Politica

Se il Kosovo è il primo secessionista d’Europa

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2007
Articolo pubblicato il 28 febbraio 2007
In marzo si concluderanno a Vienna le discussioni sul futuro statuto della provincia serba del Kosovo, amministrata dal 1999 dall’Onu.

In varie occasioni il Primo Ministro serbo, Vojislav Koštunica, ha suggerito il 2014 come data dell’adesione della Serbia e del Kosovo alla Ue. Si tratta del centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale a Sarajevo. Insieme o separati? Qualunque sia la formula, "funzionerà solo se entrambi i territori aderiranno all’Unione", come ha scritto l’editorialista inglese Timothy Garton Ash sulle pagine del quotidiano spagnolo El País il 18 febbraio 2007. Ma tutti i Paesi dell’Ue non sono d’accordo sul fatto sia auspicabile l’indipendenza del Kosovo. Cosa che, secondo le parole di Aleksandar Mitic, Capo analista dell’Istituto 4S, think tank di Bruxelles che si occupa dell'integrazione della Serbia in Europa, significherebbe «aprire il vaso di Pandora del separatismo in tutto il mondo». Secondo Mitic, autore del cd-rom Kosovo 2006 a favore di un’autonomia del territorio all’interno della Serbia, «sarebbe la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, che un Paese democratico si vede costretto a privarsi di parte del suo territorio contro la sua volontà e il diritto internazionale».

Indipendenza di fatto

Ma l’inviato speciale dell’Onu per il Kosovo, Martti Ahtisaari, non pare sentirci da quest'orecchio. Il finlandese ha elaborato un progetto di statuto per i kosovari. La loro popolazione è composta per il 91% da albanesi e solo per il 5% da serbi. Il documento prevede che il Kosovo "sia governato democraticamente", con Costituzione, bandiera e inno propri, un Parlamento indipendente e nazionalità diversa da quella serba. Permette addirittura «di negoziare accordi internazionali e di far parte di organizzazioni sovranazionali». Il documento è stato rifiutato dal Presidente serbo Boris Tadic e dagli indipendentisti kosovari, mentre è stato calorosamente salutato dalle autorità di Pristina.

Shpresa Bushi, 32enne kosovara di etnia albanese, nata a Pristina, ci fornisce maggiori spiegazioni sulle minacce riguardanti il Kosovo. Shpresa, che lavora come manager della Produzione Culturale alla Maison de l’Europe di Parigi, è chiara: «Dubito che il Kosovo sia pronto per governarsi da solo. La gestione dell’Onu è stata troppo protettiva, quasi coloniale. Al tempo stesso però, la guerra è ancora una ferita troppo recente nella testa dei cittadini per accettare di rimanere all’interno della Serbia».

Thank you, Tony Blair

Shpresa, che ritorna al suo Paese più o meno tre volte all’anno, racconta che «a Pristina si possono vedere ancora pitture inneggianti a Tony Blair sui muri». Il Premier inglese è stato l'avvocato dei bombardamenti Nato su Belgrado, nel 1999, per difendere gli albanesi musulmani dai serbi ortodossi. Ancora oggi «l’Inghilterra è la sostenitrice più importante di un Kosovo indipendente», come sottolinea il serbo Aleksandar Mitic. Anche la Nato, attraverso il suo Segretario Generale, Jan de Hoop Scheffer, appoggia il piano Ahtisaari.

Nell’Ue, a parte i Paesi per i quali il tema può essere lontano e indifferente, come i Paesi Baltici o il Portogallo, ci sono altri membri che non vedono di buon occhio l’indipendenza del Kosovo. Tuttavia, «nel caso in cui l’Ue dovesse licenziare una posizione comune a favore dell'indipendenza, cambierebbero idea purché si garantisca che, senza un accordo fra serbi e kosovari, sia il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a decidere», spiega Mitic.

Ma in Europa tutti temono l'effetto domino

Insomma, l’Ue andrà incontro a parecchie difficoltà se si dichiarerà a favore dell’indipendenza per il Kosovo. Dal canto suo, la Russia ha già dichiarato che voterà contro al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Come analizza un'editoriale della Nezavisimaya Gazeta, del 19 febbraio 2007, «sarà difficile fare pressione sulla Russia, vista la dipendenza dell’Europa dal gas e dal petrolio». La Russia, inoltre, è preoccupata per l’area post-sovietica: la regione moldova della Transnistria ha votato al referendum nel 2006 per unirsi alla grande madre russa. E se Mosca l’appoggiasse? Le minoranze ungheresi di Romania e Slovacchia potrebbero pretendere più autonomia; non a caso, il presidente slovacco Gaspanovic, ha dichiarato il 9 febbraio «il suo disaccordo con il piano perché dannoso per la Serbia».

Gli indipendentismi non mancano. In Spagna il ministro della difesa José Antonio Alonso ha dichiarato durante l’ultimo vertice Nato a Siviglia, che «il Kosovo e i Paesi Baschi non sono casi confrontabili». Senza, però spiegarne il motivo. «Per affinità, anche greci e ciprioti, di fede ortodossa, riconoscono la Serbia come attore principale dei Balcani occidentali. E perfino il presidente polacco si è schierato contro l’indipendenza del Kosovo», spiega Mitic.

Il realismo esiste già nell’Ue

Albert Rohan, vice di Ahtisaari, considerava in queste ultime settimane che «non c’è un’alternativa realistica» alla proposta dell’Onu. Un’affermazione, questa, in contrasto con le formule pragmatiche esistenti nell’Europa democratica, come le competenze della Scozia nel Regno Unito nell'ambito della devolution, il federalismo dei valloni e delle Fiandre in Belgio o l’ampia autonomia dei Paesi Baschi o della Catalogna in Spagna.

Forse la cosa migliore sarebbe studiare la proposta di autonomia che i serbi dicono di avere per il Kosovo. «Il problema» ribatte Shpresa Bushi, «è che noi kosovari non percepiamo la Serbia nemmeno come un Paese democratico».

Nell'immagine in alto una moschea tra le montagne kosovare (Foto Doc Kozzak/Flickr)