Politica

Spagna e Bulgaria: una rivolta, due destini

Articolo pubblicato il 23 luglio 2013
Articolo pubblicato il 23 luglio 2013

Presso la London School of Economics, la frequenza delle lezioni sull’impatto del movimento Occupy hanno confermato come tale onda di proteste sia ormai entrata nell’immaginario collettivo. Il volume di conferenze accademiche e articoli dedicati a un argomento considerato prima ai margini dell’interesse pubblico la dice lunga sull’importanza delle rivolte popolari. 

Nel 2013, il movimento Occupy ha inevitabilmente raggiunto anche il sud est europeo, provocando un cambiamento quasi irreversibile nella scena politica. Le proteste che sono scoppiate a Maribor, in Slovenia, lo scorso novembre, continuano oggi in Bulgaria, Grecia e Turchia. Questi movimenti hanno evidenziato le analogie dei sistemi politici ai due poli del continente e hanno rivelato quanto l’indignazione possa, inconsapevolmente, assomigliarsi. 

Succede nell'Est

Nei paesi dell’Est Europa, i cittadini hanno alzato la voce contro le misure di austerità, la privatizzazione, la corruzione, la disoccupazione e la distruzione dello stato del welfare, proprio come nel Sud del continente. Le differenze sono, tuttavia, emerse quando le classi politiche al potere hanno deciso di reagire. Di fronte alle critiche feroci che hanno affossato la democrazia bulgara, il governo di centro-destra del paese, guidato da Boiko Borisov, ha dato le dimissioni. Per 35 giorni, in migliaia si sono ritrovati nelle varie città del paese per gridare il loro malcontento nei confronti di fenomeni tristemente famosi in tutto il sud europeo, il favoritismo e la conseguente mancanza di trasparenza nelle decisioni del governo. I bulgari si sono fatti finalmente sentire e, accanto a loro, anche la polizia e addirittura qualche politico, come il presidente Rosen Plevneliev

Sono in tanti a credere che le richieste dei manifestanti finiranno per provocare un totale stravolgimento della situazione politica in Bulgaria. Così com’è successo in Turchia, le proteste scoppiate contro un singolo problema – la costruzione di un centro commerciale dallo stile ottomano al posto di un parco – si sono mutate in una protesta più generale contro il governo. I manifestanti bulgari hanno l’80% della popolazione dalla loro parte. La lotta per uno stato democratico e un sistema giudiziario più trasparente e obiettivo andrà molto probabilmente a buon fine, considerato che fino ad ora le proteste hanno contribuito alla caduta dei governi in Slovenia e in Bulgaria, a gennaio e a febbraio, così come alla sconfitta di politiche impopolari come il costo della copertura sociale in Romania. Bulgaria e Romania, che sono ancora considerati stati di seconda classe nell’Unione Europa, stanno dimostrando come la voce della società civile sia riuscita a farsi finalmente sentire, al contrario di quello che succede in stati come l’Italia o la Spagna. 

Il caso spagnolo

Proprio come è successo in Bulgaria, anche le petizioni che chiedono le dimissioni del governo spagnolo hanno raccolto centinaia di migliaia di firme e i cittadini sono scesi in strada per gridare il loro malcontento. A differenza di quello che è successo in Bulgaria, tuttavia, il governo di Mariano Rajoy non s’è curato di quello che la gente gridava sotto le sue finestre. Così, la reazione del primo ministro bulgaro Plamen Oresharski alle proteste – convocare elezioni anticipate – è esattamente l'opposto di quanto è successo in Spagna.

In Spagna, non si contano più i tanti cittadini che hanno protestato, sin dal 15 maggio 2011, nel movimento chiamato 15-M, invano. Il governo di Rajoy, salito al potere nel 2012, ha rifiutato di convocare le elezioni anticipate. Durante lo scorso anno, i numerosi casi di corruzione hanno lasciato il partito affondare nella vergogna: i casi Gürtel e Bárcenas hanno coinvolto non pochi membri del partito popolare (PP), con accuse dirette anche al primo ministro in persona. Tangenti, riciclaggio di denaro, evasione fiscale, tutto questo è parte integrante dello scandalo che ha spinto gli stessi esponenti del partito del ministro a definire il clima politico in Spagna “disgustoso”.

La Spagna di oggi è molto diversa dal paese che ho lasciato per la Serbia nel 2009. Oggi persone più che qualificate saccheggiano le autostrade elemosinando la minima assistenza per poter nutrire le proprie famiglie. Circa 300.000 giovani hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni lavorative più rosee. I bambini sono affamati e i più grandi hanno visto i risparmi di una vita svanire per colpa delle banche mentre il governo siede tranquillo nelle sue poltrone. In una situazione del genere, persino il clima mite non può far dimenticare l’angoscia di una nazione, alienata da anni di proteste inutili e vane. Spagna e Bulgaria stanno affrontando quasi gli stessi ostacoli, ma sarà la risposta dei politici a determinare se e come queste proteste siano destinate a durare ancora a lungo.