Politica

Resitenza e profezie: la Presidenza spagnola dell’Unione Europea

Articolo pubblicato il 28 giugno 2010
Articolo pubblicato il 28 giugno 2010
L’attuale Presidenza spagnola dell’Unione Europea va avanti con infamia e senza lode, nonostante gli sforzi propagandistici portati avanti da Bruxelles. Analisi

Si dice che nell’undicesima centuria di Nostradamus c’è una quartina riguardante la Spagna che recita:

«Da terre con nome di animale, verrà colui che governa gli Iberi, adorerà re neri e abbraccerà religioni forestiere. Affollerà il suo palazzo di buffoni e adulatori e nascosto dalla sua maschera da buffone, porterà con sé fame, povertà e disperazione …».

Noi spagnoli siamo gente dalla battuta facile, per cui sembra impossibile resistere alla tentazione di identificare il protagonista con il Presidente del Governo spagnolo, se si tiene presente che Lèon è la provincia di provenienza di José Luis Rodríguez Zapatero. Lo stesso personaggio poi, secondo internet, sembra corrispondere anche in un’altra quartina, per grande piacere di coloro che credono nelle profezie: «La troppo felice epoca e l'eccessiva bontà regale, fatti e disfatti con repentina negligenza. Con leggerezza crederà alla sentenza della democrazia leale, lui a morte condanneranno per la sua benevolenza» (Centuria X-43). Qualcuno penserà addirittura che si tratti di Carrero Blanco (militare e politico spagnolo, franchista, assassinato dall'ETA nel 1973).

Conviene precisare che non crediamo alle profezie e che non c’era bisogno di affidarsi ad esse per prevedere la infausta via che avrebbe percorso la Spagna, a partire dal 2009. Sebbene il Premier spagnolo non smetta di sostenere che nessuno sapeva niente della crisi che ha colpito duramente la Spagna, certo è che il Monthly Report pubblicato da La Caixa rilevava già dal secondo semestre del 2007 anomalie nell’andamento dell’economia spagnola. Potrebbe essere che il presidente non sappia leggere l’inglese o forse nessuno dei suoi tanti collaboratori ha accesso a queste informazioni. Se così non fosse dovremmo arrivare alla conclusione che qualcuno stia mentendo in pubblico.

Il Presidente del Governo spagnoloIl risultato è che le cose non vanno molto bene. Col permesso del Governo – e senza che nessuno si offenda – si può affermare che le cose stanno andando abbastanza male. La Presidenza spagnola dell’Unione Europea si sta trascinando con più infamia che lode, nonostante gli sforzi propagandistici portati avanti da Bruxelles. A questo punto, la tanto vantata “Alleanza delle Civiltà” né si è formata, né si formerà. Il debito spagnolo è salito vertiginosamente e il tasso di disoccupazione raggiunge altezze vertiginose. Disperato, di fronte a questi indicatori, in una specie di caduta da cavallo (come San Paolo) il leader dell’utopia ottimista si è riconvertito in un neoliberale a oltranza, il quale, dimentico delle promesse fatte, abbassa i salari, congela le pensioni e apporta tagli senza precedenti allo stato di benessere spagnolo. Per dare maggior visibilità al suo ripensamento, si fa fotografare insieme al suo ex nemico Silvio Berlusconi e si piega in profonde genuflessioni di fronte a Benedetto XVI. Un eccesso di pentimento.

«Prima delle elezioni del 2008, il Presidente non esitò a “regalare” 400 euro a ogni lavoratore spagnolo. Una volta questo si chiamava, semplicemente, comprare i voti»

Colui che si era impegnato a mantenere in una “cintura sanitaria” mezza Spagna sembra aver imparato a memoria il manuale del Kamasutra politico per assumere le posizioni adatte a mantenere il potere. Solo pochi anni fa, mezza Spagna temeva di costituire una tenebrosa caverna dove si davano appuntamento i retrogradi – e le retrograde– a cui era necessario rendere la vita impossibile all'altra metà. Non molto tempo fa, la Spagna doveva essere un paese aperto alle legalizzazioni delle masse di immigrati, al contrario del resto dei paesi membri dell’Unione Europea. In qualcosa ci distinguevamo. Da qualche tempo il Governo spagnolo si è impegnato a riscrivere la storia recente del suo paese a colpi di decreto, senza passare per una riflessione storiografica, né per una consulta di esperti. Fino all’altro giorno, il governo spagnolo si impegnava ad instaurare una guerra fredda con gli Stati Uniti guidati da George Bush e già che c’era a stuzzicare il più possibile Israele. Quelli che venivano considerati lucri “sociali” si diffusero al punto che, proprio a ridosso delle elezioni del 2008, il Presidente non esitò a “regalare” 400 euro a ogni lavoratore spagnolo con l’intenzione di “creare terreno” per vincere lo scrutinio. Una volta questo si chiamava, semplicemente, comprare i voti.

Ora, tuttavia, il Presidente spagnolo –un tempo socialista– si è convertito in un convinto conservatore di privilegi. Questa sterzata ha raggiunto un livello talmente estremo da danneggiare seriamente ampi strati sociali senza batter ciglio e senza risparmiare un euro negli sprechi di rappresentanza e ostentazione del suo Governo. Nessun dubbio ad assecondare la banca e a seguire gli ordini dell'Ecofin o del suo amato Presidente Barack Obama. La demolizione dello stato di benessere è così radicale che nessuno può dire quando e se la Spagna recupererà le conquiste sociali perse ultimamente. A cosa è dovuto un tale cambiamento?

Naturalmente la giustificazione ufficiale si basa sulla dimostrazione dell’impegno volto a salvare il Paese dalla crisi economica internazionale, la quale ebbe origine –come sempre – negli Stati Uniti, (quelli del periodo Bush, non quelli di Obama, naturalmente). E per dimostrare pubblicamente che si fa ciò che si deve fare, abbiamo l’esempio dei tagli dei benefici e dei diritti sociali di Germania e Francia. Poco importa che questi paesi siano di stampo conservatore e non abbiano niente a che fare con le passate velleità di sinistra del loro vicino spagnolo. Tuttavia, si possono prevedere altre intenzioni, se si osserva che la presentazione della riforma del lavoro coincide, casualmente, con il debutto della squadra spagnola ai Mondiali del Sudafrica (16 giugno 2010), e che il rimpasto di governo dipenderà dall’argomento sul quale si focalizzerà il dibattito: lo stato della nazione o la classifica delle “furie rosse”.

«Non riuscirà a risolvere la crisi economica e, ma tirerà fuori qualche successo inventato per proporsi come solo candidato possibile»

L’obbiettivo supremo in realtà è un altro. È la pura e semplice conquista e detenzione del potere a spiegare questo modo di agire del “tutto è permesso”. È quasi certo che il Presidente Zapatero non si dimetterà, né convocherà le elezioni anticipate in un momento per lui sfavorevole, e punterà piuttosto a finire la legislatura “ad ogni costo”, così come ha spiegato recentemente al Presidente della Cantabria. Ad ogni costo si raggiunge il poter e ad ogni costo lo si mantiene, qualunque sia il prezzo. Sarebbe un’ingenuità pensare che non abbia un asso nella manica. Non riuscirà a risolvere la crisi economica e, di fatto, la situazione della Spagna nel 2012 sarà molto più complessa di quella odierna, ma tirerà fuori qualche successo inventato per proporsi come solo candidato possibile.

È una resistenza a oltranza. Tollerare l’intollerabile, sostenere l’insostenibile… scontrarsi con un destino già segnato. Una cosa sensata sarebbe risparmiarci e risparmiarsi sofferenze, ma quando qualcuno raggiunge il potere a qualsiasi costo, proprio per questo motivo, non è mai disposto a mollarlo. Povera Spagna e, di rimbalzo, povera Europa settentrionale, sempre in bilico tra il sorriso e la condiscendenza di fronte a ciò che succede nel sud. Non è un caso che proprio in questi giorni la Spagna abbia celebrato insieme al Portogallo, il suo ingresso in Europa con fuochi fatui e magniloquenti discorsi. Un quarto di secolo di reticenze e scontri. Ora sembra che ritornino i sospetti di fronte ai rischi legati ai soci meridionali.

La tenacia iberica sarà tanto più disperata dato che la sua crisi non solo si misura in termini di deficit, ma la chiave dello spinoso problema risiede nell’incalzante e progressiva mancanza di liquidità. La crescente carenza di solvenza dello Stato spagnolo si riflette nel suo debito, ma in realtà è nelle sue casse vuote. Tempo al tempo.

Julio Ponce è professore del dipartimento di Storia Contemporanea della Facoltà di Geografia e Storia dell'Università di Siviglia.

Foto: Lee Cofa/flickr