Politica

Strategia di Lisbona: il posto dell’Europa nel mondo

Articolo pubblicato il 22 luglio 2008
Articolo pubblicato il 22 luglio 2008
La situazione geopolitica privilegiata dell’Europa è in pericolo: globalizzazione, cambiamento climatico, demografico, carenze energetiche e alimentari obbligano a ripensare il ruolo del Continente, ancora dietro ripespetto agli Stati Uniti. E Sarkozy rilancia Lisbona.

Qualcosa sta cambiando. Se davvero cominciano a muoversi gli obiettivi della Commissione Europea per il 2020 in materia di ambiente e di efficienza energetica, si assisterà alla materializzazione di un’autentica politica industriale. Almeno questa è la conclusione che si profila nelle ultime settimane tra gli analisti economici europei. Scommettere sul settore industriale europeo è, inoltre, una delle raccomandazioni di Laurent Cohen-Tanugi, il quale è stato incaricato da Nicolas Sarkozy di elaborare, per la Presidenza semestrale europea, un piano per una strategia europea per la mondializzazione. In altre parole, la proiezione dal 2011 al 2015 della Strategia di Lisbona per convertire l’economia Europea nella più competitiva del mondo («Diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale», come recita il documento).

Esistono Paesi come quelli nordici – più piccoli e più omogenei – che stanno applicando la Strategia di Lisbona dagli anni Novanta, prima ancora che esistesse.

Il sogno americano

Il Pil per abitante dell’Ue continua ad essere il 70% di quello degli Stati Uniti. Come venti anni fa. Secondo i dati dell’Ocse, mentre negli Stati Uniti ogni abitante lavora in media 865 ore all’anno, nell’Ue solo 726. Mentre in Giappone e negli Stati Uniti, rispettivamente il 40% e il 38% della popolazione possiede una laura, in Svezia o Francia le percentuali ascendono al 30% e al 25%. Se negli Usa si pubblicano più di 750 articoli scientifici per ogni milione di abitanti, nell’Ue non si arriva ai 600. Il tutto nonostante le politiche di liberalizzazione praticate nel nostro continente da oltre quindici anni.

Con questi dati, la Strategia de Lisbona adottata nel 2000 e rinnovata nel 2005 «corre il pericolo di apparire un disastro nel 2010», afferma l’avvocato Cohen-Tanugi. «Una prospettiva che si attenuerebbe se si tracciano già da ora nuove prospettive fino al 2015», conclude.

Euromondo 2015: modellare la mondializzazione

La nuova consegna, come proposta della Presidenza semestrale francese dell’Ue, è che l’Unione deve «modellare la mondializzazione». Un messaggio che i politici di ogni paese trasferiscono alle rispettive opinioni pubbliche: «L’Ue deve governare la mondializzazione e i suoi effetti insidiosi, come l’innalzamento del prezzo dell’energia e degli alimenti», si sente dire dal Governo spagnolo. «Dato che la marca ”Lisbona” non piace e viene confusa con il Trattato di Lisbona, ne propongo una nuova: Euromondo 2015», lancia Cohen-Tanugi. Sarà sufficiente questo esercizio di marketing?

Innovazione, educazione e rafforzamento del settore industriale sono le priorità indicate da Cohen-Tanugi. Se l’investimento pubblico in risorse e sviluppo nell’Ue è un 20% inferiore a quello statunitense, propone che si esiga dagli Stati membri un aumento del 10% ogni anno del loro budget per la ricerca, fino a raggiungere gli obiettivi previsti dalla Strategia di Lisbona. Questo condurrebbe il settore privato nella stessa direzione, soprattutto se l’investimento pubblico si converte in uno dei principali interessi dell’Unione nei prossime pianificazioni generali. Ci sono casi d’inefficienza evidenti: l’obbligo di tradurre e registrare una richiesta di brevetto in ogni Paese membro affinché questa sia riconosciuta a livello comunitario moltiplica per 11 il costo del suddetto tramite comparato con gli Usa e per 14 in relazione al Giappone.

Con riferimento al sistema universitario, il piano elaborato da Cohen-Tanugi e pubblicato lo scorso aprile, evidenzia che gli Stati Uniti destinano il 3,3% della loro ricchezza alle università contro l’1,3% della Ue. Oltre Oceano si spendono 36.500 euro per studente all’anno, contro gli 8.700 dell’Ue. Il nuovo obiettivo è che si raggiunga il 3% del Pil investito nell’università, che il 50% degli europei raggiunga una laurea e che il numero di università europee della classificazione di Shanghai secondo merito si moltiplichino. Una delle indicazioni proposte è quella di innalzare le tasse universitarie.

Infine, per stimolare una politica industriale europea, Cohen-Tanugi insiste nell’avvicinarsi al tabú dei suoi contadini, la Politica Agricola Comune. Propone di rinazionalizzarla, restituirla agli Stati per utilizzare il budget restante nelle politiche industriali basate nel sostenimento delle tecnologie verdi e nel risparmio energetico. Una proposta che va in contrasto con la nuova politica agricola approvata dagli Stati Uniti, copia quasi identica della Pac comunitaria.