Politica

Saad Hariri: «L’impunità in Libano è intollerabile»

Articolo pubblicato il 20 giugno 2007
Articolo pubblicato il 20 giugno 2007
Il figlio dell'ex premier libanese Rafik Hariri spiega il valore del tribunale speciale istituito dall’Onu per giudicare gli assassini di suo padre.

Nella suggestiva cornice della sua grande residenza di Beirut, con un cocktail alla fragola a portata di mano, Saad Hariri è impegnato a parlare con numerosi giornalisti europei. Ha 37 anni, due figli, ed è di bell'aspetto: alto e moro, è identico a suo padre. La somiglianza è ancora più evidente se si osserva una delle grandi foto di Rafik Hariri appese ai muri della lussuosa sala di riunione. Stessa eleganza, stesso stile, anche nel modo di parlare. Saad esprime con decisione le sue opinioni sui temi politici che riguardano il Medio Oriente. Sembra a suo agio nel ruolo di leader di Futur Current (“Corrente del Futuro”), il principale movimento politico anti-siriano. Laureato in Economia all’Università di Georgetown a Washington, l’ex uomo d'affari si mostra ottimista circa il futuro del suo Paese.

L'incontro risale al 25 maggio, cinque giorni prima l'approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione che ha istituito un tribunale internazionale per giudicare i responsabili dell'attentato dinamitardo che nel febbraio 2005 uccise a Beirut l'ex premier libanese e altre venti persone. La risoluzione è entrata in vigore il 10 giugno, ed è la prima volta che un un tribunale viene creato per indagare su un caso specifico.

La decisione ha scatenato un acceso dibattito politico in questo Paese sulla riva orientale del Mediterraneo, che nell'ultimo mese ha subito ben sei attentati. Il più recente risale al 13 giugno: un autobomba ha ucciso il 65enne parlamentare della maggioranza anti-siriana Walid Eido. La maggior parte dei libanesi crede che queste azioni siano state organizzate dai servizi segreti iraniani come avvertimento al governo libanese e teme che l'istituzione del tribunale intensificherà gli attacchi.

Cosa pensa dell’apertura di un tribunale internazionale per indagare sull’omicidio di suo padre?

C’è un consenso generale su questa iniziativa perché l’impunità in Libano è una piaga insopportabile. Questo processo sarà un mezzo per porre fine a tutti quegli omicidi che negli ultimi trent'anni sono stati commessi ai danni di politici influenti, giornalisti e altri civili innocenti. Nessuno è al sicuro. Mi vengono alla mente diversi casi: Bassel Fleihan, l'ex ministro dell’Economia e del Commercio e stretto alleato di Hariri, fu ucciso a 43 anni insieme all'ex premier. Il giornalista e docente universitario Samir Kassir morì nell’esplosione di un’altra autobomba quattro mesi più tardi. Nel novembre 2006 la stessa sorte toccò al giovane ministro dell'Industria Pierre Gemayel.

Perché questo tribunale è importante per il Libano?

Favorirà la stabilità. Qualcuno potrebbe pensare che le bombe esplose nell'ultimo mese a Beirut e dintorni e gli scontri tra l’esercito libanese e il gruppo islamista Fatah-al-Islam nel campo profughi di Nahr al-Bard (Tripoli) siano un segnale rivolto al Consiglio di Sicurezza di sospendere il tribunale. Ma quando l’accusa dirà chi c’è dietro a tutte questi omicidi, i responsabili dovranno pagare. E il prezzo sarà alto.

Perché l’insediamento del tribunale è così controverso e perché in Libano continuano a esserci attentati?

Il governo siriano non vuole questo tribunale. Il ministro degli Esteri Walid al-Moualem e il presidente Bashar al-Assedhave tentano di minarne l’insediamento, nonostante la Siria abbia dichiarato che farà giudicare dai suoi tribunali i responsabili scoperti nel suo territorio.

La comunità internazionale permetterà a un paese di ostacolare lo sviluppo della democrazia in Libano? Credo che sia lei sia il mondo arabo hanno compreso il valore del tribunale. Abbiamo cercato di istituire quest'ultimo per via parlamentare, ma purtroppo l’opposizione l’ha impedito. Quest'ultima afferma di essere favorevole al principio, ma mantiene alcune riserve, di cui non ci è dato sapere. Intanto, i lavori parlamentari sono sospesi da sette mesi, perché il presidente, allineato con l’opposizione, si rifiuta di convocare l’assemblea.

Il Paese diventerà più sicuro? Che aspettative ha?

Nessuna in particolare. Semplicemente avremo un tribunale la cui azione sarà comunque positiva. Forse continueranno gli attentati, ma i responsabili devono comprendere che quando la risoluzione dell’Onu diverrà realtà, pagheranno un prezzo per gli omicidi che hanno compiuto in Libano. Chiunque sia il mandante: il regime siriano, Israele o chi altro.