Politica

Schengen e la lotta dell'UE contro il terrorismo

Articolo pubblicato il 21 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 21 febbraio 2015

Gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kosher dello scorso gennaio hanno provocato diverse reazioni tra i leader europei. Tra le tante, quella di rivedere la protezione delle frontiere e il controllo delle informazioni dei singoli cittadini: ovvero gli accordi di Schengen.  

Dopo gli attentati di Parigi, la (presunta) sacrosanta Convenzione sulla libera circolazione è stata una delle tematiche maggiormente dibattute all’interno delle istituzioni europee. Al vertice europeo, durante una discussione sui provvedimenti da prendere contro il terrorismo, si è parlato proprio degli accordi di Schengen. Il punto chiave dell’ordine del giorno è stato il PNR, meglio conosciuto come Passenger Name Record: provvedimento “da vetrina” o un vecchio trucco?

Al vaglio le eventuali modifiche

Le due più grandi sostenitrici della proposta di modifica degli accordi di Schengen sono state la Spagna e la Francia, che hanno esortato a stabilire controlli sistematici alle frontiere. Finora, infatti, i controlli non sono stati regolari e la polizia ha controllato soltanto i passaporti dei cittadini europei  che destavano sospetti. Il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha preso posizione affermando che l’esecutivo comunitario “non vede, al momento, la necessità di revisionare gli accordi di Schengen”. Non è certo la prima volta che la Convenzione finisce nel mirino delle discussioni ma, per il momento,  sembra che possa rimanere così com’è. 

Il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz si è dichiarato contrario alla modifica del trattato sulla libera circolazione e durante la conferenza stampa ha spostato l’attenzione su un altro punto: “Il problema è che le informazioni non sono sufficientemente condivise  tra gli Stati […]; per poterci scambiare i dati, dobbiamo innanzitutto raccoglierli: per questo è importante avere un PNR europeo. I capi di Stato e di Governo hanno trovato un accordo per creare, entro la fine del 2015, una macro-lista informativa capace di raccogliere i dati di chi si è spostato via aereo: il Passenger Name Record, un meccanismo che potrebbe intaccare il diritto alla privacy.

Nell'aprile del 2013, la Commissione per le Libertà Civili (LIBE) e gli affari interni del Parlamento Europeo aveva già rifiutato la proposta di creare un PNR, mettendo così fine al dibattito che aveva tenuto impegnati gli affari parlamentari. Ora, i 28 leader dell’UE chiedono nuovamente agli europarlamentari di approvare il suddetto meccanismo. Lo scorso 13 gennaio, durante la plenaria di Strasburgo, il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha affermato che “se non si proverà a stabilire un unico PNR europeo, si finirà con l’avere 28 sistemi di controllo nazionali, un mosaico con troppi tasselli che interferiranno nella vita privata dei cittadini senza, però, proteggerli in maniera adeguata e sicura”. Ed ecco che qui subentra la Spagna che, insieme ad altri 14 Paesi europei, stava già lavorando all'implementazione di un sistema informatico.

Il "come" è importante

Nel dicembre del 2014, il governo spagnolo ha approvato  la controversa "Legge Organica sulla Protezione della Sicurezza Pubblica", nonostante l'opposizione fosse pienamente contraria. La nota Ley Morzada - o legge bavaglio (ndt)-  convertirà in sanzioni amministrative ciò che prima era ritenuto un illecito penale: un cambiamento che, per i cittadini coinvolti, comporterà il sempli-ce pagamento di una tassa giudiziaria. Cosa che, prima, non era possibile. Diventeranno sanzionabili le manifestazioni di fronte al Parlamento come anche la mancanza di rispetto nei confronti dei membri delle Forze dell’ordine. Attraverso questa legge, il Governo ha cercato di legalizzare anche il “ritorno immediato”, ovvero il rimpatrio degli immigrati provenienti da Ceuta e Melilla, negando loro il diritto di asilo e quello all’assistenza legale.

Ed è proprio attraverso un emendamento infilato in questa legge così controversa che il Partito Popolare ha tentato, in Senato, di dare un’apparenza legale al PNR. La questione non è così semplice: approvare una legge per introdurre un emendamento significa avviare un processo più rapido, sì, ma con meno dibattiti parlamentari e un minor numero di rapporti costituzionali. Così, in un colpo solo, si risparmia in polemiche pubbliche,  correzioni legislative e consultazioni tecniche.

Ciò che ci viene proposto come soluzione era nato già prima della crisi di sicurezza che stiamo vivendo nei Paesi europei all'indomani degli attentati di Parigi e di Copenhagen.

Governare facendo leva sulla paura, però, non è mai stata una buona idea.