionista serba, dipende dalle persone con cui si parla) in cui tutti si conoscono ed è possibile scambiare due parole con il primo ministro appena atterrati. Come è naturale, ogni kosovaro ( sono 2 milioni: il 90% di origine albanese, il 7% di serbi e il 3% di altre etnie), ha un'opinione diversa di Hashim Thaçi. Basta chiederlo e riveleranno senza indugi la propria posizione politica.

In pensione i comandanti

Pristina, 17 febbraio. Migliaia di albanesi-kosovari festeggiano il terzo anniversario dell'indipendenza con in mano bandierine del Kosovo, dell'Albania e degli Stati Uniti. “Ti ha guardato male? È tipico di Thaçi...”, afferma Sokol. “Lavoravamo nello stesso edificio, è un tipo poco comunicativo”. Sokol ha 30 anni e rappresenta perfettamente la gioventù di Pristina: dinamica ma disoccupata.

“Durante la guerra lo adoravamo, era un punto di riferimento, il leader politico della guerriglia...”

Nei paesi instabili, la clandestinità e il carcere rappresentano un vantaggio a livello politico. La prima trasmette l'immagine di un patriota abituato a decisioni difficili; la seconda è anche più potente: dietro le sbarre un politico diventa un martire, un pensatore, addirittura un simbolo. Thaçi sta ancora godendo dei benefici della clandestinità (il nome di battaglia non era male: “Serpente”) ma lo strascico si sta esaurendo. “Durante la guerra lo adoravamo, era un punto di riferimento, il leader politico della guerriglia”, continua Sokol. “ Invece adesso regna la corruzione. Vedi quell'edifico?”, domanda indicando un cantiere. “Lo sta costruendo la società del nuovo presidente del Kosovo: Behgjet Pacolli.” (Imprenditore edile basato in Svizzera, amico di Ghedafi e soprattutto della Russia, ha ristrutturato il Cremlino. I media italiani l'hanno notato soltanto perché è l'ex marito di Anna Oxa, ndr).

E' l'una di notte. Drini, 27 anni, è seduto alla maniera balcanica: gambe divaricate, mano sul ginocchio, petto in avanti e gomito sul tavolo. “Thaçi è nato per la politica. Non ha mai sparato un colpo.” Drini vuole che i vecchi comandanti della UÇK, agiati e corrotti, lascino il potere alle nuove generazioni. “In realtà Thaçi non ha potere; lui si mantiene a galla grazie all'influenza di numerosi clan, e alla fine fa quello che gli dicono gli Stati Uniti.” Nonostante l'apparente scontento, nessuno degli albanesi-kosovari intervistati sembra credere alla relazione che accusa Thaçi di aver finanziare la guerriglia con attività criminali; queste sono le ragioni esposte:

-Primo, non ci sono prove (parte dell'informazione proviene da fonti secondarie: rapporti dei servizi segreti tedeschi e britannici);

-Secondo, “Dick Marty e Carla del Ponte sono pro-serbi” (anche se è stata proprio lei ha far incarcerare Milosevic);

-Terzo, “Qualsiasi stupido sa che la UÇK non aveva l'infrastruttura adeguata per esportare organi” (per la cronaca: il traffico di organi è molto popolare nei paesi con strutture ancora meno adeguate come il Pakistan, la Moldavia o il Mozambico).

I Kalašnikov e i paesi in fiamme

Nel corso degli anni novanta, il presidente serbo Slobodan Milošević istituì in Kosovo un'apartheid anti-albanese che creò terrore e molti rifugiati; la guerriglia indipendentista dell'UÇK iniziò la sua attività (“resistenza” per gli albanesi/ “terrorismo” per i serbi) e la NATO bombardò la Serbia scatenando la guerra per frenare la pulizia etnica e creare un'enclave occidentale. Molti radicali albanesi sfruttarono l'occasione per vendicarsi e perseguitare i serbi rimasti in Kosovo. Il risultato è uno scenario confuso ed estremamente delicato.

 Nel 2008 la missione europea EULEX ha preso il posto delle Nazioni Unite come sostegno al governo kosovaro

“Gli uomini di Taçhi mi hanno cacciato dal mio paese insieme ad altre 15.000 persone; hanno dato fuoco alla mia casa e mi hanno picchiato!”, esclama Dragan Petrovic, medico serbo-kosovaro a Mitrovica Nord. “Da quel momento sono diventato un rifugiato interno, così ci definisce l'Onu”. Mitrovica Nord è un enclave che non riconosce l'autorità di Pristina, non paga le tasse ed è finanziata dal governo serbo quasi completamente: istruzione, sanità ed energia. “La relazione sul traffico di organi ha portato alla luce la verità! Indipendentemente da questioni politiche e sociali, lo dico da essere umano a essere umano: Hashim Thaçi è un criminale spietato”. Oltre a testimonianze come queste girano storie su una polizia segreta, che fa sparire e minaccia di morte chi provoca gli uomini di Thaçi.

Il feudo

Drenica, la provincia più danneggiata dalla guerra, la più anti-serba e anche la più povera d'Europa ha giocato un ruolo centrale nelle ultime elezioni kosovare. Lì è nato Hashim Taçi. “Il Kosovo ha bisogna di uomini come lui”, afferma Xhevat, guida di un vecchio nascondiglio guerrigliero. “Molti lo accusano di investire solo a Drenica, ma non è vero. Thaçi ha costruito in tutto il Kosovo”. La missione europea denunciò frodi elettorali a Drenica e impose la ripetizione del voto. Si dice che persino i morti votarono Thaçi.

Secondo lui la famiglia di Thaçi è sempre stata umile e disponibile.

Un'ora dopo l'intervista troviamo la sua casa in campagna: un abitazione semplicissima priva di ostentazione. Il nipote di Thaçi non vuole parlare, ma ci accompagna educatamente da un vicino che lo conosce sin dall'infanzia. “È sempre stato un ragazzo serio e responsabile...anche se a volte non ascoltava gli altri, considerava solo il proprio punto di vista”, ricorda Ramadan Zeka. “Era un patriota già da studente; poi abbiamo saputo che stava combinando qualcosa, ma non avevamo idea di cosa fosse la guerriglia”. Molti giovani smettono di raccogliere letame e ci guardano come se fossimo alieni. “Ogni tanto passa di qui; è sempre lo stesso. Né lui né suo padre si sono montati la testa.”

Chi è Hashim Thaçi? Un narcotrafficante sanguinario controllato dagli Stati Uniti? Un politico coraggioso? Il degno rappresentante di un luogo pieno di peccati e di mezze verità? Salutiamo il nipote davanti a una moschea trivellata dai colpi di mitra. “Quando esce l'articolo ti mando una mail; mostrala a tuo zio, mi raccomando”. “Sì sì, glielo dico oggi stesso”. “Grazie... e salutamelo”.

Un sentito ringraziamento a Dafina Morina per il suo enorme aiuto come interprete e guida

Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e nell’est d’Europa. Più informazioni su Orient Express Reporter.

Foto: Home-page, sede del PDK, carabinieri e ritratto de Ramadan Zeka; © Ezequiel Scagnetti; www.ezequiel-scagnetti.com/ video:  KosovaInfoKI.