Politica

Referendum: volgarità, ricchi premi e cotillon

Articolo pubblicato il 03 dicembre 2016
Articolo pubblicato il 03 dicembre 2016

A pochissime ore dal voto, è arrivato il momento di tirare le somme della campagna referendaria, dove la politically correctness non è stata certamente la prima preoccupazione degli attori politici in campo. Ecco una breve antologia delle "perle" elargite negli 8 mesi di campagna elettorale. Buon divertimento.

Che la politica non sia più (lo è mai stata?) una contesa tra gentiluomini dell’800 è cosa risaputa. D’altronde forse questo è un bene, considerando che nel 1898 il deputato della sinistra storica Felice Cavallotti morì in duello trafitto dalla lama di Ferruccio Macola, direttore di destra della Gazzetta di Venezia, dopo averlo accusato in aula di essere un "mentitore". Se si applicasse oggi la regola del duello per regolare insulti e offese all’onore nelle aule parlamentari, probabilmente le strade di Roma sarebbero ricoperte da un macabro e scivoloso rosso porpora.

In effetti, una definizione molto più realistica è stata forse data in tempi più vicini a noi dal ministro socialista Rino Formica, che descriveva la politica come "sangue e merda". Ma anche il buon Formica, autore di tale profondo e forbito contributo, probabilmente non avrebbe mai a suo tempo immaginato l’evoluzione del linguaggio politico in tempi più recenti. La violenta retorica utilizzata in questa campagna referendaria non ha precedenti in termini di quantità e "qualità" (si fa per dire), ma in realtà i toni nell’agone politico hanno iniziato ad accendersi già diversi anni fa.

Storia di qualità

Ad onor del vero, la qualità del dibattito politico è letteralmente in picchiata da ormai diversi anni. A voler guardare i soli scenari della Seconda Repubblica, già nei primi anni ‘90 il senatùr Umberto Bossi predicava candidamente che "La Lega ce l’ha duro", e le minacciose grida di "Roma ladrona" si facevano sentire ben aldilà delle valli padane. Ma anche sull’altro versante della destra anni '90 e 2000, quello marchiato Silvio Berlusconi, le cose non andavano particolarmente meglio: dal celeberrimo "kapò" rivolto a Martin Schultz al «Rosy Bindi è più bella che intelligente», i toni non erano sicuramente dei più cavallereschi.

In tempi più recenti a raccogliere questa "preziosa" eredità linguistica sono stati i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, che dei "vaffa" e del turpiloquio ne hanno fatto a dir poco una bandiera. E sono stati infatti loro ad esprimere il meglio possibile del repertorio delle volgarità, nella campagna referendaria. Secondo il fondatore Beppe Grillo infatti gli esponenti del Sì sarebbero dei «Serial killer della vita dei nostri figli», mentre secondo il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, il Presidente del Consiglio Renzi sarebbe una "scrofa ferita". Non proprio parole di velluto.

Ma non finisce qui, poiché Grillo ha una visione tutta sua sul comportamento del Premier: «Renzi sulla riforma ci ha messo la faccia e pure il culo: ora li rischia entrambi». E l'ex comico ha anche dei consigli istruttivi per gli elettori: «Il secondo cervello sta nella pancia, e voi dovete votare con l’intestino, senza cagarvi addosso». Sulla stessa linea il leghista Roberto Calderoli: «Questa riforma è una cagata pazzesca». Fantozziano.

La fantasia vince

Senza tuttavia arrivare all’offesa e al turpiloquio, la campagna referendaria si è anche caratterizzata per la presenza di attacchi e tentativi di portare acqua (e voti) al proprio mulino quantomeno singolari, con una tragicomica memorabilità a tratti surreale.

Sul fronte del , uno su tutti spicca il non proprio elegante «Non serve una laurea per capire questa riforma!» rivolto da Matteo Renzi ad Oscar Giannino, quest’ultimo qualche anno fa al centro di uno scandalo riguardante proprio il suo titolo di studio universitario. Ma non sono tutti attacchi: «Dobbiamo provare a convincere gli indecisi, anche quelli che non conosciamo. In fila al supermercato come negli autobus. Io dico sempre: siate educatamente molesti» spiega la ministra Maria Elena Boschi. Che rincara: «Senza di noi al governo addio agli 80 euro!». Un popolo di piccoli stalker mendicanti, in altre parole, comprabili con "qualche frittura di pesce", secondo il presidente della regione Campania Vincenzo De Luca. Ci sono poi anche i supporter a loro insaputa: «Siamo venuti perché facciamo parte di un centro anziani, ci hanno portato con i bus» dichiarano alcuni vecchietti presenti ad un comizio per il Sì del ministro Alfano. Alcuni deputati scelgono invece la strada del sacrificio personale: «Se vince il Sì perderò 3 chili», tuona Giuseppe Fioroni, ex ministro della Pubblica Istruzione.

Ma anche in casa No non mancano affatto degli esempi di tutto rispetto in tal senso. Ad iniziare da Matteo Salvini, che ha la brillantissima idea di farsi fotografare a Mosca sulla Piazza Rossa con uno striscione a favore del No e una maglia del Milan, per poi venire subito dopo arrestato da due agenti di polizia. Chi sceglie di fare proselitismo per il No in Italia corre invece un altro rischio: quello di essere preso per un venditore ambulante. È quello che accade a Stefano Fassina (PD), che si sente rispondere "Non compro niente!" durante la sua campagna porta a porta. Quanto a dichiarazioni, Beppe Grillo ha saputo tuttavia essere anche sottile, e molto metaforico: «Dobbiamo tirare fuori il nostro scettro del No e sbatterglielo in faccia!».

Ma c’è anche chi, come il presidente della regione Liguria Giovanni Toti, sceglie la via dell’emulazione: «Siamo qui per far vincere il No. E vinceremo!». Vi ricorda qualcuno?

Ultimo, ma non meno importante, Renato Brunetta: «Renzi gioisce per il Sì di Obama. Qualcuno gli dica che l'endorsement del presidente Usa porta sfiga. Brexit insegna…».

E Trump pure, aggiungiamo noi.