Politica

Spagna: gli umori della Catalogna a poche ore dal voto

Articolo pubblicato il 19 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 19 dicembre 2015

Mancano poche ore alle elezioni politiche del 20 dicembre: qual è il clima che si respira tra i giovani spagnoli? Qualcuno crede ancora nella politica? Una ragazza tedesca che vive a Barcellona ha raccolto per noi le sensazioni dei giovani nel capoluogo della Catalogna. 

Il 20 dicembre, proprio a ridosso del Natale, in Spagna si tengono le elezioni politiche su tutto il territorio nazionale. Il loro esito potrà avere ripercussioni molto diverse sul Paese. Chiediamo ad alcuni amici di Barcellona che cosa ne pensano: qui, nel capoluogo della Catalogna, una consistente maggioranza vorrebbe l'indipendenza da Madrid.  

Stando agli ultimi sondaggi, il Partito popolare (PP) del Premier uscente Mariano Rajoy risulterebbe leggermente favorito rispetto ai socialisti del PSOE e al partito "di protesta" Ciudadanos. Qualche voto in meno invece per Podemos, il nuovo partito di sinistra anti-casta. Secondo gli attuali pronostici, dunque, la Spagna dovrà dire addio all'attuale bipartitismo e basarsi su una nuova coalizione.  

La situazione in Catalogna e a sinistra

L'esito sarà altrettanto decisivo anche per la Catalogna. Di recente il Parlamento della Comunità autonoma ha approvato una risoluzione per la scissione dalla Spagna, che prevedeva la sua indipendenza nel 2017. Tuttavia Madrid ha dichiarato la risoluzione anticostituzionale ed è intervenuta la Suprema Corte. Il Premier conservatore Mariano Rajoy, d'altro canto, finora si è rifiutato di sedersi al tavolo delle trattative. Sul partito aleggia il timore di perdere le elezioni, o perlomeno la maggioranza assoluta.

Madrid, Barcellona e altre città spagnole sono guidate da sindaci appoggiati dalla sinistra di Podemos. Ma molti elettori per il momento non si pronunciano e il partito di sinistra radicale CUP, per esempio, non ha partecipato alle elezioni perché dice di aver abbandonato qualsiasi fiducia nella possibilità di cambiamento in Spagna. Una posizione sicuramente condivisa da molti cittadini. La fiducia nei politici è debole e molti elettori finiscono per votare quello che ritengono essere il male minore. 

Si parla soltanto di scissioni e separazioni

La mia amica Marta è nata e cresciuta a Barcellona. La madre è tedesca, il padre italiano. Ha la cittadinanza tedesca, dunque non può votare in Spagna. E anche se potesse non lo farebbe. «Tanto raccontano soltanto bugie». Pure il desiderio separatista dei catalani le risulta difficile da comprendere. «Non capisco perché, proprio in un periodo in cui tutto diventa internazionale, proprio quando si costruisce l'Europa unita, qui ci si debba separare. In Catalogna si augurano di ottenere una maggiore serenità, ma è un sentimento che non riesco a condividere».  

Anche Guillem, che è catalano, pensa che oggi sia assurdo marcare altri confini, ma «ci sono milioni di catalani che vorrebbero essere ascoltati e Madrid nega loro questo diritto. La vera questione in ballo è ancora una volta di natura economica. Madrid vuole trarre profitto dalla situazione economica e dalla posizione geografica della Catalogna. Se entrambe le parti fossero pronte a trattare, la tensione odierna potrebbe allentarsi. Nessuna delle due, però, ha intenzione di sedersi al tavolo delle trattative. Evidentemente entrambi gli attori in gioco hanno la sensazione che si possa ottenere di più con le prese di posizione estreme: in questo modo, il rapporto tra Catalogna e Stato centrale si fa sempre più teso». 

Guillem appartiene alla schiera di coloro che domenica andranno a votare: ritiene che il voto debba essere obbligatorio. «É l'unico diritto che ci è rimasto in questa ridicola democrazia, una volta ogni quattro anni. Punto. Odio la politica. Ne ho le scatole piene di tutti i politici. Vogliono convincerci che non possiamo cambiare le cose. A loro interessa soltanto conquistare gente che li sostenga. Andrò a votare, ma non sosterrò nessun partito». 

Ciudadanos ha sorpassato Podemos?

Anche partiti come Ciudadanos e Podemos sono guardati con sospetto da Guillem, ma perlomeno sembrano sorgere da un radicale bisogno di cambiamento. «Ciudadanos è praticamente il nuovo Partito popolare. Podemos è il nuovo PSOE. Ed è tranquillizzante sapere che potrebbe percorrere esattamente la stessa strada del PSOE, che nel 1981 sembrava capace di cambiare il Paese in meglio».

Ciudadanos, guidato dal giurista 36enne Albert Rivera, sembra attraversare un momento di particolare successo. Negli ultimi anni, i sondaggi lo hanno dato per favorito rispetto a Podemos. Il partito è stato fondato 9 anni fa da alcuni accademici di Barcellona, nel tentativo di costituire un contrappeso al nazionalismo catalano. 

Agli inizi, nel 2006, Rivera si fece ritrarre nudo per la campagna elettorale delle elezioni regionali in Catalogna. "A noi non interessa dove sei nato, quale lingua parli o come ti vesti. A noi interessi soltanto tu!", recitava lo slogan. Nonostante si sia battuto per i matrimoni omosessuali, contro l'insegnamento della religione nelle scuole e per il diritto all'aborto, Rivera è visto di buon occhio anche da molti conservatori spagnoli, perché si batte per l'unità del Regno di Spagna nella sua città natale, Barcellona, attraversata da forti correnti secessioniste. 

Guillem si è fatto anche un'idea molto chiara in merito alla crescente simpatia accordata ai partiti di destra in molte regioni europee: «Crisi significa paura. L'insicurezza ci induce ad aver paura dell'ignoto, accollare la responsabilità agli altri è la soluzione più comoda. Le persone stupide attribuiscono agli altri la colpa dei loro fallimenti. I politici populisti, come sempre, trarranno profitto personale da tutto ciò». Le parole di Guillem sono probabilmente condivise da molti uomini e donne, in tutt'Europa. 

Che cosa dovrebbe cambiare, in Spagna e in Europa? «Dovrebbe esserci più trasparenza nella politica e i cittadini dovrebbero assumere un ruolo più attivo: dovrebbero essere regolarmente coinvolti nelle decisioni importanti. L'accesso ai dati del Governo dovrebbe essere pubblico: nessuna informazione dovrebbe essere tenuta nascosta ai cittadini. E poi, le riforme dovrebbero essere a lungo termine: oggi il sistema sanitario e quello scolastico, così come altre importanti materie legislative, possono essere modificate dall'oggi al domani, a scapito dei cittadini».  

Le proteste sono scomparse

Guillem è uno dei pochi che esprime la sua opinione senza mezzi termini. Molti sono scettici. O non vanno a votare, o non sanno bene se il loro voto abbia davvero una qualche ripercussione. Chi va a votare, spesso vuole tenere la propria posizione politica per sè. Peraltro, molti abitanti di Barcellona non sono nemmeno spagnoli, talvolta nemmeno cittadini europei. Si ha la sensazione di avere voce in capitolo soltanto nella vita privata, sul lavoro, nella quotidianità, nel piccolo insomma. 

Mi sono trasferita a Barcellona nella primavera del 2012, quando la città era scossa da forti proteste e manifestazioni, dopo che l'ultimo cambio di Governo aveva mutato radicalmente il clima che si respirava nell'intera Nazione. Parlo del #15M, il movimento di protesta del 15 maggio, gli Indignados. Oggi il Sindaco di Barcelona viene proprio dalle fila di quel movimento e le proteste sono scomparse. 

Circa un anno fa, ho trascorso qualche tempo fuori Barcellona: ricordo l'atmosfera opprimente poco prima della partenza. Il dispiegamento di ingenti misure di sicurezza soffocava ogni sensazione di libertà e ogni tentativo di essere sereni. A suo tempo, erano state proprio queste sensazioni a trattenermi a Barcellona, la città dalle strade soleggiate e colorate anche d'inverno. Così, al momento della partenza mi sentivo piuttosto angosciata. Temevo di trovare troppe nuvole grigie al mio ritorno. 

Quando sono tornata a Barcellona, qualche mese più tardi, quella sensazione di pacata rilassatezza era di nuovo lì: i giovani per strada, la vita, la cultura e la libertà. Qualunque sia l'esito delle elezioni del 20 dicembre, senza dubbio si ripercuoterà sugli anni a venire.