Politica

Sofia, la crisi siriana è arrivata in Europa

Articolo pubblicato il 24 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 24 gennaio 2014

Un af­flus­so di ri­fu­gia­ti senza pre­ce­den­ti. Im­pre­pa­ra­ta e senza un suf­fi­cien­te sup­por­to da parte del­l’Ue, la Bul­ga­ria ha dif­fi­col­tà nel­l’af­fron­ta­re l'af­flus­so di per­so­ne cau­sa­to dalla guer­ra in Siria. Le fa­mi­glie si­ria­ne, sfug­gi­te a un bru­ta­le con­flit­to, si ri­tro­vano nel mezzo di una crisi uma­ni­ta­ria. Reportage da Sofia.

Ab­bia­mo de­ci­so di ve­ni­re in Bul­ga­ria seb­be­ne non co­no­sces­si­mo il Paese. Non sa­pe­va­mo che non ci fosse la­vo­ro per i bul­ga­ri e nem­me­no ciò che i cit­ta­di­ni pen­sa­no degli stra­nie­ri”, rac­con­ta Ami20, un ra­gaz­zo si­ria­no di ori­gi­ne curda che non vuole sve­la­re il suo vero nome. Lui e la sua fa­mi­glia al­log­gia­no al cen­tro ac­co­glien­za pro­fu­ghi di Vraz­deb­na, a Sofia, ca­pi­ta­le della Bul­ga­ria.

Seb­be­ne la strut­tu­ra abbia una ca­pa­ci­tà mas­si­ma di 310 per­so­ne, at­tual­men­te ospi­ta più di 400 ri­chie­den­ti asilo po­li­ti­co. La madre di Ami pre­pa­ra del tè e siede vi­ci­no a noi con un sor­ri­so ca­lo­ro­so. La stan­za ospi­ta 20 per­so­ne: per letto; le scar­pe sono tutte po­si­zio­na­te di fron­te alla porta che, senza ma­ni­glia, viene chiu­sa con una corda; in un an­go­lo c’è una pic­co­la cu­ci­na.

La Bul­ga­ria è uno dei Paesi più po­ve­ri del­l’Ue e non è mai stata una meta po­po­la­re per i ri­chie­den­ti asilo po­li­ti­co. Tut­ta­via, negli ul­ti­mi mesi, il Paese ha as­si­sti­to all’ar­ri­vo di un’on­da­ta di im­mi­gra­zio­ne senza pre­ce­den­ti. La mag­gior parte entra nel Paese at­tra­ver­so la Tur­chia, sfug­gen­do così al san­gui­no­so con­flit­to si­ria­no.

Le per­so­ne die­tro ai Nu­me­ri

Nel 2013 sono ar­ri­va­te più di 8000 per­so­ne, ri­spet­to ai 1000 pro­fu­ghi degli anni pas­sa­ti. Il Paese non è pron­to a far fron­te a un tale af­flus­so e si trova in dif­fi­col­tà per for­ni­re un al­log­gio ade­gua­to a tutti. Molti vi­vo­no in con­di­zio­ni squal­li­de, in campi im­prov­vi­sa­ti, senza un re­go­la­re ap­prov­vi­gio­na­men­to di cibo, ri­scal­da­men­to o ac­ces­so a cure me­di­che.

Ami e la sua fa­mi­glia sono ar­ri­va­ti a set­tem­bre, quan­do, di notte, hanno at­tra­ver­sa­to il­le­gal­men­te il con­fi­ne tur­co-bul­ga­ro. Il ra­gaz­zo ha te­mu­to di non so­prav­vi­ve­re a que­sto viag­gio este­nuan­te in­tra­pre­so con i suoi ge­ni­to­ri, 6 fra­tel­li e so­rel­le e la nonna di 70 anni. ​Ven­go­no dalla città di Qa­mi­shli, nord-est della Siria. Ami, sua so­rel­la – in­ten­ta a leg­ge­re in un an­go­lo della stan­za, – e suo fra­tel­lo stu­dia­va­no ri­spet­ti­va­men­te geo­lo­gia, in­for­ma­ti­ca e fi­lo­lo­gia in­gle­se. "Vo­glia­mo tutti con­ti­nua­re i no­stri studi", dice Ami, che si la­men­ta per­ché non è abi­tua­to a la­var­si così di rado: ci sono pochi scal­da­ba­gno nel­l’e­di­fi­cio e più di 100 per­so­ne in fila per ogni doc­cia. Re­cen­te­men­te ha ini­zia­to a stu­dia­re bul­ga­ro.

La­ti­fa24 anni, è una ca­sa­lin­ga e viene da Da­ma­sco: “Tutti mi vo­glio­no bene qui”, dice. Gra­zie al suo ca­rat­te­re brio­so e alla gen­ti­lez­za che mo­stra verso i bam­bi­ni e le ra­gaz­ze più gio­va­ni, è di­ven­ta­ta l’a­ni­ma e il cuore del campo. È ar­ri­va­ta qui con il  ma­ri­to e i suoi figli ge­mel­li, in­sie­me ad altre 3 fa­mi­glie. Per il viag­gio hanno pa­ga­to 450 dol­la­ri a per­so­na. Quan­do non si oc­cu­pa dei suoi figli, La­ti­fa passa il tempo ad aiu­ta­re la madre di una bam­bi­na nata una set­ti­ma­na fa nel­l’o­spe­da­le lo­ca­le. La pic­co­la dorme in una stan­za adi­bi­ta ad asilo nido che, a dif­fe­ren­za delle altre, gri­gie e af­fol­la­te, è con­for­te­vo­le e co­lo­ra­ta, con scaf­fa­li pieni di gio­cat­to­li. I bam­bi­ni cor­ro­no per tutto il campo: at­tual­men­te sono 2135 quel­li che vi­vo­no nei campi pro­fu­ghi e molti sono or­fa­ni di guer­ra. Se non fosse per l’a­iu­to dei vo­lon­ta­ri, in molte di que­ste strut­tu­re non ci sa­reb­be nean­che un ri­for­ni­men­to re­go­la­re di cibo. Inol­tre, i pro­fu­ghi di­pen­do­no dalle do­na­zio­ni o da un sus­si­dio men­si­le di 33 euro. A causa dello stress al­cu­ne madri non pos­so­no più al­lat­ta­re i loro figli. 

Mai vista una crisi uma­ni­ta­ria del ge­ne­re

Sa­bri­na Trad, una vo­lon­ta­ria che la­vo­ra per una ong rac­con­ta che, “seb­be­ne siano state prese al­cu­ne mi­su­re per mi­glio­ra­re le con­di­zio­ni delle strut­tu­re, la si­tua­zio­ne è dura poi­ché i ri­co­ve­ri sono af­fol­la­ti e ina­dat­ti”. Lei è di ori­gi­ni bul­ga­ro-si­ria­ne e sot­to­li­nea che il vero pro­ble­ma sono i campi pro­vin­cia­li, uno dei quali è un’ex base mi­li­ta­re che si trova nella città di Har­man­li, nel sud-est della Paese. Qui, a no­vem­bre100 per­so­ne hanno mi­nac­cia­to lo scio­pe­ro della fame come pro­te­sta con­tro le con­di­zio­ni di vita del campo che ospi­ta 1000 per­so­ne.  

Ni­ko­lay Chir­pan­liev, capo del­l’A­gen­zia Na­zio­na­le per i Ri­fu­gia­ti, ha an­nun­cia­to che 800 mila euro sono stati as­si­cu­ra­ti dal­l’Ue, al­tret­tan­ti dal go­ver­no bul­ga­ro1 mi­lio­ne dalla Re­pub­bli­ca Ceca 3.6 mi­lio­ni dol­la­ri dal­l’Al­to Com­mis­sa­rio delle Na­zio­ni Unite per i Ri­fu­gia­ti. Chir­pan­liev ha inol­tre pro­mes­so che le con­di­zio­ni di vita mi­glio­re­ran­no ra­pi­da­men­te.

Il fra­tel­lo di Sa­bri­na, Ru­slan Trad, gio­va­ne gior­na­li­sta bul­ga­ro, ha sot­to­li­nea­to però che la Bul­ga­ria non ha mai af­fron­ta­to una crisi uma­ni­ta­ria su così larga scala prima d’ora. Se­con­do lui, “è im­por­tan­te per la Bul­ga­ria af­fron­ta­re la si­tua­zio­ne e oc­cu­par­si delle forze po­li­ti­che in gioco. L’af­flus­so di pro­fu­ghi con­ti­nua e non ci sono posti adat­ti a for­ni­re una qua­li­tà di vita de­cen­te: la si­tua­zio­ne po­treb­be de­ge­ne­ra­re in una crisi”.

Sogni e po­pu­li­smo

Se­con­do gli in­via­ti, i mo­vi­men­ti na­zio­na­li­sti stan­no in­fat­ti ap­pro­fit­tan­do della si­tua­zio­ne per gua­da­gna­re sup­por­to. A no­vem­breVolen Si­de­rov, lea­der del par­ti­to na­zio­na­li­sta, Ataka, ha chie­sto di espel­le­re tutti gli im­mi­gra­ti il­le­ga­li dal Paese. Ru­slan Trad af­fer­ma che i sen­ti­men­ti verso gli im­mi­gra­ti sono di­ver­gen­ti. In­fat­ti, seb­be­ne la mag­gior parte della po­po­la­zio­ne bul­ga­ra non con­di­vi­da la pre­sen­za dei pro­fu­ghi, ci sono “doz­zi­ne di vo­lon­ta­ri che de­di­ca­no tempo e ri­sor­se per aiu­tar­li”.

La fa­mi­glia di Ami at­ten­de una de­ci­sio­ne sul loro sta­tus di ri­fu­gia­ti che do­vreb­be es­se­re presa nei pros­si­mi mesi. Non sanno se qual­cu­no nel campo abbia già ot­te­nu­to lo sta­tus uf­fi­cia­le. In real­tà anche i pochi che l'han­no ot­te­nu­to non se ne van­ta­no. 

I pro­fu­ghi si ri­tro­va­no in­trap­po­la­ti in una spe­cie di limbo. “Il tempo qui passa len­ta­men­te: un mese sem­bra un anno. Non vo­glia­mo tor­na­re a vi­ve­re in con­di­zio­ni ter­ri­bi­li. L’Eu­ro­pa oc­ci­den­ta­le è il luogo mi­glio­re dove an­da­re”, dice Ami.

In­ter­ro­ga­ta sul suo fu­tu­ro, La­ti­fa ri­spon­de che tutto quel­lo che vuole è avere una “vita fe­li­ce”.

Fin­ché l’Ue non af­fron­te­rà ciò che sem­bra tra­sfor­mar­si ra­pi­da­men­te in una crisi uma­ni­ta­ria, Ami non riu­sci­rà a tra­sfe­rir­si e La­ti­fa non avrà la sua “vita fe­li­ce”.

– Que­sto ar­ti­co­lo fa parte Dos­sier "Siria" di Ca­fé­ba­bel –